30 Giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

La Bella e la Bestia

La bella e la bestiadi Rino Genovese

All’inizio c’era un problema troppo semplice per essere risolto semplicemente: si trattava di fare una nuova legge elettorale dopo che la precedente, ormai da tutti ritenuta pessima, aveva ricevuto infine il marchio d’incostituzionalità dalla Corte, che modificandola l’ha resa una legge elettorale proporzionale sui generis in quanto nata con l’impianto da premio di maggioranza tipico del “porcellum”. Si sarebbe potuto mirare a una riforma che prevedesse il doppio turno nei collegi (la proposta del Pd), o si poteva ritornare al sistema precedente, il “mattarellum”, eliminando il barocchissimo meccanismo dello scorporo, e così accentuandone il carattere maggioritario; oppure si potevano mettere in campo altre ipotesi in linea con quanto sentenziato dalla Corte costituzionale, che ha stigmatizzato la mancanza di scelta da parte dell’elettore dovuta alle liste bloccate. Si sarebbe poi andati in parlamento – i voti alla Camera ci sono, al Senato si sarebbe dovuto trovarli – e, cercando un accordo con una parte delle opposizioni basato anche sulla prospettiva di un ritorno alle urne a breve, si sarebbe fatta una legge elettorale valida per la Camera e il Senato – magari inserendo nel pacchetto, in omaggio a una mentalità da “revisione della spesa”, una riforma costituzionale che prevedesse il taglio del numero dei parlamentari.

Ma no, troppo semplice. Si doveva piuttosto mettere in campo una di quelle riforme “epocali” che per lo più non riescono al fine di creare un’effervescenza nel paese intorno a un cambiamento che richiede tempi tanto lunghi da garantire il governo in carica (anche con la minaccia di un ritorno alle urne con una legge elettorale come quella in vigore, che nessuno ha voluto) fino al 2018, anno di scadenza della legislatura. Questa la grande trovata della Bella, al secolo Maria Elena Boschi, e della Bestia ispiratrice, al secolo Matteo Renzi. Ai quali bisogna ricordare alcune circostanze, peraltro anche ovvie: 1) che l’avere raggiunto il consistente risultato del 40,8% dei suffragi in un’elezione per il parlamento europeo, con una percentuale dei votanti molto più bassa rispetto a quella delle elezioni politiche nazionali, non dà loro alcuna investitura per modificare l’architettura costituzionale in punti essenziali; 2) che l’avere contrattato, in un incontro tra pochi intimi, una riforma della legge elettorale molto simile, sotto diversi profili, a quella precedente, non li esime dal confronto in parlamento con i dissensi e le “fronde” che si determinano; 3) che avere legato una riforma elettorale, pensata solo per la Camera, a una sostanziale abolizione del Senato, nelle intenzioni da eleggere in modo indiretto, con la fine del cosiddetto bicameralismo perfetto, li espone a un iter così incerto (ve li vedete voi i senatori che, come docili capponi, si infilano da se stessi nel forno?) che il fallimento è altamente probabile.

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10 Marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il pasticcio è (quasi) servito

di Rino Genovese

PasticcioCome volevasi dimostrare. Il progetto di legge elettorale, che potremmo chiamare il renzarellum, era un pessimo progetto prima e lo è ancora di più oggi quando, tra molte difficoltà, sembrerebbe realizzarsi. Ciò che non va lo abbiamo detto subito: per noi, pervicacemente proporzionalisti, l’idea di soglie di sbarramento altissime, di premi di maggioranza e, soprattutto, di spareggi di tipo calcistico (che confermerebbero, quindi, la deriva plebiscitaria della politica italiana degli ultimi vent’anni) è qualcosa che dà i brividi – ma la questione, nel frattempo, è diventata un’altra, e da questa si deve ripartire con l’analisi.

In sostanza, il renzarellum è stato utile per preparare la messa in congedo di Letta, per indebolirlo con un accordo che, stretto da Renzi in primis con Berlusconi, ne travalicava la maggioranza di governo con i dissidenti berlusconiani. Una volta arrivato alla presidenza del consiglio, il rottamatore – che in verità di nulla si preoccupa se non del suo piccolo disegno di potere – ha tutto l’interesse a prendere tempo, a tirarla per le lunghe. È diventato lui Letta. E appaiono un po’ sciocchi quei renziani “doc” che non si rendono conto che un sistema elettorale unicamente per la Camera, in attesa che il Senato sia abolito, è proprio ciò che fa comodo al loro leader per poter restare al governo il più possibile, rinviando le elezioni e provando a consolidare, con la propaganda più che con i fatti, la sua immagine.

Sorprende invece, ancora una volta, l’atteggiamento della minoranza Pd (il compagno Alfredo D’Attorre, bersaniano, è stato il primo sostenitore dell’emendamento che ha disgiunto il destino della legge elettorale per la Camera da quella per il Senato, che resta così quella uscita dall’intervento della Corte costituzionale). Perché infilarsi, infatti, in un simile pasticcio? Già avere dato disco verde all’operazione “cacciata di Letta”, magari con l’intenzione d’incastrare Renzi, è un esempio di miopia. Che cosa mai potrà venirne fuori? O il disegno di potere del rottamatore si consolida – e dunque addio “sinistra Pd” e, forse, Pd tout court – o, al contrario, l’astro di Renzi declina e, con lui, anche la speranza di vincere le prossime elezioni e di condizionarlo… Se una sinistra Pd ci fosse (cioè se non si riducesse ai pochi sostenitori di Civati) avrebbe dovuto spingere per le elezioni anticipate in tempi ragionevoli e certi, per una messa alla prova del renzismo e delle sue possibilità di vittoria, tenendo in piedi nel frattempo il governo Letta. In quest’ottica il progetto di legge elettorale, semplice e snello, sarebbe stato quello di un ritorno al mattarellum, privo di qualsivoglia controindicazione al Senato, che, con l’introduzione di alcune modifiche, avrebbe anche consentito la governabilità. Far pesare la “minaccia” di elezioni anticipate, avrebbe implicato una politica di movimento in tutti i sensi. Invece nulla: ecco renziani e antirenziani finiti insieme in un’impasse senza precedenti. Evidentemente più preoccupata di perdere la prevalenza che oggi ha nei gruppi parlamentari che delle sorti della sinistra e del paese, la minoranza Pd ha finito con l’avvitarsi nello strano machiavello che è il renzarellum, scegliendo d’incastrare Renzi anziché tentare di condizionarlo secondo una linea di cambiamento.

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