16 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo

dilma rousseff

di Rino Genovese

Mettiamola così: la socialdemocrazia è un’ottima risorsa finché un paese è in sviluppo, perché serve a ridistribuire il reddito, ma nei periodi di vacche magre, quando tutto si complica, bisognerebbe inventarsi qualche altra cosa che non sia alzare bandiera bianca cominciando a fare una politica di rigore.

Questa semplice considerazione, tra i grattacieli di São Paulo (sto scrivendo dal ventiquattresimo piano dell’edificio Copan, creazione anni cinquanta di Oscar Niemeyer), spiega sinteticamente ciò che sta accadendo in Brasile, il paese “mostro” del Sudamerica con i suoi duecento milioni e passa di abitanti di vario colore e svariata provenienza. Dopo il periodo Lula in cui, sull’onda dello sviluppo e mediante un compromesso tra gruppi sociali differenti, quaranta milioni di persone sono uscite dalla povertà, accedendo per la prima volta ai consumi (ah, quando si blatera contro il consumismo, come vorrei che si venissero a visitare un po’ i paesi dello storico sottosviluppo mondiale…) e formando una nuova “classe media” (il cui reddito, per comprendere le proporzioni rispetto all’Europa, si colloca tra i cinquecento e i mille euro al mese), dopo quel periodo fantastico, da circa un anno il Brasile è entrato in recessione, e si calcola che il prodotto interno lordo nel 2015 sarà tra il -2 e il -3%.

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