30 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Emergenza italiana, debito tedesco: questioni di metodo

Norimbergadi Luca Baiada

Con la pandemia di Covid-19 l’Italia cerca sostegno finanziario in sede europea, ma nell’Unione le posizioni degli Stati sono diversificate. La Germania è forte, ed è ovvio che si parli del suo debito per la Seconda guerra mondiale. Le cose che si sentono, però, proprio non vanno.

Un uomo di spettacolo diffonde un video che ha subito successo. Ricorda i danni della guerra, poi: «Grazie a Dio sono italiano. Sì, saremo cialtroni, saremo anche mafiosi, come dicono i tedeschi, ma siamo empatici, siamo umani, quindi grazie, grazie di essere italiani e non tedeschi». Parole sbagliate che neppure la difficoltà del momento giustifica.

L’europarlamentare Carlo Calenda, i presidenti delle Regioni Emilia-Romagna e Liguria, più nove sindaci importanti, pubblicano a pagamento una lettera su «Frankfurter Allgemeine Zeitung». L’esordio oracolare, «con il Coronavirus la storia è tornata in occidente», è appena spiegabile con l’intento di convincere chi legge. In sostanza, nella lettera gli accordi internazionali dopo la guerra sono raccontati alla grossa. Non si distinguono i debiti prebellici, cioè assunti contrattualmente dalla Germania prima del 1939, dai debiti non contrattuali, assunti facendo danni mediante la guerra. Non si distinguono neppure i debiti verso gli Stati e quelli verso i cittadini, anche italiani (familiari di vittime di strage, e loro eredi; deportati militari e civili, e loro eredi).

Altri appelli, su questo aspetto sono deludenti.

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19 Febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Il labirinto del silenzio: memoria senza i titoli di coda

Il labirinto del silenziodi Luca Baiada

Arriva con un po’ di ritardo, nelle sale italiane, Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli. È dedicato ai processi di Francoforte, celebrati a partire dal 1963, poco dopo il processo Eichmann di Gerusalemme. Anche a Francoforte furono giudicati criminali nazisti, e si giunse a condanne severe, a condanne miti e a qualche assoluzione.

Nel film, un giovane pubblico ministero è sconvolto dall’emergere della verità sui Lager, in particolare su Auschwitz, e dalle dimensioni della rete di complicità morale e di indifferenza, anche nel suo ambiente di lavoro. Superando incertezze e diffidenze, osteggiato da alcuni colleghi, sostenuto da altri, riuscirà a far celebrare un dibattimento di importanza eccezionale. Dalle pieghe della ricostruzione processuale emergeranno fatti e sentimenti inattesi, si apriranno crepe sconcertanti.

La cifra interessante del film sta proprio nello sguardo sul passato e sul presente, attraverso l’indagine sul vissuto unita al vissuto dell’indagine. È una chiave di lettura che arricchisce il discorso: forse la memoria del processo, con la messa in chiaro dell’attività investigativa, è una buona strada per le narrazioni dei nati dopo, un utensile contro l’oblio.

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