Jeremy Corbyn, Hilary e Tony Benn

Hilary Benndi Vincenzo Accattatis

Hilary Benn, ministro degli Esteri nel governo-ombra, uomo molto ammirato nel «Labour» per la sua schiettezza, figlio di Tony Benn, mercoledí 2 dicembre ha parlato alla Camera dei Comuni sulle incursioni aeree in Siria (Nicholas Watt, Hilary Benn: of the tribe but his own man, «The Guardian», 04.12.2015). Ha iniziato facendo lodi non ipocrite al leader del partito, Jeremy Corbyn, e poi ha espresso con schiettezza il suo punto di vista in dissenso, molto applaudito: ha detto che la tradizione «Labour» imponeva il voto favorevole all’airstrike.

Splendido discorso, ha commentato Pat McFadden, ministro-ombra per le questioni europee, ma, fosse stato presente suo padre, Tony, si sarebbe espresso contro l’airstrike. Tony ha combattuto memorabili battaglie contro il bellicismo inglese, ha contrastato le guerre Bush-Blair. Alex Salmond, ex ministro in Scozia, ha detto, che Tony si è rivoltato nella tomba, anche se ha educato il figlio a esprimere le proprie idee senza riguardo per alcuno.

Hilary è «a Benn but not a Bennate», e certamente avrà un avvenire nel «Labour», per larghissima parte moderato e blairiano. Presto sentiremo parlare di lui, ma non perché vuole fare le scarpe a Corbyn, non è nel suo temperamento. Hilary non pugnala alle spalle i compagni di partito, fa politica secondo le sue idee, aspetta il suo turno, lavora per il migliore successo del partito. In Gran Bretagna hanno la fortuna di avere un partito socialista. Comunque, nota Watt, Hilary «per Corbyn presenta un curioso dilemma». Il ministro-ombra degli esteri rappresenta ed esprime ciò che in politica estera «Corbyn ha contrastato negli ultimi trenta anni». Il «Labour» vive in effetti una profonda contraddizione.

Per noi italiani di sinistra va colta l’occasione di questo dibattito all’interno del «Labour» per ricordare la splendida figura del socialista Tony, nato Anthony Neil Wedgwood Benn, poi Anthony Wedgwood Benn, poi Tony Benn: prima moderato, poi uomo sempre piú a sinistra per quattro ragioni, da lui enunciate, che è bene ricordare.

La prima: perché dall’esperienza di governo apprende che i governi promettono riforme sociali che poi non realizzano in concreto. La seconda: perché si rende conto che nella sua vita interna il «Labour» non è affatto democratico, come dice di essere, ma è invece diretto in modo autocratico dal leader («almost as if it were his personal kingdom»). La terza: perché si rende conto che i cosiddetti governi democratici sono, in effetti, i governi degli industriali e dei banchieri. La quarta: perché si rende conto che, «like the power of the medieval Church» («come il potere della Chiesa nel Medioevo»), i mass media manipolano la pubblica opinione «events of the day are always presented from the point of the view of those who enjoy economic privilege», sicché è prioritario cercare di realizzare un sistema di informazione minimamente onesto.

Le quattro ragioni lo hanno portato a concludere «che solo superficialmente la Gran Bretagna è governata dal Parlamento e da coloro che lo eleggono» («These [four] lessons led me to the conclusion that the UK is only superficially governed by MPs and the voters who elect them»). «In realtà la democrazia parlamentare è un modo per eleggere dei deputati che assicurino un ricambio apparente mentre il potere resta sempre nelle stesse mani» («Parliamentary democracy is, in truth, little more than a means of securing a periodical change in the management team, which is then allowed to preside over a system that remains in essence intact»).

Per esprimere il concetto con le parole di Noam Chomsky: «cambiano i cavalieri, ma il cavallo è sempre lo stesso».

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