5 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

È l’islam l’unica religione possibile del mondo globalizzato?

Islamdi Fabio Tarzia

1. L’islam in corsia di sorpasso

Le ultime statistiche, sebbene non perfettamente coincidenti, sembrano non lasciare scampo alla religione cristiana e cattolica soprattutto. Secondo l’incrocio delle varie fonti i cristiani sarebbero circa due miliardi e cento milioni e di questi solo un miliardo e cento potrebbero essere annoverati tra i cattolici. I restanti sarebbero ulteriormente distinguibili in: cinquecento milioni circa di protestanti, duecentoventicinque milioni di ortodossi, settantatré milioni di anglicani, settantadue milioni di cristiani orientali. Sull’altro versante, i musulmani ammonterebbero a circa un miliardo e seicento milioni, di cui un milardo e trecentocinquanta milioni sunniti. Tali dati parlano da soli in quanto la salute di una religione monoteistica, e allo stesso tempo universalistica, si basa appunto sulla sua capacità di propagazione: senza espansione non c’è identità1.

Tutte le proiezioni demografiche danno un sorpasso chiaro e definitivo da parte dell’islam ai danni dell’intero mondo cristiano nei prossimi cinquant’anni. Le spiegazioni sociologiche di questo trend, e in particolare dell’attuale rapporto di forze islam/cattolicesimo, sono ricollegate alla superiore capacità di sviluppo demografico musulmana rispetto a quella della civiltà occidentale cristianizzata. Il quadro si acuisce se si tiene conto della perdita di terreno del cristianesimo nei continenti tradizionalmente cattolicizzati (America Latina, soprattutto, e Africa), dove cioè il controllo delle nascite è meno forte. Come al solito, però, queste spiegazioni non rendono giustizia a una realtà ben più complessa e mostrano tutte le carenze interpretative della sociologia e della sociologia della religione, discipline ormai piegate al puro dato quantitativo, slegato dai fattori storici, culturali e ideologici.

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27 Aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Per una sinistra laica, ma non disincantata

Flores d’Arcaisdi Nicolò Bellanca

In questa nota discuto l’ultimo libro di Paolo Flores d’Arcais1. Non mi propongo di affrontare tutte le articolazioni del volume. In particolare, desidero trascurare le numerose e condivisibili pagine in cui l’autore svolge un’acuta schermaglia polemica contro i democratici dell’autocensura, gli illiberali neorazzisti e i religiosi oscurantisti di ogni risma. Voglio invece concentrami sull’idea teorica che il volume comunica ed elabora: una sinistra all’altezza dei tempi deve essere laica, egualitaria e libertaria; in una formula, deve propugnare l’isocrazia quale eguale sovranità dei cittadini. La sinistra abdica quando si rassegna allo svuotamento (anzitutto, mercatistico-finanziario) delle democrazie. Il suo fallimento favorisce, assieme alla delusione di molti, l’egemonia d’idee premoderne, tra le quali spiccano la presenza di autorità tradizionali e religiose nella sfera pubblica, la soggezione della vita collettiva a un ordine sacro trascendente che occorre rispettare e preservare, la rigida e intrinsecamente violenta opposizione tra Bene e Male. Secondo Flores, ciò che nell’informazione ufficiale è presentato come scontro tra Occidente e Islam, civiltà pacifica e terrorismo, residenti e migranti, libertà individuale e fanatismo, Noi e Loro, è in effetti lo scontro tra chi (in ogni parte del pianeta) desidera vivere in una comunità politica che riprenda e approfondisca i valori illuministi dell’autonomia, e coloro che di quella forma di società sono nemici irriducibili. Sul terreno politico-culturale, oggi la distinzione tra regresso e progresso, tra destra e sinistra, passa principalmente lungo questa linea.

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4 Dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Tredici novembre: allarmato affresco distopico

il-fondamentalista-riluttante di Antonio Tricomi

Romanzo celebre anche perché Mira Nair ne ha tratto un film che ha riscosso un discreto successo, Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (Einaudi, Torino 2007) rievoca in flashback, e per bocca del protagonista, la vicenda di un giovane pakistano di buona ma ormai impoverita famiglia che, laureatosi a Princeton, diventa un valido analista finanziario presso un’influente società di consulenza newyorkese, per poi cambiare totalmente vita dopo l’Undici Settembre 2001. In particolare, dopo l’incontro, in Cile, con un uomo che gli parla degli antichi giannizzeri, descrivendoglieli non solo come ragazzi o bambini di fede cristiana «catturati dagli ottomani e addestrati per essere soldati in un esercito musulmano, a quel tempo il più potente esercito del mondo», ma anche al pari di individui che, appena divenuti adulti, si rivelano «feroci ed estremamente leali», giacché essi «avevano lottato per cancellare dentro di sé la propria cultura, perciò non avevano più nient’altro a cui rivolgersi».

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6 Maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Dell’Europa secondo Houellebecq

houellebecqdi Antonio Tricomi

Chi ha interpretato Sottomissione (Milano, Bompiani, 2015) come un greve romanzo provocatoriamente islamofobo, o addirittura alla stregua di un qualunquistico pamphlet anti-islamico, ha in larga misura letto un libro che poco ha da spartire con quello effettivamente licenziato da Michel Houellebecq e contraddistinto da ben altri, reali difetti. Esploriamo subito il primo: il testo non brilla né per levigatezza formale né per scrupolosa abilità nella costruzione di un pur volutamente minimale intreccio, rivelandosi in tal modo esangue, e anzi trasandato, sotto l’aspetto stilistico; noioso, ripetitivo e quindi, per paradosso estremo, prolisso dal punto di vista squisitamente narrativo; incapace, perciò, di strutturarsi su un’autentica complessità concettuale e di esprimerla. Si potrà magari obiettare che un simile impianto complessivo è scientemente elaborato da Houellebecq perché, rispecchiandola, dia conto della normale mediocrità dell’io narrante, e che allora esso non rappresenta il limite principale di Sottomissione, bensì l’orma stessa e il significato ultimo del suo equivoco messaggio. In parte, le cose stanno esattamente così, ma l’impressione è che tale sforzo di adeguamento sia della macchina narrativa sia dell’ispirazione letteraria all’intrinsecamente comica banalità esemplare del protagonista del romanzo abbia finito col prendere la mano all’autore, spingendolo sulla cattiva strada di una semplificazione delle istanze psicologiche e delle valutazioni socioculturali troppo marcata finanche per chi voglia raccontare, con ormai sfinito e non più polemico piglio grottesco, una storia di ordinario conformismo individuale e collettivo, come pure pronosticare, con vena solo nichilisticamente umoristica, un futuro di altrettanto convenzionale e opportunistico allineamento dei soggetti e delle masse a inviolabili stili di vita nei quali nessuno saprà riconoscere il tramonto stesso della civiltà.

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10 Gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Parigi tra terrorismo e unità nazionale

Parigidi Rino Genovese

Sono state le prime parole di Hollande dopo la strage di mercoledì 7 gennaio: ci vuole l’unità nazionale. E le organizzazioni sindacali, i partiti politici, un insieme di sigle della cosiddetta società civile, si sono affrettate a indire una manifestazione per domenica 11 – ancor prima che la tragica vicenda fosse conclusa, prima che si sapesse che il “terzo uomo”, quello che aveva ucciso a caso una poliziotta, stesse per prendere in ostaggio un imprecisato numero di clienti in un negozio ebraico. Da Place de la République a Nation: strano corteo, che vedrà sfilare il presidente e il suo avversario Sarkozy, i socialisti e i comunisti e i verdi, mentre si discute se non sia stato un errore lo sgarbo fatto a Marine Le Pen non invitandola, regalandole così l’unico posto libero fuori dal “sistema”. A questo punto, certo che lo è. Se si tratta di celebrare i valori repubblicani, di esaltare il bene indiscutibile della libertà di stampa e così via, tutti possono essere invitati. Anche i razzisti. Anche l’ex ministro dell’interno (Sarkozy, appunto) che, per calcolo elettorale, proclamava una decina di anni fa di voler ripulire le periferie con il bidone aspiratutto.

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