L’attacco a Piercamillo Davigo e l’indipendenza della magistratura

Piercamillo Davigodi Ferdinando Imposimato

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, moderato illuminato, ha messo il dito sulla piaga purulenta che da anni affligge l’Italia e alimenta le gravi ingiustizie sociali a scapito di lavoratori, giovani, disoccupati, insegnanti e pensionati: la corruzione politica, che è causa dell’espansione della criminalità organizzata di stampo mafioso e del degrado della vita civile. L’Italia è al 72° posto (su 182 paesi) nella lotta alla corruzione, insieme al Ghana e alla Macedonia e prima della Bulgaria. La corruzione pubblica e privata costa ai cittadini 70 miliardi di euro all’anno, con una tendenza all’aumento. Anziché dare piena attuazione alla convenzione di Strasburgo contro la corruzione del 27 gennaio 1999, ratificata dall’Italia, la legge Severino del novembre 2012 ridusse le pene per la concussione fraudolenta, facendo prescrivere decine di processi contro i grandi ladri di Stato.

Il succo della denunzia di Davigo è chiaro. Occorre non solo correggere la ex Cirielli, la legge mannaia dei processi di corruzione varata da Berlusconi e ancora vigente, ma anche ripristinare la pena per il delitto di concussione (ridimensionata dal ministro della Giustizia Severino), la cui modifica ha provocato – come si è detto – l’estinzione di molti processi, un enorme sperpero del denaro pubblico, un aumento delle tasse per i cittadini e la fuga dall’Italia di migliaia di investitori stranieri.

Ma questo non basta: occorre punire il conflitto di interessi che un tempo era regolato da una norma generale; l’interesse privato in atti di ufficio, delitto abrogato improvvidamente dal governo Andreotti nel 1990 assieme al peculato per distrazione, punito dall’art. 314 cp. Da qui iniziò l’esplosione della crisi di legalità, oltre che economica, morale e politica, che ha portato l’Italia a essere una democrazia con connotazioni criminali molto diffuse.

La corruzione ha fatto aumentare in Italia il costo delle grandi opere pubbliche, come ha accertato la Corte dei conti, con analisi e relazioni cadute nel vuoto. Ciò anche per le numerose varianti in corso d’opera che le imprese riescono a farsi approvare. È un fatto indiscutibile: il governo Renzi ha omesso misure efficaci contro la corruzione pubblica e privata, il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e il voto di scambio, che sono strumentali a delitti di corruzione ed evasione fiscale.

La Comunità europea denunziava inoltre il fatto che l’Italia, pur avendo ratificato a giugno 2013 la convenzione penale e civile sulla corruzione, per contrastare «l’elevatissimo numero di indagini sui casi di corruzione nelle alte sfere, [aveva] lasciato tuttavia irrisolti una serie di problemi sulla prescrizione, lasciando in vita leggi inadeguate alla gravità del fenomeno» (Ce, 3 febbraio 2014). E non c’è dubbio che le grandi opere pubbliche in Italia siano le principali cause di diffusione del crimine organizzato di stampo mafioso, di distruzione del territorio e di diseguaglianze sociali. Carente è anche la lotta all’evasione fiscale che costa agli italiani 154 miliardi di euro l’anno: manca un’efficace legge contro gli evasori e non si è visto niente di concreto in termini di leggi repressive. Manca, dopo molte promesse del ministro Padoan, un accordo dell’Italia con la Svizzera, come quelli già conclusi da Germania e Gran Bretagna, per l’imposizione di imposte sui capitali trafugati all’estero. Il fisco italiano recupererebbe una somma pari a 100 miliardi di euro all’anno. Lucio Picci ordinario di Politica economica a Bologna, studioso del tema della corruzione e consulente di diverse organizzazioni internazionali quali la Commissione europea e la Banca mondiale, e del governo italiano, afferma che, se si riuscisse a portare il tasso di trasparenza dell’Italia a livello della Germania, il nostro paese crescerebbe di 585 miliardi di euro in più all’anno.

Il danno della corruzione per l’economia italiana è enorme. Ma questo non scuote la coscienza civile del premier Renzi e della maggioranza. La verità è semplice: per i corrotti vige una sostanziale impunità che spinge a ripetere e a intensificare i fatti di corruzione che – si sa – verranno perseguiti nella fase iniziale, ma resteranno impuniti per via della prescrizione, con la sottrazione di ingenti risorse a settori cruciali della vita economica del paese.

Nel 2015 in Italia solo 228 persone risultavano detenute per crimini economico-finaziari, di cui le tangenti rappresentavano solo una minima parte. Nel 2014 «L’Espresso» accertò che i detenuti definitivi per la sola corruzione erano appena 11, mentre in Germania erano ben 6.271. Ed è assurdo pensare che la mancanza di condanne sia dovuta a inazione dei giudici, i quali subiscono leggi errate e volutamente favorevoli ai corrotti.

Appare ampiamente giustificata l’analisi del magistrato Davigo alla lectio magistralis al master dell’Università di Pisa su prevenzione e contrasto di criminalità organizzata e corruzione. Dice Davigo: «La classe dirigente di questo paese, quando delinque, fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi». E conclude: «La corruzione è un reato segreto, occulto, non si fa davanti a testimoni, è noto solo a corrotti e corruttori, non viene quasi mai denunciato. È un reato a cifra nera. È un reato seriale. Per questo è necessario premiare chi parla». Critico l’ex sottosegretario del governo Renzi, oggi vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini: «Le parole del presidente Anm rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il paese non hanno alcun bisogno». Ma il paese deve sapere quali sono le cause della crisi spaventosa che ci attanaglia. Davigo ha correttamente denunziato che il governo e la maggioranza non combattono la corruzione, ma l’alimentano con leggi criminogene. In un’intervista al «Corriere della sera» Davigo aveva detto: «I politici non hanno smesso di rubare. Hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».

Contando sulla memoria corta degli italiani e sulle alchimie delle leggi, Renzi, travolto dall’ondata di scandali che coinvolge 17 su 20 regioni italiane, ripeteva il ritornello furbesco: «attendo le sentenze». È una delle sue tante sceneggiate ormai stucchevoli. Egli sa che per i delitti di corruzione i vari governanti che si sono alternati al potere hanno costruito, attraverso leggi ad hoc, un sistema di impunità fondato su un binomio: 1) la lieve entità delle pene per i gravi delitti di corruzione e concussione, e 2) prescrizione in tempi brevi, che porta, quest’ultima, alla morte di quasi tutti i processi, che non possono essere conclusi in tempi brevi per via dei molti adempimenti tecnici, perizie, rogatorie internazionali e ostacoli di ogni genere. Ma si fa credere, fraudolentemente, che la morte dei processi sia dovuta ai magistrati lavativi e fannulloni.

Bisognerebbe tuttavia ricordare gli espedienti furbeschi del governo. Sotto la pressione di una pubblica opinione esasperata dagli scandali e dalle ruberie, emerse grazie alle indagini di vari magistrati di diverse città d’Italia, il premier ha fatto approvare dalla Camera dei deputati, il 20 marzo 2015, la legge sulla prescrizione più lunga per tutti i reati, e in particolare per quelli di corruzione. La Camera ha varato la riforma della ex Cirielli con 274 sì, 26 no e 121 astenuti. Sembrava il primo passo per estirpare il cancro ma non era così. Il premier Renzi, così sollecito nel ricorso al voto di fiducia per l’approvazione di leggi criminogene come la legge «Sblocca Italia», la legge «Salva banche», la legge «Imu-Banchitalia», in favore di gruppi di potere, lobbies e potenti banche private, ha insabbiato la legge sulla prescrizione, che giace al Senato da oltre un anno senza che nessuno protesti. E si vorrebbe far credere agli ignari italiani che i ritardi e la mancanza di sentenze di condanna nei processi contro corrotti e corruttori sia dovuta a negligenza o incuria dei magistrati. E la cosa trova l’appoggio di gran parte della stampa nazionale e di una tv che parla con una sola voce: quella del capo del governo che ci riempie di bugie.

Eppure l’approvazione della legge sulla prescrizione al Senato si sarebbe potuta fare in pochi minuti, come il premier ha fatto con leggi che interessavano il genitore di un proprio ministro e i suoi amici: la legge «Salva banche» a favore dei truffatori di migliaia di risparmiatori, la legge a favore di alcuni enti clienti del ministro per lo sviluppo economico, la legge che stravolge la Costituzione, la legge a favore di grandi imprese petrolifere.

La legge ad personas più vergognosa è stata il decreto-legge n. 183 del 22 novembre 2015, «Salva banche». Con essa il governo Renzi ha individuato un sistema di salvataggio, che ha trovato immediata applicazione per quattro banche (Banca Marche, Carife, Carichieti, Banca Etruria) e per i loro amministratori uscenti. Amministratore di Banca Etruria era Boschi, padre del ministro Elena. La legge si sostanzia nella creazione per ciascuno dei quattro istituti di una good bank cui affidare la prosecuzione delle attività bancarie e di una bad bank comune, in cui lasciare tutti i crediti non riscossi, cosiddetti «sofferenze». Di fatto l’operazione implica il sacrificio degli obbligazionisti attraverso l’azzeramento del valore dei titoli subordinati, con conseguenti effetti sui risparmi di migliaia di creditori e sull’intera economia dei territori limitrofi alle banche.

Di fronte alle giuste accuse del magistrato Davigo sul cancro della corruzione politica e sulla inerzia della maggioranza, il premier Renzi ha cambiato le carte in tavola. E ha ripetuto: «aspetto le sentenze», lasciando intendere che queste ritardano per negligenza dei tribunali e insinuando che si trattava di una guerra scatenata dai magistrati contro la politica. Con notevole faccia tosta ha poi aggiunto: «Tutti i giorni leggo polemiche tra politici e magistrati. Un film già visto per troppi anni. Personalmente ammiro i moltissimi magistrati che cercano di fare bene il loro dovere. E anche i moltissimi politici che provano a fare altrettanto. Il rapporto tra politici e magistrati deve essere semplice: il politico rispetta i magistrati e aspetta le sentenze. Il magistrato applica la legge e condanna i colpevoli». In realtà le cose stanno in modo diverso: i magistrati fanno guerra all’illegalità e perseguono i politici corrotti, come Denis Verdini alleato di Renzi, lamentando l’inadeguatezza delle leggi che favoriscono l’estinzione dei reati. Una sorta di amnistia per i corrotti.

L’attacco del premier Renzi e del vicepresidente del Csm Legnini a Davigo ha riscosso il consenso dell’ex presidente Giorgio Napolitano che ha tirato in ballo il povero Loris D’Ambrosio, lasciando intendere che sia morto per abusi della magistratura. Accusa infondata: D’ambrosio temeva di essere stato usato dal potere come umile scriba per disegni inconfessabili. Prima di Davigo, il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, parlando alla cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario 2016, ha dedicato parte della sua relazione al problema della prescrizione. «Come è stata modificata irragionevolmente continua a proiettare la sua efficacia nel corso del processo dopo l’esercizio dell’azione penale o addirittura dopo che è stata pronunciata la sentenza di condanna di primo grado, mentre sarebbe logico, almeno in questo caso, che il legislatore ne prevedesse il depotenziamento».

Renzi, lungi dal seguire le indicazioni di Canzio, ha replicato parlando di 25 anni di barbarie giustizialista e dimenticando che, grazie all’indipendenza della magistratura e allo Stato di diritto, è stato possibile garantire l’attuazione del principio che tutti i cittadini, anche i governanti, sono eguali di fronte alla legge, compresi i presidenti del Consiglio. Ed è stato possibile punire, con prove schiaccianti, presidenti del Consiglio corrotti, o evasori fiscali definiti criminali socialmente pericolosi, o collusi con Cosa Nostra e con gli autori delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Sarebbe assurdo pretendere dai magistrati di tacere sulla corruzione e avallare l’omertà dei media asserviti al potere, come si tentò di fare nel 1998 da parte del ministro della Giustizia, che avviò l’azione disciplinare contro Davigo, poiché aveva pubblicamente criticato il premier Silvio Berlusconi. Questi, pur sapendo di essere oggetto di indagini, aveva omesso di astenersi dal presiedere una conferenza internazionale, ma trovò un ostacolo nella decisione della Corte di cassazione che assolse Davigo, cancellando la condanna del Csm. Per questo oggi il presidente dell’Anm ha espresso legittime preoccupazioni sul problema della corruzione politica e sulla inadeguatezza delle leggi. Ed è confortante che Davigo abbia trovato la solidarietà della Giunta dell’Anm e della stragrande maggioranza degli italiani. Ma intanto giacciono nel cassetto le proposte che riguardano l’inasprimento della pena per il voto di scambio e la prescrizione, che dovrebbe cessare di decorrere dopo la sentenza di primo grado.

È innegabile che governo e maggioranza si ostinano a non fare leggi efficaci per combattere la corruzione, una tassa occulta e immorale di 70 miliardi che grava sugli italiani e soprattutto sui meno abbienti. Leggi che pongano un argine all’estinzione dei processi per prescrizione, una sorta di amnistia ad personam che riguarda corrotti e corruttori. Il principale alleato di Renzi, Denis Verdini, condannato in primo grado per corruzione, ha annunciato che non approverà la legge sulla prescrizione. Renzi non prova disagio nel valersi del sostegno di un soggetto condannato in primo grado per corruzione e che si gioverà della prescrizione per il delitto di corruzione, nonostante la condanna in primo grado. Renzi ha rinviato la prescrizione alla prossima legislatura, ma porta avanti la legge sulle intercettazioni per mettere il bavaglio a un’informazione che è già al 78° posto nel mondo. È innegabile ciò che dice Davigo, che, per la corruzione, «la classe dirigente del paese fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente di strada e fa danni più gravi». Del resto Berlusconi espresse un giudizio positivo sul discorso di Renzi in Parlamento («la Repubblica», 18.09.2014): «Ho condiviso tutti i tuoi passaggi sulla giustizia, soprattutto quelli improntati al garantismo». Renzi trascurava che l’Italia ha il primato di avere posto in essere, da sola, la metà dei fatti di corruzione degli altri 27 paesi d’Europa. L’intervento dei magistrati in Lucania, Piemonte, Toscana, Lombardia, Campania, Veneto e Lazio riguarda delitti gravissimi che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso alle estorsioni, dall’abuso in atti di ufficio al traffico illecito di rifiuti, per i quali esistono prove granitiche rappresentate da accuse, documenti, intercettazioni telefoniche.

Temiamo che non siano l’amore per la democrazia e il rispetto delle regole a ispirare il presidente Renzi, ma l’influenza di potentissime lobbies in Parlamento, per le quali l’Italia non ha varato una legge, come è stato denunziato dalla Commissione europea nel rapporto del 3 febbraio 2014, nel quale l’Unione europea ha denunziato il pericolo di corruzione nelle grandi opere in Italia, il cui costo è del 600% in più di quello che costa in altri paesi. Ma c’è anche il desiderio di partiti e imprenditori protetti, che controllano i giornali, di eliminare l’unico ostacolo al disegno di continuare ad appropriarsi delle risorse dei cittadini per accrescere la propria ricchezza, anche a costo di esasperare le masse spingendole verso la disperazione.

E la dice lunga il fatto che la maggioranza abbia varato una legge che riduce l’età pensionabile dei magistrati, eliminando centinaia di giudici impegnati nelle inchieste, e questo subito dopo che i magistrati di Venezia, di Milano e di Torino avevano affondato le indagini nelle tre grandi opere pubbliche del Mose, dell’Expo e della Tav, grovigli di illegalità da parte di partiti, affaristi, amministratori, ’ndranghetisti, camorristi e funzionari, incriminando non solo i politici e i funzionari ma anche magistrati infedeli, mentre i pubblici ministeri di Napoli indagano per corruzione altri magistrati coinvolti nella vendita delle sentenze, dimostrando di applicare senza riguardi il principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Né purtroppo aiuta a risolvere il problema la posizione qualunquista e confusionaria del presidente Sergio Mattarella che ai magistrati della Scuola superiore della magistratura di Scandicci dice: «basta scontri uniti contro il malaffare». Il richiamo a contrastare la corruzione non va rivolto all’opposizione ma alla maggioranza. È la maggioranza che dopo aver annunziato la legge sulla prescrizione con il raddoppio della prescrizione per la corruzione e la cessazione del decorso dopo la condanna in primo grado, fa marcia indietro. E questo perché Verdini, condannato per corruzione in primo grado, e i verdiniani hanno annunciato che non la voteranno («la Repubblica», 29.04.2016). Cosa pensa il presidente Mattarella del fatto che ancora una volta è la maggioranza a ergere un muro alla lotta alla corruzione? E che la maggioranza non vuole riformare la sciagurata legge ex Cirielli del 2005, voluta dal governo Berlusconi che falciò i tempi di prescrizione dei reati, legge che affossa tutti i processi contro i politici accusati di gravi delitti?

C’è infine il problema grave della nomina dei magistrati ai vertici di alcuni uffici giudiziari italiani. Ricordo ancora come avvenivano le scelte a opera del gruppo di andreottiani che indicava i vari procuratori della Repubblica, a prescindere dai criteri di merito e anzianità. Il Procuratore generale di Firenze lo vuole scegliere Renzi tramite il fedelissimo aretino del Pd Giuseppe Fanfani e l’altrettanto fedele ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanni Legnini. Sono segnali che la dicono lunga su quali siano le reali intenzioni del premier circa la riforma costituzionale, che porterebbe al controllo di parte consistente del Csm da parte della maggioranza, e quindi al controllo dei capi degli uffici giudiziari più importanti d’Italia.

Il problema è senza tempo. In tutte le epoche chi governa ha sempre cercato – e tutt’oggi continua a tentare – di assoggettare i giudici al proprio potere per garantirne il rafforzamento e la conservazione e ogni forma di abuso. I precedenti sono molti. Valga per tutti il ricordo della vicenda drammatica dei magistrati Papiniano e Ulpiano, vertici della giurisdizione romana (qualcosa di simile alla Cassazione) al tempo dell’imperatore Caracalla. Essi, chiamati dall’imperatore a difenderlo dinanzi al Senato per l’omicidio del fratello Geta, si rifiutarono entrambi di scendere nell’agone politico e preferirono essere decapitati piuttosto che rinunziare alla loro imparzialità e indipendenza rispetto all’imperatore e al Senato, che erano espressione del potere esecutivo e legislativo.

A questi esempi luminosi di indipendenza e imparzialità, dovrebbero guardare giudici e cittadini alla vigilia del referendum di ottobre sul Senato. I cittadini non si pieghino alla volontà di Matteo Renzi, mistificatore e bugiardo, altrimenti essi stessi saranno responsabili dell’avvento di una nuova dittatura.

Ricorda Alexis de Tocqueville che in alcune nazioni d’Europa gli abitanti si considerano dei coloni indifferenti ai destini del luogo da loro abitato. Quando si arriva a questo punto, bisogna modificare le leggi o i costumi perché le sorgenti delle verità pubbliche e dei diritti di libertà si sono come essiccate: vi si trovano dei sudditi schiavi, ma non dei cittadini degni di giustizia e libertà.

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