1 Maggio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Che cosa insegna il Brasile

Brasiledi Rino Genovese

L’esperienza socialdemocratica brasiliana appare arrivata al capolinea. Il ciclo iniziato con la presidenza Lula nel 2003, durato all’incirca un decennio – quando il Brasile era sostenuto da una crescita impetuosa e quindi una ridistribuzione del reddito, con la conseguente estensione dei diritti sociali, era nelle cose –, è terminato in una recessione economica, dovuta in larga misura alla caduta sui mercati internazionali del prezzo del petrolio, e in una campagna intorno alla corruzione strumentalizzata dalla destra. La presidenta Dilma Rousseff è oggi sull’orlo di una destituzione le cui motivazioni sono pretestuose, e che tuttavia è l’indice di una notevole perdita di credibilità da parte del Partito dei lavoratori.

Al di là di questo nodo istituzionale, però, una riflessione più ampia va sviluppata: accade oggi in Brasile ciò che, sia pure in un arco di tempo più lungo e con tutte le differenze del caso, è già avvenuto in Europa. La ridistribuzione del reddito, che in Brasile ha fatto uscire dalla povertà una ventina di milioni di persone creando per la prima volta in quel paese un ampio settore di “classe media”, si morde la coda. È un paradosso – ma è la realtà: sono le stesse politiche sociali, apprezzate da molti nei periodi di vacche grasse, che diventano indigeste (in certi casi perfino a quegli stessi che ne sono stati i beneficiari) nei periodi di vacche magre. Il riflesso condizionato, come sappiamo, è l’austerità neoliberista. “Si salvi chi può”, questo lo slogan che riprende quota dopo una fase di forte ridistribuzione del reddito. La tendenza è a chiudersi nel proprio “particulare”: ritornano in auge forme d’individualismo atomistico dopo un momento che era parso aprire all’individualismo sociale (quello che punta, per fare un esempio, sul soddisfacimento dei bisogni collettivi anziché sullo sviluppo di consumi puramente privati).

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20 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo (3)

Olof Palmedi Rino Genovese

Non è da poco quello che è successo in Brasile negli ultimi dieci-dodici anni, perché è il primo esperimento socialdemocratico ad ampio raggio che si sia visto sul continente sudamericano e in un paese di oltre duecento milioni di abitanti. La “socialdemocrazia reale”, quella che abbiamo conosciuto nei paesi nordici europei, appariva qualcosa di locale, buona per paesi ricchi abitati da quattro gatti, di forte tradizione protestante. Così è stata “vissuta” la Svezia: lo slogan “dalla culla alla tomba” (che indica la pervasività finanche un poco totalitaria dello Stato sociale, capace di accompagnare il cittadino lungo l’intero percorso della propria vita) è stato letto nei termini di uno statalismo eccessivo, che finiva non soltanto con l’addormentare le contraddizioni del capitalismo (questa era la critica da sinistra) ma anche con lo svuotare l’individuo della sua responsabilità (e questa era la critica da destra). Nel modello svedese, tuttavia, né il problema degli sviluppi ulteriori verso forme più avanzate di socialismo è mai stato precluso – Olof Palme poneva ancora la questione di un superamento del capitalismo –, né l’individuo è mai diventato un puro involucro vuoto, come sa chiunque abbia visto i film di Ingmar Bergman con i suoi conflitti morali e interpersonali.

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29 Marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Riparlando di Berlinguer

di Rino Genovese

Enrico BerlinguerEnrico Berlinguer è morto trent’anni fa in circostanze drammatiche, come un attore sulla scena. E Walter Veltroni non gli rende certo un favore dedicandogli un film che più brutto non si può: un’insensata agiografia priva sia di stile sia di contenuti. Si pensi che l’unica “rivelazione” offerta dal film, in cui a un certo punto sono inquadrate le pagelle del futuro segretario del Pci, è che il piccolo Enrico, nato nel 1922, andava male a scuola: non si sa se per semplice asineria o per spirito ribelle contro i metodi educativi fascisti. Ciò che manca completamente – e pour cause, si direbbe, essendo Veltroni uno degli affossatori della storia del comunismo in Italia – è il tentativo anche minimo di un bilancio critico circa la sua figura. Che non fu, al di là della onestà e della simpatia umana universalmente riconosciute, quella di un uomo politico innovativo, quanto piuttosto quella di un gestore alla fin fine immobile di un patrimonio ideale, quasi un “italo Amleto” incapace di prendere la decisione che avrebbe potuto davvero mutare la storia italiana: mi riferisco a una rottura formale e ufficiale con il mondo sovietico, anche a costo di spaccare il partito e di perdere voti.

Il Pci berlingueriano rimase uno strano ibrido: socialdemocratico, se non addirittura liberaldemocratico, nella sostanziale pratica politica e di amministrazione (ricordo qui che, per uno come lo svedese Olof Palme, tanto per fare il nome di un socialista europeo contemporaneo di Berlinguer, il superamento del capitalismo mediante una strategia di riforme era un obiettivo del tutto plausibile), e però ispirato al principio leninista del centralismo democratico, legato al mito della rivoluzione d’ottobre (che solo da ultimo, e con molte cautele, parve al segretario del Pci avere perso la “spinta propulsiva”). Un singolarissimo “né carne né pesce” che finì con l’incrementare il gioco degli specchi deformanti tipico della politica italiana in cui nessuno è mai quello che è, consentendo al Psi di Craxi (un personaggio di cui Berlinguer aveva chiaramente compreso le potenzialità distruttive per il più antico partito italiano) di stringere un’alleanza strategica con la Dc nella prospettiva dell’anticomunismo; laddove sarebbe stato logico e conseguente per Berlinguer, se non altro nell’ultima fase della sua vita, dichiarare una rottura che avrebbe potuto aprire il sistema, senz’affatto rinnegare quegli “elementi di socialismo” che – peraltro non si sa bene come – pensava d’introdurre nella vita nazionale.

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