9 Marzo 2015
pubblicato da Il Ponte

Obama, Netanyahu e la politica in Medio Oriente

Obamadi Vincenzo Accattatis

«Mr. Speaker, Mr. Vice President, Members of Congress, miei concittadini», siamo nel nuovo secolo da 15 anni. 15 anni di vita difficile: due lunghe e costose guerre e «una difficile recessione», «tempi duri per molti», ma lo Stato dell’Unione è solido, l’America è in ripresa economica e resta la nazione piú potente del mondo. Oggi, per la prima volta a partire dal 9 settembre, la nostra missione in Afghanistan è terminata. Anche la guerra in Iraq volge al termine. Siamo orgogliosi del coraggio e della capacità di sacrificio degli uomini e delle donne «della Generazione del 9 settembre», ma su guerra e pace occorre essere saggi  sto riprendendo dallo «State of the Union Address» di Obama del 20 gennaio scorso. Obama continua. Quale «Commander-in-Chief», il mio primo dovere è quello di difendere gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti guidano il mondo, ma «… the question is not whether America leads in the world, but how», il mondo si governa usando la testa, non solo le armi.

Obama risponde cosí a quanti l’hanno accusato e l’accusano di codardia, di non essere un presidente all’altezza. Alcuni titoli dell’«Economist» lo fustigano: The courage factor («The Economist», 19.03.2011), The reluctant warrior («The Economist», 26.03.2011), Fight this war, not the last one («The Economist», 07.09.2013). Con la sua codardia Obama mette in pericolo tutto l’Occidente: The weakened West («The Economist», 21.09.2013  titolo a tutta coperta) e Le professeur Obama et ses ambivalences distinguées («Le Monde», 30.05.2014 editoriale). In Occidente vi sono molti guerrieri.

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19 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Sul concetto di riforma riguardo a quello di comunicazione

Comunicazionedi Rino Genovese

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

Prendiamo le mosse da una citazione, che permette d’inquadrare il problema e, al tempo stesso, di occuparci di uno dei “grandi malati” d’Europa, cioè di quel Partito socialista francese che di recente, nell’editoriale di prima pagina, “Le Monde” ha definito addirittura un “astro morto”. Nella prima riunione del consiglio dei ministri, tenuta il 4 aprile scorso, il nuovo premier Manuel Valls (una sorta di Matteo Renzi in salsa francese) avrebbe dichiarato: “Nelle nostre democrazie moderne, la comunicazione non è una parola vuota. Essa è il veicolo dell’azione, della riforma al servizio dell’interesse generale. L’azione politica deve dunque essere condotta in una perfetta integrazione dei vincoli della comunicazione. Nell’epoca delle catene d’informazione continua, delle reti sociali, controllare il messaggio indirizzato ai francesi richiede la più grande professionalità. I ministri vi faranno caso, e starà a me di coordinare e di convalidare la comunicazione governativa” (da “Le Monde” del 18 aprile 2014).

È evidente qui che alcuni concetti teorici – come spesso accade con i politici di professione – sono usati pro domo e vanno letti nel loro contesto. Per avere pubblicato qualche anno fa un Trattato dei vincoli, che si occupava tra l’altro proprio dei vincoli della comunicazione, posso ritenermi autorizzato a fare le bucce al signor Valls, non senza prima avergli fatto tanto di cappello per la furbizia dimostrata. Che consiste in questo: Valls si riferisce alla comunicazione mediatica che, per quanto importante, è solo una parte della comunicazione in generale. Egli dice in sostanza ai suoi ministri: attenzione a come parlate con i giornalisti o nelle dichiarazioni televisive e radiofoniche, o ancora nei messaggi via twitter e simili: perché sarò io a gestire in prima persona la comunicazione del governo. Del resto, prima di essere ministro dell’interno e in seguito primo ministro, Valls è stato il responsabile comunicativo della campagna elettorale del presidente Hollande. Se ne intenderà, quindi, di comunicazione mediatica. Ma nella citazione c’è qualcosa di più: la consapevolezza di un legame stretto tra la nozione di “riforma” e quella di comunicazione. Qua si esce dalla pura e semplice comunicazione mediatica di cui Valls è esperto – e si passa a un altro problema, più grave e di portata più ampia: quale il nesso tra le due cose, apparentemente lontane, come l’azione riformatrice e la sua rappresentabilità nello spazio pubblico, come caso di volta in volta specifico della comunicazione sociale in generale?

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