15 Agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Due o tre cose che so di Gramsci

Gramsci

di Rino Genovese

Nella pigra quiete della città estiva si può leggere il nuovo libro del nostro amico, alacre collaboratore della rivista, Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (Quodlibet, Macerata, 2016). Il volume offre un’utile ricapitolazione di un dibattito dimenticato, ma che c’interessò da giovani, intorno alla possibilità di trarre dal corpo del lascito gramsciano una definita posizione teorica di critica della cultura, in particolare della letteratura.

Dico subito che, mentre Gramsci appare fortissimo nell’analisi storica della formazione dello Stato italiano e delle sue classi dirigenti (il concetto di “rivoluzione passiva” da lui rielaborato, applicato all’Italia e non solo, è ancora oggi imprescindibile), sul piano estetico la dipendenza da alcuni stereotipi dell’epoca finisce, a mio avviso, col rendere sostanzialmente inutilizzabili le sue sparse proposte. L’idea di una letteratura nazionale-popolare, che non fosse appannaggio di pochi privilegiati ma si rivolgesse alle masse per educarle, non era forse – già allora, quando fu formulata nel chiuso di un carcere – in patetica controtendenza con le punte più alte della ricerca letteraria e artistica che, rompendo il linguaggio in vari modi e in diversa misura, si opponevano a una fruibilità immediata?

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4 Marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

«La grande bellezza»? Meglio niente, grazie

di Antonio Tricomi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 10  de Il Ponte – ottobre 2013 ]

La grande bellezzaE va bene: fingiamo pure che Flaubert, che era Flaubert, volesse realmente scrivere un “romanzo sul niente”, invece che “un libro su nulla”, e che egli davvero non abbia saputo realizzare un proposito cui, tuttavia, non risulta si sia mai dedicato, dal momento che tanto L’educazione sentimentale quanto Bouvard e Pécuchet, per esempio, nascono da tutt’altra ispirazione. Ma, allora, perché cimentarsi in un progetto che, cosí, tanto per chiacchierare, stiamo indebitamente ipotizzando essersi dimostrato superiore persino alle forze di uno fra i massimi autori della modernità? Il rischio è che ne risulti un ambiziosissimo film sul niente che poi si rivela niente e spinge gli spettatori a domandarsi: «non sarebbe stato meglio niente?». A chi non confonda un autentico e rigoroso talento visionario con un ossessivo manierismo che, per eccesso di gratuità, da potenziale virtuosismo onirico si degrada a monocorde formalismo asfittico, La grande bellezza di Paolo Sorrentino apparirà infatti nulla.

Una dopo l’altra, debordanti citazioni sia cinematografiche sia letterarie, raramente essenziali sotto l’aspetto figurativo o nell’economia della pressoché assente narrazione, si affastellano alla rinfusa, dando non troppo congruamente vita a una carrellata, immancabilmente qualunquistica, degli idoli e dei luoghi comuni del nostro tempo. Il quale, appunto perché rievocato con una sensibilità tutta estetizzante, non risulta – al di là delle intenzioni del cineasta, quali che fossero – né decostruito, o almeno effettivamente interrogato, né messo sotto accusa, o al limite assolto. Se il desiderio era cioè quello di svelare il cinico e disperato, anzi mortuario, abbrutimento etico, nonché lo smisurato e persino lugubre cattivo gusto che si cela sotto le triviali immagini di grottesca magniloquenza imposte dall’odierna società dello spettacolo e cui aspirano a uniformarsi anzitutto ceti abbienti sempre piú ipocritamente sguaiati, e se l’ambizione era altresí quella di reperire, sia pure in cotanto squallore, tracce o potenzialità di sopravvissuta o nuova bellezza, di riaffiorata o inedita decenza, Sorrentino manca entrambi gli obiettivi. Il suo oleografico ma fragoroso barocchismo, difatti, ne rende gli slanci satirici cosí ovvi e farseschi da ridurli a epidermici e buffoneschi, dunque a facili e spuntati, sberleffi. E il suo onnivoro compiacimento espressivo, benché voglia magari provare a riscattarle, degrada invece le poche chances o illusioni di grazia e di moralità, che pensa di poter ancora scoprire nella nostra epoca corrotta, a melensi reperti kitsch.

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