17 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il mediterraneismo di Camilleri

Andrea Camilleridi Francesco Maria Tedesco

[Per un ricordo di Andrea Camilleri pubblichiamo questa nota sulla sua opera]

Racconta in più luoghi Andrea Camilleri, non ultimo in un dialogo di qualche anno fa con Tullio De Mauro, di essere sempre stato interessato al metodo usato da Giovanni Falcone per gli interrogatori dei mafiosi. Pare, stando a Camilleri a cui lo avrebbe detto il magistrato del pool Giuseppe Di Lello, che Falcone interloquisse con i suoi interrogati in dialetto, in modo da mettersi “a pari” loro, ragionando su un terreno comune, con codici condivisi. Uno volta, dice Camilleri, fu “scornato”: «Doveva interrogare un mafioso, un certo Pino Seddio ’ntisu ’u Piddaru, cioè soprannominato il Conciapelle. Quando entrò gli disse: “Senti, Pino ’u Piddaru, io ti volessi addimandare…”. E l’altro disse: “Fermo signor giudice, io mi chiamo Pino Seddio, e da questo momento in poi si parla in italiano”». Elias Canetti a un certo punto di Massa e potere1, e precisamente nel paragrafo intitolato «Afferrare e incorporare», descrive l’uomo che non è abbastanza forte da catturare la preda: «Il suo inseguimento, di per sé abile e appropriato, finisce per complicarsi in sommo grado. Spesso l’uomo ricorre alla trasformazione, che è suo talento peculiare, e imita accuratamente l’animale cui mira. Vi riesce così bene da ingannare la preda. L’uomo dice all’animale: “Io sono uguale a te, io sono te stesso. Puoi lasciarmi avvicinare”» (p. 244). Canetti chiama questo stratagemma “lusinga”, e più avanti, nella parte dedicata alla metamorfosi, spiega che essa in qualche modo si fonda su una separazione tra esterno e interno: pelli, corna, andatura, voce, simulano e imitano al fine di colpire la preda. Ma non siamo sicuri che in Falcone si trattasse di questo: Falcone era al contempo interno ed esterno rispetto al sicilianità dei suoi interlocutori. Tanto da condividere un certo modo tutto meridionale di parlare delle mafie, con un misto di orrore e compiacimento, come colui che sia andato all’inferno e che racconti il proprio viaggio agli spaventatissimi astanti forestieri. Si tratta di un modo molto tipico, che riscontriamo per esempio anche nel modo macho di narrare, soprattutto dal vivo, di Roberto Saviano.

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26 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La scuola in retromarcia

buona scuoladi Giovanna Lo Presti

È appena iniziato un nuovo anno scolastico, il secondo dell’era della “buona scuola” di Matteo Renzi e del ministro-fantasma dell’istruzione, Stefania Giannini. Meritocrazia ed efficienza continuano a essere le parole d’ordine del potere politico; e intanto il caos regna sovrano. Dai trasferimenti dei docenti alle immissioni in ruolo è tutto un susseguirsi di errori, di graduatorie da invalidare, di ricorsi. Il fatto che la Corte costituzionale più di un anno fa abbia ritenuto illegittimo il blocco del rinnovo contrattuale dei pubblici dipendenti non ha avuto ancora alcuna conseguenza. L’evidenza degli effetti negativi della “riforma” Fornero sulla scuola non ha prodotto, analogamente, alcun risultato. La scuola, ed è questa la cosa più seria, in buona parte è ridotta a luogo di contenimento delle giovani generazioni.

Per la prima volta, i dirigenti scolastici hanno elargito un bonus ai docenti meritevoli: non si sa con quali esiti, ma possiamo con ragione ritenere che saranno ritenuti “meritevoli” gli insegnanti più pronti ad accettare la linea ministeriale. E i dirigenti, valutati a loro volta, non avranno voglia di contrapporsi ma si daranno da fare perché i loro sottoposti non contrastino i “processi di riforma” (sostanzialmente autoritari e involutivi), in una spirale che garantirà il trionfo di un modello vuoto e burocratico. Intanto la scuola, quella vera, sta andando sempre più alla deriva. Purtroppo, la gran parte del corpo docente è affetto dalla sindrome della servitù volontaria e rinuncia a cuor leggero all’esercizio della critica, accontentandosi di mugugnare nelle sale insegnanti.

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