3 Giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

L’idea di socialismo rivisitata

L’idea di socialismodi Rino Genovese

È vero: il socialismo storico è rimasto in sostanza economicistico: questa una delle tesi condivisibili espresse da Axel Honneth nel suo L’idea di socialismo (di cui si veda qua sotto la recensione di Marco Solinas). Ma ciò dipende, come vuole Honneth, dal suo non avere avuto consapevolezza della differenziazione funzionale della società (segnalo ai non esperti che il riferimento è alla teoria sociologica circa gli ambiti differenziati in cui si svolge la vita sociale moderna: secondo cui, per esempio, la sfera del diritto non è la stessa della politica, e quella amorosa è diversa sia dall’una sia dall’altra), o non piuttosto dal fattore esattamente opposto: di avere dovuto affrontare, ai suoi inizi, la questione della miseria delle condizioni di lavoro del proletariato industriale dell’epoca, dell’intrusione pervasiva della sfera della produzione di merci in ogni settore della vita sociale, il tutto nel senso di un processo di segno contrario alla presunta differenziazione dispiegata delle funzioni sociali? È sulla base di questa de-differenziazione a partire dal prepotere dell’economia – qualcosa che si combina maledettamente bene con il compromesso e la commistione con le tradizioni culturali più retrive: si pensi al connubio storico realizzato dal capitalismo, in particolare sul continente americano,  con il modo di produzione schiavistico – che si misura lo sforzo del socialismo trascorso di proporre una de-differenziazione alternativa che, per forza di cose, non poteva non svolgersi sul terreno imposto dalle forze dominanti. Ne sono però scaturite grandi conquiste, che nel corso del tempo hanno contribuito a dissolvere i termini stessi della “questione sociale” di matrice ottocentesca. Si pensi all’invenzione dello Stato sociale – inizialmente bismarckiana, nata in chiave antisocialista, ma nelle sue successive realizzazioni socialdemocratiche ciò che ha tolto dalla tirannia del bisogno e dell’incertezza riguardo alla propria vita milioni di lavoratori. Da un punto di vista teorico generale, tuttavia, nient’altro che una forma di de-differenziazione in chiave politica della sfera economica liberale: un esempio di che cosa voglia dire, pur prendendo le mosse da un economicismo di fondo, arrivare a incidere nella politica “borghese” e statale.

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23 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sull’idea di socialismo di Axel Honneth

axel honnerthdi Marco Solinas

Bisognerebbe pur ricominciare a sperare in un’alternativa al capitalismo contemporaneo,  reincanalando e riattivando politicamente il sordo malessere e la cieca indignazione che attraversano la società occidentale, passando dalla disperazione alla lotta: una speranza che ancora una volta dev’essere chiamata socialista. È l’obiettivo di fondo che si prefigge l’ultimo, coraggioso lavoro del filosofo tedesco Axel Honneth, intitolato appunto L’idea di socialismo (Milano, Feltrinelli, 2016). Certo, la fisionomia del socialismo proposta in questo libro è talmente differente da quella tradizionale che i suoi padri fondatori – da Proudhon a Marx – avrebbero non poche difficoltà a riconoscere in Honneth un loro discendente diretto. E tuttavia risiede proprio in questa radicalità la forza del nuovo progetto.

Si tratta di una costruzione dal carattere eminentemente teoretico, storicamente fluttuante sulle vicende del secolo scorso. L’autore intende delineare e superare diversi elementi cruciali del framework socialista tradizionale. La critica degli errori e delle tare del vecchio paradigma socialista e marxista risulta non soltanto puntuale e incisiva, ma anche particolarmente feconda.  La sua metodologia costituisce però la debolezza del lavoro: astraendo dalla storia politica del socialismo, Honneth incorre nel rischio di fraintendere alcuni degli snodi correlati a quei molteplici processi in cui l’idea, o meglio le differenti idee, di socialismo sono state interpretate da autori e movimenti politici in luoghi e momenti storici peculiari. Una deriva beffarda per l’autore di Il diritto della libertà, anch’esso recentemente tradotto in italiano (Torino, Codice, 2015): qui infatti veniva adottato un metodo analitico di tipo storico-ricostruttivo, il cui taglio rigorosamente immanente ha indotto perfino alcuni interpreti a criticare Honneth per essere slittato inavvertitamente nel flusso della destra hegeliana, perdendo l’afflato emancipatorio che ha innervato da sempre la teoria critica. Se L’idea di socialismo rappresenta una risposta nettissima a queste critiche – poiché in esso è delineato un ideale positivo, quasi utopico, a cui poter ancorare la teoria in modo propositivo –, la divaricazione metodologica tra i due testi trova tuttavia un punto di riequilibrio nella centralità attribuita al concetto di libertà sociale.

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23 Febbraio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Eguaglianza/diseguaglianza o innovazione/conservazione?

di Rino Genovese

Eguaglianza diseguaglianzaIn un commento posto in appendice al vecchio libro di Norberto Bobbio su destra e sinistra, riedito in questi giorni da Donzelli, Matteo Renzi suppone (sempre che sia proprio lui a scrivere e non un “negro” trovato alla Leopolda, magari di nome Baracco, Barocco o qualcosa di simile) che la distinzione eguaglianza/diseguaglianza, posta dal filosofo torinese a fondamento della dicotomia tra progresso e conservazione, non abbia più molto senso. Così un’intera storia, che dalla Rivoluzione francese arriva fino a tutto il Novecento, risulta archiviata. Alla base c’è l’idea – di per sé non falsa – che non si diano più i nitidi blocchi sociali che hanno caratterizzato la storia europea novecentesca: questi si sarebbero dissolti per la (solita) globalizzazione economica e anche per l’azione del welfare e delle socialdemocrazie, che avrebbero contribuito in maniera determinante a sgretolarli nella direzione di un diffuso individualismo. La conseguenza è che, a sinistra, ci si può congedare dal vecchio valore dell’eguaglianza (non parliamo dell’egalitarismo) per affidarsi semplicemente a quello dell’innovazione… Già, ma dell’innovazione in che senso?

Come ha notato di recente anche Jürgen Habermas, la semantica del termine “riforma” negli ultimi decenni è mutata. Il suo significato si riferisce per lo più a delle vere e proprie controriforme – in genere nel mercato del lavoro – che aprono a più flessibilità, più precarietà (anche se questo aspetto è spesso sottaciuto) e più liberismo. Renzi ha pronta la parola: meritocrazia. In effetti può esserci la più grande innovazione che lasci i figli di papà più meritocraticamente predisposti a un destino che disegualitariamente li distacchi dai figli, poniamo, degli immigrati o da quelli rimasti orfani e privi di mezzi. Lo slogan della “meritocrazia”, che comunque reca in sé un implicito contenuto carrieristico e tecnoburocratico, se coniugato soltanto con una presunta “innovazione”, sganciata dal valore dell’eguaglianza storicamente rivendicato da qualsiasi sinistra (non credo sia il caso di sottolineare come la differenza tra la posizione democratica e quella socialista non nasca tanto intorno al concetto di eguaglianza, centrale per entrambe, quanto sul modo in cui intenderlo e realizzarlo), finisce con il riprodurre i privilegi del non-merito. Per esempio la Confindustria insiste, e non da oggi, sull’abolizione del valore legale della laurea. Anche da un punto di vista ristrettamente meritocratico, ciò significherebbe privare del loro “merito” i figli di operai o di artigiani che, sfidando il destino, si sono dedicati a lunghi anni di studi per ottenere una promozione sociale, nel mondo attuale peraltro sempre più difficile. Ecco il caso di una “innovazione” che – perfino nel senso meritocratico – non raggiungerebbe l’obiettivo e aumenterebbe le diseguaglianze. In una società in cui queste restano ancora largamente “di nascita”, solo un riequilibratore egalitario (ma va! usiamo la parola…), come le borse di studio distribuite in funzione del reddito della famiglia di provenienza, sarebbe (anche) uno strumento meritocratico.

E tuttavia il punto non è qui. Presentandosi come un “innovatore” (cosa che in concreto ha poi dimostrato di non essere…), Renzi ha in mente una cosa molto precisa, diciamo quel liberalismo dal volto umano (con l’eccezione della guerra in Iraq, naturalmente) interpretato alcuni anni fa da Tony Blair. Il suo programma, che pure aveva un riferimento nel vecchio Labour (e cioè in una tradizione riformatrice che Renzi si sogna), oggi mostrerebbe la corda. Diciamo la cosa semplicemente: nella crisi europea attuale non c’è trippa per gatti. Altro che nuovo individualismo! Non soltanto i blocchi sociali si sono sgretolati, grazie al welfare, stanno per sgretolarsi anche gli individui sotto le ristrettezze imposte dalle politiche di austerità. Per cercare di modificare questo dato, non serve buttare via la categoria dell’eguaglianza considerandola superata. Al contrario, la si dovrebbe piuttosto rilanciare su nuove basi – connettendola magari con il valore delle differenze anche in senso culturale, un aspetto con cui il vecchio socialismo, spesso perversamente intrecciato con il colonialismo europeo, non seppe misurarsi –, aprendo non certo la corsa alla competizione (intorno a quale osso spolpato?) ma alla prospettiva di un individualismo sociale.