12 Novembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Una storia di diritti e di potere

Israeledi Gian Paolo Calchi Novati

Il numero sette ha avuto un ruolo importante nella vita dello Stato di Israele moderno. Si comincia dal 1897, l’anno del primo Congresso sionista convocato da Theodor Herzl a Basilea. Seguirà, durante la Prima guerra mondiale, la Dichiarazione Balfour del 1917. Nel 1947 finì il mandato della Gran Bretagna e una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì la spartizione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico. Vale ancora oggi lo spartiacque rappresentato dalla Guerra dei sei giorni: la vicenda di Israele come Stato e come attore regionale ha un prima e un dopo il 1967. Non è cambiata solo la geografia di Israele e, di riflesso, della Palestina, il suo fratello gemello mai nato. È la natura stessa dello Stato ebraico ad aver mutato di senso influendo sul suo codice identitario fra ebraicità e israelianità e sul modo di interagire con la politica del Medio Oriente e del mondo. Nel 1977, per la prima volta un presidente egiziano sbarcò in Israele e pronunciò un discorso alla Knesset: Anwar Sadat – consapevole delle responsabilità che competevano all’Egitto per essere lo Stato arabo più importante per popolazione, capacità militari e potenzialità economiche – aveva rotto gli indugi e chiese la pace, riconoscendo la sconfitta nel confronto con quel prodotto del sionismo che gli arabi avevano commesso l’errore di ritenere un accidente transeunte.

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20 Marzo 2015
pubblicato da Il Ponte

La vittoria di Netanyahu

di Vincenzo Accattatis

Nel suo negozio di articoli sportivi, nel villaggio palestinese di Hizme, Mohammad al-Kiswani riflette sulla vittoria di Binyamin Netanyahu: «quando vinse, in passato, cercò di asfissiare i palestinesi, questa volta farà peggio». Non piú due Stati, come in passato aveva promesso, ma un solo Stato, con sempre ulteriore occupazione dei territori palestinesi. Netanyahu «ha buttato la maschera», mostrando il suo vero volto (Peter Beaumont e Sufian Taha, Netanyahu’s victory is clear break with US-led peace process, «The Guardian», 18.03.2015). Mohammad al-Mahdi è non meno preoccupato e dice: “certamente le cose peggioreranno, Israele è divenuto un paese carico di odio, di paura e di razzismo”.

C’è un paradosso, dal punto di vista dei palestinesi, nella vittoria di Netanyahu. Per loro, in certa misura, può addirittura essere fatto positivo, perché dirada le nebbie, fa vedere a tutti le cose con maggiore chiarezza: finalmente Netanyahu ha buttato la maschera, ha detto chiaramente al mondo intero che per lui non vale piú la soluzione «due popoli, due Stati», ha rinnegato il suo discorso di Bar-Ilan del 2009.

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18 Settembre 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Nell’occhio del ciclone

occhio del ciclonedi Lanfranco Binni

Se perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese. Bisogna «fare in fretta» perché il terrorismo occidentale sta incontrando crescenti reazioni, e la strategia del caos, figlia del pragmatismo statunitense e ispirata al vecchio adagio divide et impera declinato da un’oligarchia incolta e senza storia, ha il respiro corto e rivela facilmente i suoi congegni: esemplare la vicenda dell’Isis, organizzato e finanziato dagli Stati uniti contro la Siria nel disegno di disgregare ogni assetto statuale nell’area Iraq-Siria-Iran e di eliminare una retrovia storica dei palestinesi; oggi l’Isis, con il suo sedicente stato islamico, è presentato dai media occidentali come la più feroce minaccia all’Occidente, ma è davvero così? Con il pretesto di salvare l’umanità dai crimini dell’Isis, nel suo ultimo discorso alla nazione il premio Nobel per la pace Obama si è riservato una guerra di lunga durata, a partire dai bombardamenti del territorio siriano e dal sostegno agli «islamici moderati» contro l’esercito siriano. Anche i combattenti dell’Isis erano stati definiti «moderati» all’inizio della campagna americana contro la Siria, e la decisione di bombardare l’esercito siriano era già stata presa da Obama nel 2013, costretto a rinviarla per le reazioni internazionali. Ancora pretesti: l’assassinio dei tre giovani israeliani in Cisgiordania fu immediatamente attribuito ad Hamas e innescò l’attacco al ghetto di Gaza (2000 morti, di cui 500 bambini); quel delitto, al quale Hamas si è sempre dichiarata estranea, si è rivelato un ottimo investimento per il governo israeliano, che notoriamente infiltra propri agenti provocatori nella galassia delle formazioni palestinesi.

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26 Luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Fobie contrapposte

Fobie contrappostedi Rino Genovese

Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda. Quelli che a Parigi chiamano a manifestare a favore dei palestinesi di Gaza (tra cui il vecchio raggruppamento trotzkista Ligue communiste divenuta oggi il Nouveau parti anticapitaliste) fanno fatica a non essere travolti dall’ondata giovanile “algerina”, che viene dalle banlieues e ce l’ha con gli israeliani non in quanto tali ma in quanto ebrei. È vero, sull’ambiguità di uno Stato come terra promessa, nato dalla risposta alla catastrofe europea novecentesca, Israele ha costruito gran parte delle sue fortune: e tuttavia la distinzione andrebbe sempre tenuta presente a ricordo dei sommersi e dei salvati, come li chiamava Primo Levi, e per non strappare quella pur imperfetta democrazia che l’Europa ha conquistato faticosamente al prezzo di tanto sangue.

Tutto è cominciato, peraltro, non con la protervia di Israele (questa c’era fin dalle sue origini) ma con il dislocarsi della stella palestinese e araba da una politica laica, anticolonialista e nazional-patriottica con venature socialiste, verso un integralismo religioso su basi nazionalistiche, che a Gaza Hamas esprime in modo compiuto. Così nella metropoli postcoloniale, particolarmente in Francia, una gioventù nata dall’immigrazione si è andata sempre più collocando su posizioni islamiste quando non jihadiste in senso stretto. Ne sono venuti gli attacchi alle sinagoghe, una giudeofobia diffusa nelle banlieues che è il corrispettivo della islamofobia che serpeggia nei quartieri bene. Lo si deve affermare con forza: questa situazione è il risultato di un mondo – di un’Europa in primo luogo – che non ha mai veramente risolto la questione coloniale, cioè le sue conseguenze storiche nella cosiddetta madrepatria, e nemmeno – bisogna dirlo – nei paesi terzi il problema di un’autentica indipendenza, in primis economica, che riuscisse a far crescere una democrazia autoctona. Il fallimento pressoché completo delle recenti rivolte nel mondo arabo, con la lunga serie di sanguinose repressioni (si pensi in particolare all’Egitto), sta lì a dimostrarlo: si tratta di realtà sociali e politiche in cui la religione è diventata la maggiore forza di opposizione a regimi militari e dittatoriali per lo più corrotti.

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