14 novembre 2018
pubblicato da Lanfranco Binni

Liberi tutti

No-Tavdi Lanfranco Binni

E la Nato? E il ruolo geopolitico dell’Italia? È la questione centrale, l’unico vero contesto in atto di quanto sta accadendo nel nostro paese. Perché il governo trumpiano degli Stati Uniti, rafforzato dalle elezioni di medio termine, riserva all’Italia un ruolo di partner privilegiato, per esempio evitandole le limitazioni delle sanzioni commerciali all’Iran nei prossimi sei mesi? E perché il governo giallo-verde aderisce senza condizioni a una linea di subalternità servile nei confronti delle politiche di guerra degli Stati Uniti nei confronti della Russia, dell’Iran e della Cina, su una linea di “sovranismo” senza sovranità? Perché il Movimento 5 Stelle, che prima delle elezioni politiche del 4 marzo aveva sostenuto le lotte del movimento No Tap contro il gasdotto pugliese (fossili e affini), alternativa statunitense strategico-militare ed economica al gasdotto settentrionale dalla Russia all’Europa, per poi aderire senza condizioni ai diktat trumpiani? Perché, dopo aver sostenuto le lotte del movimento No Muos in Sicilia, oggi aderisce senza condizioni ai piani strategici della Nato? I termini della questione del Muos sono stati chiariti, come al solito, da Manlio Dinucci («il manifesto», 6 novembre):

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21 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

La qualità della nostra democrazia

Costituzione italianadi Paolo Bagnoli

Rileggere Piero Calamandrei è sempre edificante. La ripubblicazione, in apertura dell’ultimo fascicolo del «Ponte» (n. 3, maggio-giugno 2018) dell’ultimo articolo da lui scritto, Questa nostra Repubblica – introdotto da una ficcante nota di Marcello Rossi – spinge a riflettere sul valore fondante della Costituzione e sulla natura della Repubblica parlamentare.

Il ragionamento che sviluppa Calamandrei sulle tipicità della Costituzione – rigida e programmatica – non risente dell’usura del tempo perché, se così fosse, anche la Costituzione risulterebbe inadeguata; tuttavia, viste le condizioni del paese, non si registra una cognizione precisa del dettato costituzionale. Basti pensare che c’è chi ritiene – come Giorgia Meloni – che si debba permettere alla polizia l’uso della tortura; che il ministro degli Interni ordini quanto è di spettanza della giurisdizione; che un sottosegretario alla Giustizia intervenga in Aula tacciando di «rilievo penale» le critiche delle opposizioni, ignorando che la Costituzione recita che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Di controcanto, il suo pari grado leghista al ministero, si è augurato la scomparsa delle «correnti di sinistra» tra i magistrati. Potremmo continuare. Tali affermazioni non possono che inquietare, ponendosi fuori e contro lo Stato di diritto che la Costituzione garantisce.

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11 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Miccia corta

miccia cortadi Lanfranco Binni

Ora, mentre le truppe del Nazareno si preparano a scatenare la potenza di fuoco del «Fronte repubblicano» nel ridotto del Parlamento, e le oche del Quirinale hanno salvato il presidente della Repubblica per il rotto della cuffia, e il nuovo governo giallo-verde si insedia nelle stanze del potere, e Berlusconi minaccia di incatenarsi ai cancelli delle sue aziende, e il Movimento 5 Stelle esibisce i suoi temi più di “sinistra” (reddito di cittadinanza, lavoro non precario, riforma pensionistica, beni comuni, sviluppo sostenibile, lotta contro la corruzione, riforma della giustizia), e la Lega brandisce come clave i suoi ruggiti più di “destra” (presidenzialismo, riforma fiscale non progressiva e a vantaggio dei ricchi, comunitarismo di sangue, caccia agli immigrati “clandestini”, agli zingari, ai sovversivi dei centri sociali, alle Ong, omofobia, familismo cattolico), e i giornalisti dei media tradizionali e social proseguono il loro narcotraffico su temi superati dalla cronaca in attesa dei nuovi assetti di potere in cui posizionarsi o da infangare su committenza dell’opposizione Berlusconi-Renzi, non molti a “sinistra” e a “destra” sembrano aver capito la vera natura del cambiamento in corso, decisamente inedito e fuori dagli schemi post-novecenteschi della “democrazia liberale”. Anche se è innegabile che nello spazio ristretto dei palazzi del potere oligarchico si vadano riproponendo in forme inedite vecchi riti di una politica subalterna ai vincoli dell’economia e all’eterodirezione europea e atlantica.

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2 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Transizioni

Franco Fortinidi Lanfranco Binni

«Populisti, vil razza dannata!». Pianti, lamenti e lai, anatemi borghesi ottocenteschi a esorcismo delle “classi pericolose” alimentano il narcotraffico dei media di regime. Il sistema democratico è in pericolo. L’onda lunga dell’insorgenza diffusa e popolare contro ogni mediazione liberista e socialdemocratica tra potere politico e «popolo» (il popolo «sovrano» della Costituzione inattuata del 1948) che il 4 dicembre 2016 ha abbattuto con un sonoro no la “riforma” anticostituzionale della banda Renzi, grazie a un imprevisto protagonismo degli elettori ignoti (maledette elezioni!), il 4 marzo ha stravolto (anche questa volta con esiti imprevisti) un quadro politico già a rischio di «ingovernabilità». Il disegno furbastro del Pd di resuscitare il patto del Nazareno grazie a una legge elettorale anti M5S si è rovesciato nella disfatta del Pd, nella forte affermazione del M5S (primo partito nazionale), nello squilibrio dei rapporti di forza all’interno della coalizione di destra (sconfitta di Forza Italia e affermazione della Lega come primo partito della coalizione). Numerosi articoli di questo numero del «Ponte» analizzano i risultati elettorali, con punti di vista diversi e diverse valutazioni, come si addice a una rivista di aperto dibattito politico.

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7 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Bielorussia: l’Europa che non c’è

di Stefano Lanza

Nel 2005 un inventivo speechwriter suggerisce all’allora segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, l’espressione outposts of tyranny («avamposti della tirannide») per indicare sei paesi del globo caratterizzati da regimi totalitari. Nel frattempo ci sono state fluttuazioni, riavvicinamenti (per esempio la distensione tra Stati Uniti e Cuba o il breve disgelo con l’Iran nella presidenza Obama) e riallontanamenti, cosicché forse il numero delle «società della paura», le fear societies contrapposte con fine assonanza alle free societies, le «società libere», si può considerare a oggi invariato. Nel gruppo di irriducibili sarebbero dunque da confermare – salvo cambiamenti intercorsi a decorrere dalla stesura del presente contributo – tre Stati asiatici (l’immancabile Corea del Nord, l’Iran, la geopoliticamente più defilata Birmania), uno africano (lo Zimbabwe), Cuba e la Repubblica di Bielorussia. Da considerarsi probabilmente implicita aggravante è che quest’ultima è una nazione europea, il continente cioè dove ha avuto i natali la democrazia e dove sono stati posti i principi del libero pensiero e dei diritti della persona, uomo e cittadino.

Presidente della Bielorussia è Aliaksandr Lukashenka (o anche Lukashenko, Lukašenko, a seconda della traslitterazione dal cirillico1), politico sessantenne cui bisogna riconoscere, se non la coerenza, almeno una certa resilienza. Parlamentare nel 1990, l’unico oppostosi all’Accordo di Belavezha per la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ebbe buon gioco quale presidente della commissione anti-corruzione nel denunciare una settantina tra politici e funzionari suscitando uno scandalo nazionale che portò all’indizione delle presidenziali nel 1994. Già vincitore in pectore al primo turno con il 44,8% dei voti, superò al ballottaggio il suo avversario, allora premier e in un primo tempo dato per favorito, con uno schiacciante 80,1%. Va detto che in questa occasione gli osservatori internazionali non avanzarono critiche su un possibile carattere antidemocratico delle elezioni e anche l’equilibrata rivista online di cose bielorusse, il «BelarusDigest», le ha definite come «prime e uniche relativamente democratiche».

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21 agosto 2017
pubblicato da Lanfranco Binni

Senza confini

Luigi Pintordi Lanfranco Binni

A presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.

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3 aprile 2017
pubblicato da Lanfranco Binni

Le dame, i cavallier, l’euro e la Nato

Curiazidi Lanfranco Binni

L’ironia della storia ha voluto che i ventisette congiurati “europei” delle Idi di marzo si trovassero installati in una sala particolare del Palazzo dei Conservatori, in Campidoglio: la sala degli Orazi e dei Curiazi, affrescata dal Cavalier d’Arpino all’inizio del Seicento sul tema maschio della forza militare di Roma che afferma con astuzia la sua supremazia sul nemico di turno, gli sprovveduti Curiazi di Alba Longa. La corsa degli Orazi e dei Curiazi fu giocata sulla velocità, e chi si fermò fu ammazzato (il tema si tradurrà nel «Chi si ferma è perduto» dell’italica retorica fascista e delle sue declinazioni successive, fino al «correre!» e «vincere!» del bullo di Rignano; in questo caso gli Orazi sono stati gli elettori del 4 dicembre). I congiurati delle Idi di marzo del 44 a. C. pugnalarono Cesare per difendere la tradizionale oligarchia e scongiurare l’autocrazia di un unico despota. Il gioco, presentato a patrizi e plebei come difesa della libertà della Repubblica, era truccato. In uno straordinario cortocircuito storico i congiurati di un’Unione europea divisa ma arroccata in difesa mentre i “barbari” premono ai confini, e il nemico è anche interno (popoli maledetti, tutti “populisti” quando non stanno al gioco), e i mercati sono contesi da pericolosi competitors della globalizzazione di un capitalismo i cui assetti produttivi tradizionali (occidentali) sono in coma, hanno fatto appello all’unità dell’oligarchia europea, alle diverse velocità delle economie finanziarie forti e dei gregari deboli in una corsa che trova il suo unico obiettivo strategico di medio termine nella «difesa comune» della fortezza assediata. Nella loro Dichiarazione congiunta del 25 marzo definiscono «difesa» pratiche di guerra, e i nemici principali sono l’impero russo e la globalizzazione diversa della Cina, e la crescente pressione migratoria dalle aree devastate del Medio Oriente e dell’Africa.

Il giorno prima (24 marzo) e il giorno dopo (26 marzo)

Il giorno prima dello spettacolino romano, con foto di gruppo e battute goliardiche, si è conclusa, sul fronte sud dell’Europa, di fronte alle coste mediterranee della Sicilia, l’esercitazione navale Nato «Dynamic Manta 2017», con la partecipazione delle marine militari di Stati Uniti, Canada, Italia, Francia, Spagna, Grecia e Turchia, nell’area strategica del «Comando della forza congiunta alleata» il cui quartier generale ha sede a Napoli; l’Italia, oltre a partecipare con proprie unità, svolge da tempo un ruolo logistico fondamentale (porti di Augusta e Catania, stazione Muos di Niscemi, base aeronavale di Sigonella, poligono di Pachino «in uso esclusivo agli Stati Uniti»).

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2 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Terremoti capitali

Donald Trumpdi Lanfranco Binni

Il 27 gennaio, nel «giorno della memoria», il presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato il suo editto contro i musulmani; ricordo che «musulmani» erano chiamati nei lager i deportati, per i loro corpi scavati dalla fame, dal gelo e dalle malattie. Pochi giorni prima Donald Trump aveva ricevuto l’entusiastico sostegno del premier israeliano Netanyahu al suo progetto di estendere il muro al confine con il Messico: «Il presidente Trump ha ragione. Ho costruito un muro lungo il confine meridionale di Israele e si è fermata tutta l’immigrazione clandestina. Grande successo. Grande idea». Rivedo i muri intorno ai ghetti ebraici, oggi riservati dagli israeliani ai palestinesi, per segregarli e rapinarne i territori. Nella crisi globale del capitalismo tutto si tiene, in cortocircuito: dalle guerre economiche tra Stati e continenti, ai conflitti militari sul campo, alle campagne terroristiche, alle concentrazioni oligarchiche e autocratiche dei poteri, al passato che non passa mai.

Quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti d’America e nei rapporti tra gli Usa. e il mondo non permette letture di superficie. L’elezione di un neonazista alla presidenza del più forte impero occidentale non è un incidente della Storia, e Trump non è una macchietta mediatica; il cosiddetto «protezionismo» del sistema politico statunitense non è un ritorno al passato, e del resto il capitalismo statunitense non è mai stato autarchico e protezionista. Sono altri i ragionamenti da fare: quel fenomeno di concentrazione dei poteri che caratterizza la fase attuale del capitalismo internazionale, che trasforma gli Stati in fortezze per scontri globali, conclusa la fase di un progresso economico espansivo in presenza di mercati sempre più ridotti, e di catastrofi in atto (dai cambiamenti climatici in corso al prossimo esaurimento del petrolio), ha il suo epicentro profondo nel tempio del capitalismo imperialistico. La parola d’ordine America first non è soltanto un appello populista alla pancia razzista e violenta della «supremazia bianca» (certo, è anche questo), e non è una dichiarazione di rinuncia alle politiche imperialistiche: è anzi il rilancio, da posizioni rafforzate, da retrovie sicure e presidiate, di un capitalismo totalitario che si fa direttamente Stato per governare rigidamente l’economia, la società, i rapporti con il mondo.

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23 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La lunga marcia di Aldo Capitini

marciadi Lanfranco Binni

L’ultima Marcia della pace Perugia-Assisi del 9 ottobre 2016 ha messo a nudo i limiti di un “pacifismo” compatibile con le politiche di guerra della Nato e con il servilismo attivo del governo italiano. Alla concreta e radicale politicità (più che politica) della Marcia Perugia-Assisi costruita da Capitini nel 1961 come esperienza di «rivoluzione nonviolenta» e di «democrazia diretta», si è definitivamente sostituita una ritualità priva di contenuti, ma non vuota di politica, sulla base di un generico appello a non essere «indifferenti» alle tragedie della Storia, senza nominarle, senza indicare obiettivi e strategie di lotta. Dalla marcia del 1961 nacque una seconda marcia Camucia-Cortona nel 1962, ma soprattutto il tentativo di organizzare una Consulta nazionale, popolare e istituzionale, per sviluppare pratiche ordinarie di democrazia dal basso che coinvolgessero i piccoli gruppi di nonviolenti attivi, le scuole, le fabbriche, gli enti locali, in un processo di organizzazione del «potere di tutti» sui terreni dell’educazione alla pace e della costruzione di un «potere di tutti» a superamento di una democrazia rappresentativa oligarchica.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Lanfranco Binni

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco BiagiGian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Maledetto referendum: «Forse c’è anche da riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, con l’accordo del governo Letta/Quagliariello, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma che fosse stato approvato» (G. Napolitano, intervista a «la Repubblica», 10.09.2016). Ma certo, non bastava il voto di fiducia con cui la maggioranza di governo aveva «portato a casa» la madre di tutte le riforme? E poi, lo stesso istituto del referendum, così obsoleto e improprio quando sono in gioco decisioni importanti per le sorti della Nazione, che i comuni cittadini non possono capire, non è forse da riformare, limitandone il ricorso, come opportunamente prevede la «riforma» costituzionale? E poi, questa riforma addebitata al governo, non l’hanno forse voluta gli «italiani»? Non è stata votata dal loro parlamento? Quindi, basta con la «guerra» tra no e , «abbassiamo i toni» e si voti : giù la testa, populisti! L’intervista di Napolitano sull’house organ del governo, il tappetino del salotto buono (si fa per dire) della finanza «progressista», è il punto di arrivo di tutta una tradizione di odio profondo per il “democraticismo” della Costituzione del 1948, e di tatticismo politicista nella peggiore tradizione del Pci: dallo stalinismo al “migliorismo”, al neoliberismo antidemocratico, un bel percorso che nel Pd si è intrecciato con la tradizione democristiana e con il piduismo berlusconiano. La spallata renziana non funziona? La legge elettorale ultramaggioritaria rischia di consegnare il paese al Movimento 5 Stelle? L’economia è a pezzi e le mance elettorali non bastano a creare consenso, anzi aggravano paurosamente il deficit? «Qual è il problema?», annaspa il furbastro di Rignano: si corregge la legge elettorale; si finge di aprire alla cosiddetta sinistra interna per averne i voti in cambio di seggi, e allora il “Capo” corre da Ventotene (lasciamo perdere) ad Atene a farsi fotografare con un frastornato Tsipras, e poi di nuovo in Italia a tagliar nastri di opere altrui e promettere bonus, a nascondere le proprie responsabilità sulla «riforma», non più plebiscito sul Capo (senza di me il diluvio) ma riducendone l’importanza in caso di sconfitta («tanto non me ne vado»).

Nei primi mesi di quest’anno il deficit dell’Italia è aumentato di 80 miliardi; entro la fine dell’anno saranno 160. La banda del buco, con il sostegno della finanza statunitense ed europea, lavora sul debito pubblico. Privatizza i profitti e socializza i debiti, che saranno i cittadini a pagare. «Ma qual è il problema?». Ci pensano le «magnifiche sorti e progressive» della comunicazione di regime a nascondere la realtà del lavoro distrutto, della scuola pubblica a pezzi, della pubblica amministrazione devastata, della crescente povertà delle generazioni giovani e vecchie. «Ma qual è il problema?». Il futuro è nostro, chi ci attacca è un populista. La gente non va più a votare? Ottimo, è un segno di modernità. Ci votano contro? Sono contro «l’Italia». Nessuno, tranne i cittadini, pagherà.

La sedicente «riforma» della Costituzione, con il suo unico obiettivo di rafforzare l’esecutivo, è un colpo di Stato, postmoderno e postdemocratico, fascistoide e mediatico, che ha due cause principali: l’implosione in corso di un sistema politico corrotto (in alto e in basso), e il ruolo geopolitico dell’Italia nelle strategie atlantiche. All’implosione del sistema politico si tenta disperatamente di reagire concentrando il potere, verticalizzando e occultando le catene di comando, eliminando i corpi intermedi, liberando la “politica” dai “lacci e lacciuoli” del sistema parlamentare, scatenando contro gli oppositori (non certo la destra con cui si traffica, ma l’opposizione parlamentare del Movimento 5 Stelle e i movimenti di opposizione sociale) campagne di comunicazione affidate a un esercito di sbirri dell’informazione più esperti di guerra psicologica di massa e di deformazione dei fatti che di giornalismo. Giornali e televisioni sono mobilitati e assolvono in maniera clamorosamente indecente alla disinformazione di una popolazione incoraggiata all’analfabetismo e alla pratica della paura, da sempre l’arma principale del potere; paura economica dei lavoratori ricattati e precarizzati (la dilagante occupazione dei voucher) e paura sociale (dai fantasmi del terrorismo agli inevitabili timori nei ceti popolari per le questioni irrisolte, lasciate a marcire, dell’immigrazione, che generano ignoranza, razzismo e xenofobia).

Ai compiti assegnati all’Italia dalla Germania e dagli Stati Uniti nella guerra a Est e a Sud, dall’Ucraina all’Iraq alla Libia, si risponde con la svendita della sovranità nazionale, con la partecipazione da servi alle operazioni militari della Nato, con la propaganda militarista in nome di presunti interessi nazionali da difendere; l’ultima furbizia è l’invio in Libia di un ospedale da campo con la scorta di 200 parà della Folgore addestrati a uccidere, che vanno ad aggiungersi agli agenti italiani già presenti in Libia da molti mesi. La «riforma» della Costituzione, da attuare in fretta, serve anche a dare una copertura formale al ruolo militare che il governo si è già preso accentrando sul presidente del Consiglio processi decisionali e operazioni occulte.

Votare no al referendum contribuisce ad accelerare la crisi di un sistema politico oligarchico di cui dobbiamo liberarci e a ostacolarne le politiche di guerra. Certo, non basta un voto per sviluppare processi di altra “democrazia”, di altra socialità, di altra economia, di reale alternativa alla crisi strutturale del capitalismo e alla sua devastante agonia. E nell’Italia che dovremo ricostruire sulle macerie di una storia in pezzi su scala mondiale non solo si voterà molto nelle pratiche di democrazia diretta e di democrazia delegata, di federalismo istituzionale italiano ed europeo, dal basso in alto e non viceversa, ma sarà una nuova socialità il terreno principale di una politica liberata dalle pratiche oligarchiche. Solo allora in questo paese si potrà procedere a un aggiornamento della Costituzione del 1948, attuandone i contenuti avanzati e inattuati, superandone gli aspetti compromissori tra liberalproprietari e lavoratori, tra Stato e Chiesa cattolica, ridisegnando l’intera architettura istituzionale su principi e pratiche di democrazia integrale, di massimo socialismo e massima libertà.