12 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

L’attacco a Piercamillo Davigo e l’indipendenza della magistratura

Piercamillo Davigodi Ferdinando Imposimato

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, moderato illuminato, ha messo il dito sulla piaga purulenta che da anni affligge l’Italia e alimenta le gravi ingiustizie sociali a scapito di lavoratori, giovani, disoccupati, insegnanti e pensionati: la corruzione politica, che è causa dell’espansione della criminalità organizzata di stampo mafioso e del degrado della vita civile. L’Italia è al 72° posto (su 182 paesi) nella lotta alla corruzione, insieme al Ghana e alla Macedonia e prima della Bulgaria. La corruzione pubblica e privata costa ai cittadini 70 miliardi di euro all’anno, con una tendenza all’aumento. Anziché dare piena attuazione alla convenzione di Strasburgo contro la corruzione del 27 gennaio 1999, ratificata dall’Italia, la legge Severino del novembre 2012 ridusse le pene per la concussione fraudolenta, facendo prescrivere decine di processi contro i grandi ladri di Stato.

Il succo della denunzia di Davigo è chiaro. Occorre non solo correggere la ex Cirielli, la legge mannaia dei processi di corruzione varata da Berlusconi e ancora vigente, ma anche ripristinare la pena per il delitto di concussione (ridimensionata dal ministro della Giustizia Severino), la cui modifica ha provocato – come si è detto – l’estinzione di molti processi, un enorme sperpero del denaro pubblico, un aumento delle tasse per i cittadini e la fuga dall’Italia di migliaia di investitori stranieri.

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5 Settembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Grandi opere pubbliche, grande corruzione

Grandi opere pubblichedi Ferdinando Imposimato

Sandro Pertini a Francesco Saverio Nitti, che, incaricato di formare il nuovo governo, aveva detto «dirò tutta la verità perché il Paese si orienti spontaneamente sui doveri indeclinabili dell’ora», rispose con estrema durezza in un articolo pubblicato sul «Lavoro nuovo» il 18 maggio 1947. Scrisse infatti: «per noi la ragione prima dell’aggravarsi della situazione economica e dell’instabilità politica, in cui viviamo da mesi, bisogna ricercarla soprattutto nella sperequazione dei sacrifici che pesano sul popolo italiano. Vi è una parte del nostro popolo, la maggioranza – che va dall’operaio al professore, dall’impiegato al magistrato, dal disoccupato al pensionato – la quale è costretta a sopportare tutto il peso dell’attuale situazione. Un’altra parte, invece, ha più di quanto abbisogni e si rifiuta non solo di accettare sacrifici, ma specula sulla presente situazione per aumentare il proprio benessere, rendendo più penoso il sacrificio altrui. Ora è ingenuo pensare che questa parte del popolo italiano accetti spontaneamente i doveri indeclinabili dell’ora. Ricordiamo quanto disse il ministro del Tesoro: “bisogna far pagare le classi abbienti”. E forse proprio per questo è stato liquidato».

Ma l’impresa di ridurre i privilegi non riuscì nemmeno a Pertini quando gli si presentò l’occasione, nel giugno 1968, dopo l’insediamento come presidente della Camera dei deputati. Disse: «Noi dobbiamo pensare di lavorare in una casa di cristallo. Da noi deve partire l’esempio di attaccamento agli istituti democratici e soprattutto l’esempio di onestà e di rettitudine. Perché il popolo italiano ha sete di onestà. Su questo punto dobbiamo essere intransigenti prima verso noi stessi, se vogliamo poi esserlo verso gli altri. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che la corruzione è nemica della libertà. E non dimentichiamo che i giovani ci stanno a guardare».

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