27 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Il socialismo e la gestione democratica delle imprese

Il socialismo e la gestione democratica delle impresedi Bruno Jossa

1. Ampiamente diffusa oggi è l’opinione che il marxismo sia morto perché il sistema sovietico di pianificazione centralizzato è fallito. Ma è vera, invece, l’opinione contraria. «Sono lontani i tempi – scriveva Bensaïd nel 2009 – in cui una stampa sensazionalistica annunciava trionfalmente al mondo la morte di Marx. […] Oggi il suo temuto ritorno fa scalpore. L’edizione tedesca del Capitale ha triplicato le vendite in un anno. In Giappone la sua versione manga è diventata un bestseller. […] A Wall Street ci sono state addirittura delle manifestazioni al grido di: “aveva ragione Marx!” (cfr., per es., Kellner, 1995, Stone, 1998 e soprattutto Cohen, 1978 e 2000). Quest’ultimo argomenta che «il fallimento sovietico può essere considerato un trionfo per il marxismo».

Oggi, infatti, conosciamo un modo per liberarci del capitalismo senza violenza rivoluzionaria, in base a decisioni parlamentari, perché il lungo dibattito sulla teoria economica delle cooperative di produzione che si è avuto, a seguito di un celebre articolo di Ward del 1958, ha mostrato chiaramente che è possibile creare un sistema d’imprese gestite dai lavoratori, che è un nuovo modo di produzione nel senso di Marx e che, pur non essendo il paradiso in terra, può funzionare assai bene.

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10 Dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Jeremy Corbyn, Hilary e Tony Benn

Hilary Benndi Vincenzo Accattatis

Hilary Benn, ministro degli Esteri nel governo-ombra, uomo molto ammirato nel «Labour» per la sua schiettezza, figlio di Tony Benn, mercoledí 2 dicembre ha parlato alla Camera dei Comuni sulle incursioni aeree in Siria (Nicholas Watt, Hilary Benn: of the tribe but his own man, «The Guardian», 04.12.2015). Ha iniziato facendo lodi non ipocrite al leader del partito, Jeremy Corbyn, e poi ha espresso con schiettezza il suo punto di vista in dissenso, molto applaudito: ha detto che la tradizione «Labour» imponeva il voto favorevole all’airstrike.

Splendido discorso, ha commentato Pat McFadden, ministro-ombra per le questioni europee, ma, fosse stato presente suo padre, Tony, si sarebbe espresso contro l’airstrike. Tony ha combattuto memorabili battaglie contro il bellicismo inglese, ha contrastato le guerre Bush-Blair. Alex Salmond, ex ministro in Scozia, ha detto, che Tony si è rivoltato nella tomba, anche se ha educato il figlio a esprimere le proprie idee senza riguardo per alcuno.

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9 Marzo 2015
pubblicato da Il Ponte

Obama, Netanyahu e la politica in Medio Oriente

Obamadi Vincenzo Accattatis

«Mr. Speaker, Mr. Vice President, Members of Congress, miei concittadini», siamo nel nuovo secolo da 15 anni. 15 anni di vita difficile: due lunghe e costose guerre e «una difficile recessione», «tempi duri per molti», ma lo Stato dell’Unione è solido, l’America è in ripresa economica e resta la nazione piú potente del mondo. Oggi, per la prima volta a partire dal 9 settembre, la nostra missione in Afghanistan è terminata. Anche la guerra in Iraq volge al termine. Siamo orgogliosi del coraggio e della capacità di sacrificio degli uomini e delle donne «della Generazione del 9 settembre», ma su guerra e pace occorre essere saggi  sto riprendendo dallo «State of the Union Address» di Obama del 20 gennaio scorso. Obama continua. Quale «Commander-in-Chief», il mio primo dovere è quello di difendere gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti guidano il mondo, ma «… the question is not whether America leads in the world, but how», il mondo si governa usando la testa, non solo le armi.

Obama risponde cosí a quanti l’hanno accusato e l’accusano di codardia, di non essere un presidente all’altezza. Alcuni titoli dell’«Economist» lo fustigano: The courage factor («The Economist», 19.03.2011), The reluctant warrior («The Economist», 26.03.2011), Fight this war, not the last one («The Economist», 07.09.2013). Con la sua codardia Obama mette in pericolo tutto l’Occidente: The weakened West («The Economist», 21.09.2013  titolo a tutta coperta) e Le professeur Obama et ses ambivalences distinguées («Le Monde», 30.05.2014 editoriale). In Occidente vi sono molti guerrieri.

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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