Da São Paulo

dilma rousseff

di Rino Genovese

Mettiamola così: la socialdemocrazia è un’ottima risorsa finché un paese è in sviluppo, perché serve a ridistribuire il reddito, ma nei periodi di vacche magre, quando tutto si complica, bisognerebbe inventarsi qualche altra cosa che non sia alzare bandiera bianca cominciando a fare una politica di rigore.

Questa semplice considerazione, tra i grattacieli di São Paulo (sto scrivendo dal ventiquattresimo piano dell’edificio Copan, creazione anni cinquanta di Oscar Niemeyer), spiega sinteticamente ciò che sta accadendo in Brasile, il paese “mostro” del Sudamerica con i suoi duecento milioni e passa di abitanti di vario colore e svariata provenienza. Dopo il periodo Lula in cui, sull’onda dello sviluppo e mediante un compromesso tra gruppi sociali differenti, quaranta milioni di persone sono uscite dalla povertà, accedendo per la prima volta ai consumi (ah, quando si blatera contro il consumismo, come vorrei che si venissero a visitare un po’ i paesi dello storico sottosviluppo mondiale…) e formando una nuova “classe media” (il cui reddito, per comprendere le proporzioni rispetto all’Europa, si colloca tra i cinquecento e i mille euro al mese), dopo quel periodo fantastico, da circa un anno il Brasile è entrato in recessione, e si calcola che il prodotto interno lordo nel 2015 sarà tra il -2 e il -3%.

In questa situazione Dilma Rousseff (che, indebolita dalle ultime elezioni, ha dovuto patteggiare con i suoi alleati di governo), sotto la pressione di un’opposizione che lei non esita a definire “golpista” e tra gli scandali di una corruzione endemica nel suo paese come in Italia, ha imboccato una via che è pressoché l’opposto di ciò che una socialdemocrazia può permettersi. La ridistribuzione del reddito che, sia pure “lenta”, come l’ha definita il politologo vicino al Pt André Singer, era apparsa inesorabile ai tempi di Lula, potrebbe diventare oggi un ricordo del passato. C’era stato, come si ricorderà, il movimento giovanile “passe livre”, nato intorno alla questione nient’affatto banale del trasporto gratuito – in un paese in cui gli autobus sono scassati, le metropolitane insufficienti e i treni non esistono –, a segnare un paio d’anni fa la rottura con il “clima Lula”, come si potrebbe chiamarlo, e a chiedere di fatto una ridistribuzione più veloce del reddito, orientata ai bisogni collettivi, nel momento in cui si impiegavano invece grandi somme di denaro pubblico nell’allestimento degli stadi per i campionati mondiali di calcio. Poi c’è stata, più di recente, una serie di manifestazioni di destra, volte a spingere Dilma alle dimissioni se non addirittura ad aprire una procedura di impeachment nei suoi confronti prendendo a pretesto gli scandali.

A noi che non ci lasciamo sorprendere dal fenomeno della corruzione (è il capitalismo, bellezza, e la corruzione c’era anche nei paesi del “socialismo reale”), ciò che interessa è che la speranza brasiliana non si spenga. Dilma perciò deve restare. Ma deve cercare di cambiare la sua agenda di politica economica – anche se è difficile, anche se il prezzo delle materie prime, come il petrolio di cui il Brasile è produttore, è oggi sceso drasticamente. In Brasile una crisi economica ha innescato una crisi politica. Il rischio è che anche la nuova “classe media”, cioè un ex-proletariato che teme costantemente di riscivolare nella condizione precedente, si allontani dal Pt. La stretta creditizia, l’interruzione dei programmi sociali, sarebbero la via più breve verso la catastrofe. Già oggi, rispetto all’anno passato, la disoccupazione è raddoppiata, il suo tasso nel 2015 si colloca tra il 7 e l’8% della forza lavoro. Non vorremmo che sia questa la tomba della socialdemocrazia brasiliana.

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