Bruno Enei, liberazione e libertà

Bruno Eneidi Luciana Brunelli

[Il testo integrale di questa recensione sarà pubblicato nel Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia, 2019]

Il volume di Lanfranco e Marta Binni, Storia di Bruno Enei. Il dovere della libertà, Firenze, Il Ponte Editore, 2019, porta finalmente alla luce una storia individuale che fu strettamente intrecciata alle vicende dell’antifascismo in Italia oltre che a quelle della Resistenza e dei primi anni del dopoguerra a Perugia. Enei fu uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo perugino: formatosi alla cultura politica del liberalsocialismo pisano e fiorentino, allievo di Momigliano e Capitini, amico fraterno di Walter Binni, fu comandante di battaglione nella brigata San Faustino-Proletaria d’Urto, redattore e poi direttore del «Corriere dell’Umbria», organo del Cln della provincia di Perugia, dirigente del Psiup locale e vicesegretario provinciale dell’Anpi alla sua fondazione nel 1946. A poche biografie politiche di tale spessore è toccato di restare sepolte per settant’anni nell’oblio, coperte dal silenzio sui motivi che a suo tempo segnarono prima l’emarginazione e poi la partenza di Enei da Perugia e dall’Italia.

Il volume si articola in due parti. La prima, ampiamente documentata, segue Enei dalla nascita in Brasile nel 1908 – figlio di una famiglia marchigiana lì emigrata – agli studi e all’attività politica in Italia fino al 1950, e poi al ritorno in Brasile dove muore nel 1967. La seconda comprende una selezione di scritti di Enei, anche inediti, che consente al lettore di approfondire la ricostruzione proposta dagli autori.

Riprendendo un’espressione dello stesso Enei, il sottotitolo evidenzia la questione della libertà, centrale nella vita del protagonista sotto due aspetti. In primo luogo la libertà come valore civile e politico permanente, e dunque come dovere fondato sull’interiorità, un retaggio degli ideali del Risorgimento e del pensiero mazziniano di cui Enei era stato cultore in gioventù. Un valore che non si esaurisce nell’esteriorità dei rapporti sociali o nel fatto di essersi liberati, o essere stati liberati, dal nazifascismo. È da richiamare in proposito quanto scrive il grande letterato russo Iosif Brodskij: «un uomo liberato, non è un uomo libero, [ … ] la liberazione è soltanto il mezzo per arrivare alla libertà e non ne è sinonimo» (Dall’esilio, Milano, Adelphi, 1988, p. 35). La libertà personale e politica deve cioè scaturire da una profonda convinzione maturata negli individui e nel corpo della società. Ed è questo il modo in cui Enei e Binni da un lato, e Capitini dall’altro, pur nei differenti percorsi politici, restarono fedeli alle origini liberalsocialiste del loro antifascismo.

In secondo luogo, e conseguentemente, la questione della libertà divenne centrale per l’appunto dopo la Liberazione, quando non era più in gioco l’opposizione al nazifascismo ma il significato della lotta politica per la gestione del potere. Fu allora che le idee di Enei, Binni e Capitini si separarono dalla pratica dei diversi partiti – comunista, socialista, liberale e democristiano, con i relativi referenti associativi, clericali o massonici – in competizione a livello locale e al tempo stesso alleati di governo. Essi allora giudicarono acquisita la libertà con la Liberazione e si limitarono a competere per la spartizione del potere. Chi invece vedeva la lotta per la libertà ancora attuale, alla ricerca di quella partecipazione di massa che era mancata alla Resistenza – e in tal senso si muovevano i Centri di orientamento sociale capitiniani ai quali Enei dedicò molte energie -, fu inevitabilmente emarginato. Su tale linea, ad esempio, nei primi mesi del 1947 Capitini fu rimosso dalla carica di commissario straordinario dell’Università per Stranieri e le sue funzioni vennero poi assunte da due prorettori, uno democristiano e l’altro comunista. Sempre in quell’anno Bruno Enei, rimasto come Binni senza partito non avendo aderito a nessuna delle due formazioni nate dalla scissione del Psiup, subì un progressivo isolamento politico cui si sommava la perdita del lavoro quale funzionario di partito, non avendo potuto stabilizzare in passato il lavoro di insegnante proprio per il suo antifascismo.

In tale clima di «odio politico», richiamato più volte dagli autori, a partire dalla metà del 1945 veniva diffusa la calunnia di avere Enei la principale responsabilità nella strage nazista dei “40 martiri” di Gubbio. Nei fatti tutti i partiti lasciarono che Enei diventasse il capro espiatorio locale della strage. Non solo ciò era funzionale al suo isolamento politico, ma al contempo acquietava coloro che attribuivano ai partigiani la responsabilità della strage e, a ridosso delle amministrative del 1946 che a Perugia premiarono il Psiup invece del Pci, consentiva ai comunisti di ribadire la responsabilità della brigata San Faustino, in quanto si era rifiutata di marciare su Perugia prima dell’arrivo degli Alleati, nella nomina da parte del Governo militare alleato di esponenti liberali alle cariche di questore, prefetto e sindaco del capoluogo umbro.

Se Capitini aveva lasciato Perugia nel maggio 1947 e Binni l’anno successivo, Enei tornò in Brasile alla fine del 1950. Una decisione amarissima anche per motivi famigliari, ma soprattutto perché, come allora scrisse Binni, la sua partenza era il segno della sconfitta di un’intera generazione politica, iniziata alla fine del 1945 con la caduta del governo Parri e la successiva irreversibile crisi del Partito d’Azione. Un paradosso della storia italiana, l’estromissione dal governo della «Repubblica nata dalla Resistenza» della forza politica e degli uomini che più degli altri avevano fatto dell’antifascismo la leva per la costruzione di un mondo libero nell’uguaglianza sociale. Un paradosso che nel frattempo aveva favorito la vittoria della Democrazia cristiana nell’aprile 1948.

L’intreccio di queste vicende con la sua storia è da Enei sintetizzato, in una lettera alla moglie del gennaio 1965, con una frase opportunamente posta in esergo alla prima parte del volume: «Io sono di quelli che hanno pagato caro il passaggio dalla schiavitù alla libertà».

Chi dunque, dopo settant’anni, poteva pensare di dover rendere giustizia alla figura di Enei? Non certo la memoria pubblica, costruita in gran parte su quei presupposti politici che ne avevano segnato l’oblio. Occorreva un lavoro storico di scavo e di ricerca, coraggioso e libero, come quello che hanno condotto Lanfranco e Marta Binni misurandosi egregiamente con il genere storiografico più difficile, quello della biografia.

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