5 Settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Undici tesi e una conclusione sul Venezuela

Madurodi Juan Carlos Monedero1 , traduzione di Serena Romagnoli

[link testo orginale: https://www.brasildefato.com.br/2017/08/16/artigo-or-onze-teses-e-uma-conclusao-sobre-a-venezuela/]

1. Certamente, Nicolás Maduro non è Salvador Allende e non è neanche Hugo Chávez, ma quelli che realizzarono il golpe contro Allende e contro Chávez sono – e anche su questo non ci sono dubbi – gli stessi che ora stanno tentando il golpe in Venezuela.

2. I nemici dei tuoi nemici non sono tuoi amici. Si può anche non amare Maduro, senza che questo possa voler dire dimenticare che nessun democratico si può schierare dal lato dei golpisti, che hanno inventato gli squadroni della morte, i voli della morte, il paramilitarismo, l’assassinio della cultura, l’Operazione Condor, i massacri di contadini e indigeni, il furto delle risorse pubbliche. È comprensibile che ci siano persone che non vogliono schierarsi dalla parte di Maduro, ma è opportuno riflettere sul fatto che, in Europa, chi appoggia i golpisti sono i politici corrotti, i giornalisti mercenari, i nostalgici del franchismo, gli imprenditori senza scrupoli, i mercanti di armi, i sostenitori degli aggiustamenti economici, quelli che celebrano il neoliberismo.

Non tutti quelli che criticano Maduro sostengono queste posizioni politiche. Conosco persone oneste che non tollerano quello che sta accadendo in questo momento in Venezuela. Ma è evidente che, tra coloro che stanno tentando un golpe militare in questo paese, ci sono quelli che hanno sempre appoggiato i golpe militari in America Latina, o quelli che mettono i propri affari al di sopra della democrazia. I gruppi mediatici che stanno preparando la guerra civile in Venezuela sono gli stessi che hanno diffuso l’informazione che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa, che diffondono l’idea che è necessario salvare le banche con denaro pubblico, o che sostengono che l’orgia dei milionari e dei corrotti deve essere pagata da tutti con tagli e privatizzazioni. Condividere la trincea con queste persone dovrebbe indurre alla riflessione. La violenza deve sempre essere la linea rossa da non oltrepassare. Non ha senso che l’odio nei confronti di Maduro spinga persone oneste dalla parte dei nemici dei popoli.

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18 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo (2)

São Paulodi Rino Genovese

Sotto certi aspetti, il Brasile odierno ricorda l’Italia dei primi anni sessanta del Novecento. È una sensazione vaga, naturalmente, che può essere compresa soltanto da chi in quei tempi lontani era un giovane o un bambino – ma la stessa marea di automobili, tra cui moltissime Fiat, che invade le strade di questa megalopoli informe che è São Paulo, può essere messa in connessione, mutatis mutandis, con quel boom economico italiano che trovò la sua battuta d’arresto nella “congiuntura”, e aveva visto, nelle nostre piccole città restie al traffico, dilagare le Seicento e le Cinquecento, nuove vetture a portata di tutti. Anche qui il trionfo della motorizzazione privata, a scapito di uno sviluppo dei trasporti pubblici, l’affermarsi protervo dei consumi privati di contro a quelli collettivi, era il segno sia di un’uscita di tanti dalla povertà, sia di una distorsione individualistico-atomistica che precludeva forme più avanzate d’individualismo sociale. Non completamente, in verità, perché vi fu anche, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, quello che è rimasto in fondo l’unico esperimento riformista di ampio respiro che la storia italiana abbia conosciuto: il primo centrosinistra – fatto dai Fanfani, dai Nenni e dai Lombardi – che aveva tentato, con un’alleanza di governo tra la Dc e il Psi, di razionalizzare se non altro il sistema (anche in vista di sviluppi ulteriori, nella visione che fu di Lombardi), in una maniera che però di lì a poco, nel segno della successiva stabilizzazione riassunta dall’immobilismo moroteo, sarebbe retrospettivamente apparsa nient’altro che una fugace meteora.

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16 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo

dilma rousseff

di Rino Genovese

Mettiamola così: la socialdemocrazia è un’ottima risorsa finché un paese è in sviluppo, perché serve a ridistribuire il reddito, ma nei periodi di vacche magre, quando tutto si complica, bisognerebbe inventarsi qualche altra cosa che non sia alzare bandiera bianca cominciando a fare una politica di rigore.

Questa semplice considerazione, tra i grattacieli di São Paulo (sto scrivendo dal ventiquattresimo piano dell’edificio Copan, creazione anni cinquanta di Oscar Niemeyer), spiega sinteticamente ciò che sta accadendo in Brasile, il paese “mostro” del Sudamerica con i suoi duecento milioni e passa di abitanti di vario colore e svariata provenienza. Dopo il periodo Lula in cui, sull’onda dello sviluppo e mediante un compromesso tra gruppi sociali differenti, quaranta milioni di persone sono uscite dalla povertà, accedendo per la prima volta ai consumi (ah, quando si blatera contro il consumismo, come vorrei che si venissero a visitare un po’ i paesi dello storico sottosviluppo mondiale…) e formando una nuova “classe media” (il cui reddito, per comprendere le proporzioni rispetto all’Europa, si colloca tra i cinquecento e i mille euro al mese), dopo quel periodo fantastico, da circa un anno il Brasile è entrato in recessione, e si calcola che il prodotto interno lordo nel 2015 sarà tra il -2 e il -3%.

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