Due o tre cose che so di Gramsci

Gramsci

di Rino Genovese

Nella pigra quiete della città estiva si può leggere il nuovo libro del nostro amico, alacre collaboratore della rivista, Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (Quodlibet, Macerata, 2016). Il volume offre un’utile ricapitolazione di un dibattito dimenticato, ma che c’interessò da giovani, intorno alla possibilità di trarre dal corpo del lascito gramsciano una definita posizione teorica di critica della cultura, in particolare della letteratura.

Dico subito che, mentre Gramsci appare fortissimo nell’analisi storica della formazione dello Stato italiano e delle sue classi dirigenti (il concetto di “rivoluzione passiva” da lui rielaborato, applicato all’Italia e non solo, è ancora oggi imprescindibile), sul piano estetico la dipendenza da alcuni stereotipi dell’epoca finisce, a mio avviso, col rendere sostanzialmente inutilizzabili le sue sparse proposte. L’idea di una letteratura nazionale-popolare, che non fosse appannaggio di pochi privilegiati ma si rivolgesse alle masse per educarle, non era forse – già allora, quando fu formulata nel chiuso di un carcere – in patetica controtendenza con le punte più alte della ricerca letteraria e artistica che, rompendo il linguaggio in vari modi e in diversa misura, si opponevano a una fruibilità immediata?

Non vi era in Gramsci una sopravvalutazione molto italiana del contributo di Croce che, riducendo la dialettica hegeliana a una versione semplificata della teoria sociologica della differenziazione indotta dalla modernità, faceva della  pur differenziata sfera dell’arte il tempio di un’autonomia estetica basata, per giunta, sulla teoria romantica dell’intuizione-espressione come soffio autoriale nell’opera d’arte? Non vi era, nel tentativo di riannodare il legame con la società e la politica, una qualche forzatura in una critica che faceva fuori il Pirandello pirandelliano per valorizzare quello di Liolà (e questo, a suo maggior disdoro, da parte di un critico teatrale militante quale per un periodo era stato il pensatore sardo)? Infine, la stessa visione dell’intellettuale organico (anche a non volerla ridurre a quella di uomo di partito) non era troppo sbilanciata sui compiti immediati da assegnare a un’ipotetica direzione della “rivoluzione italiana”, che poi non si vide?

A tutte queste domande, evidentemente retoriche, il nostro Gatto risponderebbe senza esitazione “no”. Prende le mosse da qua il suo discorso, che ha il merito di essere del tutto non conformista rispetto a quello che è oggi un oblio non innocente del pensiero di Gramsci. La critica letteraria del dopoguerra pare al nostro autore, nonostante Gramsci e il dibattito intorno ai suoi scritti, completamente inficiata dal crocianesimo quando va alla ricerca dell’autonomia del fatto estetico, che era esattamente ciò che il dirigente comunista intendeva contestare. Non c’è un’arte separata perché la “dialettica dei distinti” non tiene; nella dialettica hegelo-marxiana lo stesso rapporto tra la forma e il contenuto (già messo a fuoco da De Sanctis) non è privo di tensione, conferendo al nesso tra la struttura e le “sovrastrutture” (al plurale) una funzione di raccordo problematica, che sta alla critica mettere a tema.

Nell’incapacità o impossibilità di arrivare a quest’altezza, il marxismo italiano si è arrotolato in una colpevole adialetticità, con qualche luce (come quella di Fortini), e con una critica del gramscismo di marca operaista che, non riuscendone a cogliere il nocciolo nel fuoco della sua polemica anti-togliattiana, si è aggrappata a un’altra autonomia, stavolta di classe – ma in fondo soltanto l’altra faccia dell’autonomia estetica crociana. Bel fallimento, insomma: un pensiero complesso e aperto, già oggetto di omaggio formale, criticato come una variante populistica (nel senso dei populisti russi), infine lasciato cadere perché, ahinoi, i tempi se n’erano andati da un’altra parte.

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