Una condizione obiettivamente adorniana?

critica letterariadi Rino Genovese

[La nostra rivista con la Fondazione per la critica sociale, il Centro Fortini e “L’ospite ingrato”, grazie al coordinamento di Luca Lenzini, organizzano venerdì 15 aprile a Siena, alle ore 14,30, in via Fieravecchia 19,  un incontro sulla critica letteraria oggi. Questa la traccia del mio intervento.]

Avrei da sottoporvi un paradosso, che potete prendere come una provocazione un po’ giocosa ma anche come un  vero e proprio rovello. Se siamo in una condizione dell’arte e della letteratura obiettivamente adorniana, allora non si può essere adorniani. Voglio dire che, in quanto le agenzie dell’estetizzazione (è l’espressione che propongo di sostituire a quella tradizionale di “industria culturale”, includendo per esempio in esse anche l’autore quale promotore di se stesso) la fanno da padrone, non è più disponibile l’opzione – adorniana, diciamo così, per antonomasia – a favore delle avanguardie (secondo Adorno per alcune avanguardie e non altre, per l’espressionismo e non per il surrealismo, poniamo, o per la linea Kafka-Beckett e non per Joyce). È l’estendersi e il prevalere della mercificazione e dell’intrattenimento – entrambe parte del più ampio fenomeno dell’estetizzazione – che hanno prodotto l’estenuazione di quella rottura rappresentata secondo Adorno da certe avanguardie. Verrebbe meno così, con la vittoria sul campo delle sue tesi sociologiche generali, la possibilità stessa della preferenza teorica e critica di Adorno riguardo a un determinato filone di opere artistiche e letterarie.

C’è un altro elemento su cui riflettere. È nota la scarsa simpatia adorniana per la letteratura impegnata. Nei suoi saggi è netto il rifiuto delle posizioni di Sartre o di Brecht e, al contrario, c’è l’esaltazione di un’arte, come quella di Beckett, tanto più radicale, e di rottura con lo stato delle cose, perché non impegnata. Ma Adorno ai suoi tempi aveva di che scegliere. C’era un mondo diviso in blocchi: su questo sfondo si collocavano tutte le possibilità: si poteva essere ortodossi (come per un’ampia porzione della sua vita fu Lukács), si poteva essere dandysticamente dissidenti (come in parte fu Brecht), si poteva essere “compagni di strada” come Sartre. Si poteva infine essere un’altra cosa come Adorno. Venuto meno quello sfondo, e le relative controversie intorno al marxismo e all’impegno, il rifiuto delle agenzie dell’estetizzazione, giacché la letteratura e l’arte non si collocano affatto su questa strada e ricadono sotto il loro dominio, si presenta come una semplice idiosincrasia da anime belle? Se non ci sono più avanguardie con cui schierarsi, il critico letterario “adorniano”, quello che magari vorremmo essere, sarebbe quest’anima bella?

La domanda ne porta con sé un’altra: un critico di questo tipo sarebbe contro l’arte e la letteratura come sono diventate oggi? Il gioco sarebbe allora fin troppo facile: di ogni libro, di ogni opera che si recensisce o di cui si parla, sarebbe sufficiente valutare il tasso di estetizzazione presente in essa per bocciarla. Non si salverebbe pressoché nulla.

Un’altra via sembra però aprirsi se, abbandonando il nostro adornismo, iniziamo a prendere atto che polemizzare contro l’arte e la letteratura impegnate non ha alcun senso in un contesto che ha messo al bando quel genere di dibattito. Ci sarebbe perfino da chiedersi se un’analisi sociologica come quella francofortese (con, in Italia, tutte le sue assonanze pasoliniane) ha ancora ragion d’essere. Dopotutto un’arte e una letteratura impegnate potrebbero fare riferimento a un mondo, come quello contemporaneo, in cui a venire avanti è il non-contemporaneo – nella forma di un passato che non passa, con i diseredati, i migranti, le guerre, i rifugiati, e con una modernizzazione e una secolarizzazione a dir poco imperfette.

Dentro questo quadro non più adorniano si può forse cominciare a riflettere intorno a che cosa possa significare essere oggi dei critici, non solo letterari, del presente.

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