5 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Quello ingrato popolo maligno

di Tomaso Montanari

«Quello ingrato popolo maligno / che discese di Fiesole ab antico, / e tiene ancor del monte e del macigno, / ti si farà, per tuo ben far, nemico»: la profezia dell’esilio che l’ombra di Brunetto Latini fa calare su Dante nel XV dell’Inferno torna oggi vera, parola per parola. L’idea di riportare a Firenze, per un “evento” del 2021 (settecentesimo anniversario della morte del massimo poeta italiano), le spoglie dantesche che riposano a Ravenna qualifica i fiorentini di oggi per quello che sono: duri di cuore e di comprendonio come i sassi fiesolani da cui scesero a valle i nostri padri etruschi. Ed è davvero insopportabile questa continua prostituzione della storia della mia città, ormai ridotta alla mediocrità di una pellicola di Zeffirelli, con i suoi falsi storici e la sua «fatuità da classe vip» (Morandini).

L’idea di «far finire l’esilio di Dante» (questa la pornografica formula giornalistica) è stata lanciata da Cristina Mazzavillani, che dirige il Festival di Ravenna grazie al suo principale merito: essere la moglie del venerato maestro Riccardo Muti. L’alto profilo dell’iniziativa è stato subito ben colto dalla stampa: «un business turistico» (così «la Repubblica»). E naturalmente Palazzo Vecchio ha subito abboccato, e il sindaco Dario Nardella, trionfante sulle ceneri del Maggio Musicale Fiorentino, ha dichiarato: «Sulle ceneri di Dante non dico niente, qualsiasi cosa si faccia sarà possibile solo in totale accordo con la città di Ravenna».

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12 Aprile 2016
pubblicato da Rino Genovese

Una condizione obiettivamente adorniana?

critica letterariadi Rino Genovese

[La nostra rivista con la Fondazione per la critica sociale, il Centro Fortini e “L’ospite ingrato”, grazie al coordinamento di Luca Lenzini, organizzano venerdì 15 aprile a Siena, alle ore 14,30, in via Fieravecchia 19,  un incontro sulla critica letteraria oggi. Questa la traccia del mio intervento.]

Avrei da sottoporvi un paradosso, che potete prendere come una provocazione un po’ giocosa ma anche come un  vero e proprio rovello. Se siamo in una condizione dell’arte e della letteratura obiettivamente adorniana, allora non si può essere adorniani. Voglio dire che, in quanto le agenzie dell’estetizzazione (è l’espressione che propongo di sostituire a quella tradizionale di “industria culturale”, includendo per esempio in esse anche l’autore quale promotore di se stesso) la fanno da padrone, non è più disponibile l’opzione – adorniana, diciamo così, per antonomasia – a favore delle avanguardie (secondo Adorno per alcune avanguardie e non altre, per l’espressionismo e non per il surrealismo, poniamo, o per la linea Kafka-Beckett e non per Joyce). È l’estendersi e il prevalere della mercificazione e dell’intrattenimento – entrambe parte del più ampio fenomeno dell’estetizzazione – che hanno prodotto l’estenuazione di quella rottura rappresentata secondo Adorno da certe avanguardie. Verrebbe meno così, con la vittoria sul campo delle sue tesi sociologiche generali, la possibilità stessa della preferenza teorica e critica di Adorno riguardo a un determinato filone di opere artistiche e letterarie.

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