25 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (4): che cos’è il “populismo di centro”

Errejóndi Rino Genovese

A volerlo interpretare con gli strumenti concettuali di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (che devono molto a Carl Schmitt), il fenomeno Grillo-Casaleggio è uno strano oggetto. Sentite che cosa ne dice Iñigo Errejón, esponente di Podemos, che, dopo avere distinto in un’intervista tra un “populismo progressista” e un “populismo reazionario”, alla domanda “sotto quale categoria potrebbero essere collocati i Cinque Stelle?”, così risponde: “Non lo so. C’è una grande ambivalenza in questo movimento. Da una parte, c’è un’aspirazione alla ridistribuzione della ricchezza, al reddito universale, a un migliore controllo delle istituzioni politiche, ma dall’altra c’è anche un populismo punitivo, o razzista, in particolare sull’immigrazione” (da “Le Monde” del 23 marzo 2018).

Errejón (che tra parentesi, all’interno di Podemos, avrebbe voluto un’alleanza di governo con il Psoe sul modello di un’unità a sinistra di tipo portoghese) ha trentacinque anni ed è spagnolo: non è quindi tenuto a conoscere la storia italiana che soltanto può spiegare un fenomeno come quello grillino. Al tempo stesso, proprio una riflessione su questa storia contribuisce a mostrare la debolezza del discorso teorico intorno a un “populismo di sinistra” (o progressista) così come sviluppato da Laclau e Mouffe, e ripreso dallo stesso Errejón.

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15 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi: perché essere contro

Sovranismidi Rino Genovese

Steve Bannon, l’ideologo della campagna elettorale di Trump negli Stati Uniti, è intervenuto qualche giorno fa in Francia in una riunione del Front national (che cambierà nome, si chiamerà Rassemblement national: piccola correzione che dimostra come questo partito non riesca ad andare molto in là nella transizione da una classica estrema destra a un populismo neoperonista – ma di questo dopo…). Ecco quello che Bannon ha dichiarato: “Marine Le Pen lo ha spiegato bene: non ci sono più una destra e una sinistra, si tratta di un’invenzione dell’establishment e dei media per impedirci di arrivare al potere. Lei lo ha detto perfettamente: considerate lo Stato-nazione come un ostacolo da superare o come un gioiello che dev’essere lucidato, curato, mantenuto?” (da “Le Monde” del 13 marzo 2018).

Da decenni si parla di un declino dello Stato-nazione, di una perdita di autonomia della politica sottoposta al primato di un’economia finanziarizzata e globalizzata, di un neoliberalismo planetario: qualcosa di più del semplice credo economico neoliberista, una vera e propria antropologia a vocazione universale, che punterebbe – trovando tuttavia non poche resistenze da parte delle culture particolari – a diventare l’unica cultura sulla faccia della terra. Ora, da questa situazione si possono prospettare due uscite: o verso il passato, con i nazionalismi più o meno spinti, con il protezionismo economico (i dazi di Trump), oppure guardando al futuro, verso formazioni statali sempre più sovranazionali e postnazionali, che abbiano in sé il principio di un federalismo “dall’alto”, nel senso di un’integrazione tra Stati, e al tempo stesso quello di un patto tra gruppi sociali diversi, anche tra culture differenti, per un controllo democratico “dal basso”.

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17 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Postilla a “Il fenomeno Mélenchon”

Chantal Mouffedi Rino Genovese

In Le monde datato 16-17 aprile, si può leggere un intervento di Chantal Mouffe a favore del “riformista radicale” Jean-Luc Mélenchon. La filosofa belga con connessioni argentine (suo marito e sodale è stato Ernesto Laclau, teorico del peronismo oggi scomparso) cerca di spiegare la differenza tra un populismo di destra, come quello di Marine Le Pen, che vuole restringere la democrazia ai soli francesi, e il populismo di sinistra di Mélenchon, che intenderebbe al contrario estenderla, costruendo e federando un “popolo” attorno a un progetto di révolution citoyenne. Non la distinzione destra/sinistra sarebbe costitutiva della politica democratica, quanto piuttosto quella di un “basso” contro un “alto”, cioè di un popolo contro un’oligarchia.

La declinazione peronista della nozione di “sovranità popolare” – è l’aspetto interessante della cosa – appare abbastanza esplicitamente richiamata. Secondo Mouffe l’attuale situazione  europea d’impoverimento delle classi medie sotto un’egemonia neoliberale, avvicinerebbe di fatto la politica del vecchio continente a quella dell’America latina. La ricetta proposta non si discosta allora da quella del Perón del 1945, che costruì un popolo e una nazione attorno a una lotta contro l’oligarchia.

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3 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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8 giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

Può esistere un populismo di sinistra?

populismo di Rino Genovese

La mia risposta è semplicemente no. La domanda che molti si pongono, compagni e amici, specialmente dopo l’ultima tornata elettorale nel paese dei quattro populismi – leghista, berlusconiano, grillino e renziano (tenendo presente, però, che quest’ultimo è solo un amalgama di berlusconismo e vecchia Democrazia cristiana) – andrebbe riformulata così: “è possibile che un populismo faccia cose di sinistra, soprattutto in senso sociale?” La risposta, in questo caso, può essere sì: nella storia è accaduto, per esempio nell’Argentina di Perón, che siano state portate avanti politiche di ridistribuzione del reddito, nazional-protezionistiche, d’intervento dello Stato nell’economia. Tuttavia la stessa cosa potrebbe essere detta dei fascismi europei: non ebbero anch’essi una legislazione sociale? Ma a quale prezzo? La distruzione di qualsiasi libertà, di qualsiasi autonomia della sinistra sindacale e politica. L’applicazione “creativa” dei fascismi europei in Argentina, con il peronismo, ha condotto all’assenza di qualsiasi sinistra organizzata: per cui la lotta, tuttora, è tra correnti diverse dello stesso correntone giustizialista. Non esistono più prospettive né di sinistra liberal-democratica né di sinistra socialista che abbiano una loro identità e fisionomia.

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