5 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Un parallelo impossibile e fecondo: Gramsci e Dossetti

di Massimo Jasonni

Le attenzioni del momento, pur inevitabilmente rivolte alla salute pubblica e ai tempi della ripresa industriale, non crediamo possano esimersi dal ripensare alle basi etico-politiche che valgano a portare a un cambiamento. La débâcle istituzionale ed economica del paese sollecita una riflessione sulla formazione di una classe politica dirigente altra, rispetto a quella a cui da troppo tempo siamo abituati. Solo una nuova classe dirigente potrà cogliere i segnali profondi del disagio, che le più recenti elezioni confermano, prospettando aggregazioni politiche e coaguli culturali capaci di fronteggiare o, almeno, di contenere la globalizzazione selvaggia che ha provocato la devastazione del pianeta.

L’ultimo dopoguerra offre spunti importanti. Si parla di un’avventura diversa da quanto è oggi sotto i nostri occhi, ma negli effetti rapportabile alla pandemia di ora per il cordoglio, la reclusione e la paralisi lavorativa in cui le vite dei cittadini sono gettate. Il capolavoro che consentì di riprenderci dalla sciagura bellica fu la Costituzione della Repubblica. Da cosa nacque questo documento tradotto e studiato in tutte le lingue, per nulla miracolistico, ma anzi frutto di una laboriosa sintesi ideologica? Nacque da un accordo tra formazioni anche tra di loro contrapposte, tuttavia accomunate dalla coscienza dell’ignominia del fascismo e della insopportabilità delle collusioni mussoliniane con il razzismo e il bellicismo hitleriano. Alla base di tutto, il sogno di riportare il paese alle tradizioni e alle bellezze che ne avevano fatto, in passato, il giardino non solo naturale, ma anche intellettuale d’Europa. Ricordo, al proposito, le lezioni in cui Calamandrei spiegava agli studenti milanesi il portato della Carta repubblicana, riscontrandovi «grandi voci lontane»: quelle di Cattaneo, di Beccaria, di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini.

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24 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Attualità d’un messaggio

di Tristano Codignola

[Testo integrale del discorso pronunciato in Palazzo Vecchio l’11 agosto 1975 per la ricorrenza della Liberazione di Firenze.]

Amico Sindaco, cittadini, compagni,

noti, eminenti rappresentanti della Liberazione fiorentina ci hanno lasciato da poco: da Carlo Levi, che portò – non fiorentino – alle nostre lotte un contributo originale di umanità e di sensibilità critica (vorrei auspicare per lui la cittadinanza onoraria alla memoria), al ferroviere Carlo Campolmi, che con coraggioso fervore dette tutto se stesso all’organizzazione militare del Partito d’Azione e conobbe le inumane torture dei «quattro santi» della banda Carità, all’operaio Alessandro Pieri, condannato dal Tribunale Speciale e poi nel Comando della Divisione Potente; da Eugenio Artom a Giacomo Devoto ad Ezio Donatini che nel Comitato Toscano di Liberazione e nella prima giunta di Firenze liberata prima e nella vita civile poi furono esempio di rettitudine e di coerenza; a due donne, degne di rappresentare il dolore e la fierezza di tante altre, che simbolicamente hanno chiuso quasi contemporaneamente la loro vicenda terrena, così come era accaduto del loro marito e figlio, Enrico Bocci ed Italo Piccagli. E quanti altri che neppure sappiamo se ne saranno andati in silenzio fra i tanti che – come dice Primo Levi – è difficile rivestire di parole, perché stavano tutti nelle loro azioni.

Ma nel doloroso distacco da ciascuno di loro non vediamo chiusa per sempre una parentesi: al contrario, sentiamo sempre di piú che la Resistenza non è e non deve essere patrimonio d’una gloria passata, geloso retaggio d’una generazione di reduci che si assottiglia nel tempo, ma è il cemento della nostra democrazia, la sostanza delle aspirazioni di una gran parte del nostro popolo, dei nostri giovani. Se vogliamo evitare di cadere nella italica retorica, che ha già largamente appannato lo splendore di quelle aspirazioni, se sentiamo tutti chiaramente che il nostro 11 agosto è e deve essere sempre meno una stanca e rituale commemorazione, ma piuttosto una sfida, dedichiamo anzitutto qualche breve riflessione a ciò che fu la Resistenza italiana nella sua essenza storico-politica, alla rottura che essa rappresentò nei confronti della tradizione aulica e moderata dell’Italia monarchica e giolittiana, alla forza di conservazione che tuttavia questa Italia antagonista ha dimostrato, al momento presente nel quale sintomi non confondibili fanno riaffiorare nel nostro tessuto comunitario tensioni ma anche speranze nuove, che ridanno quasi d’improvviso attualità insospettata al messaggio di allora.

La Resistenza italiana, gli studiosi l’hanno da tempo assodato, presenta alcune caratteristiche peculiari ed originali, che converrà qui ricordare sommariamente.

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28 Marzo 2020
pubblicato da Il Ponte

Economia di guerra e Covid-19

Economia di guerradi Luca Michelini

1. Macron, Presidente della Repubblica Francese, si è spinto a invocare per l’emergenza Covid-19 la “mobilitazione generale”, “perché siamo in guerra”1. Si invoca, insomma, la creazione di una sorta di economia di guerra. Ciò che del resto sta accadendo in Italia e nel resto d’Europa con un ritardo forse colpevole (il caso inglese essendo il più sconcertante), è paragonabile a provvedimenti tipici di una economia di guerra, anche se le nostre massime autorità, il Presidente del Consiglio Conte e il Presidente della Repubblica Mattarella, hanno finora adottato toni assai più misurati di quelli usati da Macron. Nel recente decreto del Governo italiano, in ogni caso, compaiono disposizioni in merito ad eventuali “requisizioni”2, provvedimento tipico da economia di guerra. E non bisogna dimenticare che le economie di guerra, quando è il “nemico” a dettare la tempistica, nascono spesso con provvedimenti presi poco alla volta, sull’onda dell’emergenza e dei repentini cambiamenti di scenario, senza alcuna predisposizione precedente di una qualche effettiva rilevanza3. Siamo dunque agli esordi di una possibile economia di guerra, i cui sviluppi dipendono dall’evolversi della situazione sanitaria. Così almeno fu il caso dell’Italia nel corso della Prima Guerra Mondiale. E mi limito volutamente a questo esempio perché vittorioso nonostante tutto; cioè nonostante il fatto che è in questa guerra che hanno radici i turbamenti sociali che portarono alla dittatura fascista e dunque alla seconda guerra mondiale.

Se pur tra mille cautele dovute principalmente al fatto che sono uno spettatore di quanto avviene e non appartengo al novero di coloro che guardano “la macchina” dall’interno e quindi hanno informazioni oggi fondamentali per valutare la situazione, ciò che sta accadendo può spingere a svolgere alcune considerazioni di carattere generale.

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20 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

L’Utopia consolante – un corto per le scuole ispirato alle parole di Calamandrei

Alla fine della nuvoladi Silvia Calamandrei

Ispirato alla “pedagogia civile” dei percorsi di memoria inaugurati a suo tempo da Carlo Azeglio Ciampi, il Centro Calamandrei di Jesi ha lanciato nel 2019 una iniziativa di comunicazione destinata soprattutto alle scuole, producendo un cortometraggio “ALLA FINE DELLA NUVOLA”, così presentato dal presidente del centro Gian Franco Berti:

“parlerà” ai giovani, li farà riflettere, li farà discutere su questa malattia italiana di predisposizione al fascismo, questa autobiografia della Nazione, come ebbe a definirlo Piero Gobetti. Su questo filone di pensiero dovrebbe innescarsi nelle aule magne di tante scuole, del territorio, ma non solo (penso a Torino a Trento a Firenze a Bologna a Roma a Siena, dovunque), un proficuo confronto e una riflessione coi ragazzi sui pericoli che corriamo grazie agli incompetenti profeti sgrammaticati della decrescita felice, della democrazia illiberale modello turco, del fastidio verso il pensiero federalista europeo, dell’idiosincrasia nei confronti del diverso.

L’anteprima è stata ad aprile al Teatro Pergolesi di Jesi, con i Licei e gli Istituti tecnici, presenti circa 500 studenti.

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24 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

La barchetta di Carta (costituzionale) di Novello Papafava contro il fascismo

Novello Papafavadi Angelo Tonnellato

Il grande e meritorio lavoro che il Comitato per le edizioni gobettiane, con il suo presidente Bartolo Gariglio, emerito dell’Ateneo torinese, in trincea “sotto la Mole” (è il caso di dire) e le Edizioni di storia e letteratura, con Tommaso Codignola e i suoi collaboratori in prima linea a Roma, stanno da tempo svolgendo – nel deprimente silenzio di ciò che resta dell’informazione culturale nel nostro paese – per la riproposta di tutti i titoli di Gobetti Editore, incrocia nuovamente la personalità e il percorso di Novello Papafava, del quale è stato appena riproposto il volumetto del 1924, Fissazioni liberali, accompagnato da un’ampia, robusta e acuta postfazione di Valeria Mogavero intitolata Le “fissazioni liberali” di Novello Papafava: la libertà, la Costituzione e la patria1.

Oggi forse il nome dell’autore e il titolo del volumetto dicono assai poco a troppi. Noi italiani siamo del resto celebri per la capacità che abbiamo di dimenticare anche noi stessi –figuriamoci i nostri padri e nonni – nell’alone della macchia d’unto delle deformazioni e alterazioni prospettiche prodotte dal continuo farneticare di una “memoria” tanto pervasiva e invocata quanto indeterminata e svuotata di storicità: si razzola in una specie di magazzino di trovarobe, “allietato” da giullari, imbonitori, saltimbanchi, ventriloqui e fattucchieri, mentre i “comari maschi” di cui parlava Pessoa invadono tutti gli spazi della quotidianità e gli “invasori verticali” di Ortega y Gasset tornano a fuoriuscire dalla botola di un sottosuolo umano, prima ancora che politico, indossando e dismettendo freneticamente in pubblico felpe, berretti, canottiere e giubbe “logate” al bisogno o, come direbbe l’abate Galiani, “all’impronto”.

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5 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Schizofrenia politica e prescrizione del reato

prescrizionedi Massimo Jasonni

Il degrado delle istituzioni fornisce la radiografia dai contorni sempre più precisi di un assetto culturale ormai consolidato, entro il quale la politica tanto più grida, quanto più è, in realtà, assente. Svanito è il sogno platonico di una repubblica in cui l’esercizio della politica giochi un ruolo dominante, non subalterno né fittizio, sulle prepotenze militari e finanziarie.

Il pensiero occidentale, principe quello di Leopardi, si avvide, sin dalla prima metà dell’Ottocento, del fenomeno, ma fu poi la filosofia tedesca a cogliere gli effetti etici devastanti, a cui avrebbero condotto dominio tecnocratico e morte delle patrie. Ove, sul punto, una precisazione subito si impone, oggetto anche di un recente intervento del presidente della Repubblica a Trieste in occasione del centenario della conclusione del primo conflitto mondiale: il concetto di patria certo interferisce, ma non si esaurisce in quello di nazione, giacché “patria” introduce a una familiarità nei costumi e a un’abitudine di vita che nel secondo termine sfumano, cedendo a motivazioni etniche e a prospettazioni nazionalistiche, purtroppo note, che afflissero l’Europa nel secolo breve. La globalizzazione ha fatto tabula rasa di quei valori e di quelle ragioni di vita: si pensi, per eccellenza, alla cultura contadina che rappresentava un punto di forza delle politiche tradizionali e, viceversa, è stata completamente dimenticata da Roma e da Bruxelles.

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4 Marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Croce e l’ansia di un’altra città

Crocedi Paolo Bagnoli

La figura e il pensiero di Benedetto Croce continuano far discutere. L’ultimo contributo è un denso saggio di Francesco Postorino, Croce e l’ansia di un’altra città (prefazione di Raimondo Cubeddu, Milano-Udine, Mimesis, 2017). Si tratta di un lavoro che si articola in tre sezioni. La prima dedicata alla concezione religiosa e filosofica della libertà; la seconda alla natura della democrazia in Croce e al rapporto di questi con la “filosofia azionista” e, nella terza parte viene trattato il rapporto tra le idee di Croce e quelle di alcuni pensatori di rilievo del Novecento quali Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Norberto Bobbio e Aldo Capitini.

La cifra del saggio, corredato da ampie ed esaurienti note che denotano la cura dello studioso, è filosofico-politica, anche se il suo fine ultimo è racchiuso nella terza parte ove si mettono a fuoco le interrelazioni tra Croce e i pensatori accomunati dall’esperienza dell’azionismo. Fa eccezione Aldo Capitini che con Calogero dette vita all’esperienza liberalsocialista. Calogero confluì nel Partito d’Azione, mentre Capitini non vi aderì e invitò chi era a lui più vicino – è il caso di Walter Binni – a entrare nel partito socialista. E questo perché il liberalsocialismo di Capitini è altra cosa rispetto a quello di Calogero. Al riguardo, vogliamo osservare subito che è proprio su Capitini che Postorino, nella terza parte del libro, si sofferma più a lungo senza – ci sia permesso di dire – aggiungere niente di nuovo a quanto già conosciuto. Inoltre, ci pare trascurato quel concetto di “socialità” che, nel pensiero capitiniano è centrale e spiega e collega tutti gli altri sui quali si articola il suo essere “socialista”. Quello di Capitini è un pensiero che, come sappiamo, rappresentò il dato caratterizzante dell’azionismo toscano e fu quasi interamente sposato da Tristano Codignola che del movimento fu il leader e l’anima ideologica e politica.

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24 Aprile 2017
pubblicato da Il Ponte

Nella tua breve esistenza

Ada Gobettidi Silvia Calamandrei

Ottima idea quella di rendere di nuovo disponibile questa preziosa corrispondenza (Piero e Ada Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, Torino, Einaudi, 2017), riveduta e integrata da Ersilia Alessandrone Perona, con una postfazione che ne spiega le novità e le ragioni. In primis la forte richiesta di un pubblico, non specialista, appassionatosi alle figure dei due protagonisti di questo eccezionale amore e sodalizio, troncato dalla scomparsa di Piero giovanissimo. Letture pubbliche, spettacoli teatrali, trasmissioni e romanzi come quello di Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, ne hanno fatto oggetto di culto, ed è bene che i documenti originali siano a disposizione nella loro integralità per afferrarne tutto il significato e per consentirne una lettura più meditata.

Solo pochi passi delle lettere di Piero vennero resi pubblici subito dopo la sua morte, e poi fu Ada a pubblicarle sopprimendo la propria parte dell’epistolario, rinvenuta dopo la sua scomparsa nel 1968. Ci è voluto del tempo perché si passasse dalla concentrazione sulla figura di Piero, esaltata e curata dalla stessa Ada, alla consapevolezza di un sistema Ada-Piero (definizione di Ersilia Alessandrone Perona), presentato pubblicando nel 1991 il carteggio integrale e aprendo all’esame della dialettica del rapporto tra i due corrispondenti.

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3 Agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Don Roberto

Benignidi Massimo Jasonni

Gigante – in fotografia e nello spazio offerto all’irruente eloquio del comico – l’intervista di Roberto Benigni a Ezio Mauro su «la Repubblica» del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica e in tema di modifica referendaria alla Costituzione. Poi ci hanno pensato le televisioni, da par loro, ad amplificarne a dismisura credito e diffusione. Trattandosi non di esercizio di un pensiero, ma di mera comunicazione pre-elettorale e pubblicità a sostegno della vittoria del «sí», già indicativo è il tratto fotografico: Benigni si nasconde dietro al leggío e, simulando il gioco del nascondino con lo spettatore, ammonisce puntando il dito. Sorride, ma in modo non convincente: le movenze paiono piú quelle dell’imbonitore che non del giullare di ormai molti anni addietro, con la sua prepotente, laica e toscanissima verve.

L’intervista, coltivata con cura dall’ex direttore del quotidiano, parte da una premessa domestica (babbo e mamma di Roberto votarono nel ’46 per la repubblica, senza tentennamenti) per trasfondersi nell’esaltazione del testo legislativo fondativo dell’assetto repubblicano. La nostra Costituzione, gridò nell’esibizione televisiva del 2012, è «la piú bella del mondo», da amare e da condividere. I dati di ascolto non lasciano margine al dubbio: 13 milioni, molti di piú degli 11 dei «Dieci Comandamenti». «Calamandrei batté Mosè?», domanda il giornalista, in fervida attesa di replica pirotecnica. Il Nostro ci mette del suo, permettendosi di correggere l’interlocutore: no, non solo Calamandrei, ma «Calamandrei e i suoi colleghi e i suoi avversari». Il «momento di grazia» fu rappresentato da «un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune».

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27 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Il socialismo e la gestione democratica delle imprese

Il socialismo e la gestione democratica delle impresedi Bruno Jossa

1. Ampiamente diffusa oggi è l’opinione che il marxismo sia morto perché il sistema sovietico di pianificazione centralizzato è fallito. Ma è vera, invece, l’opinione contraria. «Sono lontani i tempi – scriveva Bensaïd nel 2009 – in cui una stampa sensazionalistica annunciava trionfalmente al mondo la morte di Marx. […] Oggi il suo temuto ritorno fa scalpore. L’edizione tedesca del Capitale ha triplicato le vendite in un anno. In Giappone la sua versione manga è diventata un bestseller. […] A Wall Street ci sono state addirittura delle manifestazioni al grido di: “aveva ragione Marx!” (cfr., per es., Kellner, 1995, Stone, 1998 e soprattutto Cohen, 1978 e 2000). Quest’ultimo argomenta che «il fallimento sovietico può essere considerato un trionfo per il marxismo».

Oggi, infatti, conosciamo un modo per liberarci del capitalismo senza violenza rivoluzionaria, in base a decisioni parlamentari, perché il lungo dibattito sulla teoria economica delle cooperative di produzione che si è avuto, a seguito di un celebre articolo di Ward del 1958, ha mostrato chiaramente che è possibile creare un sistema d’imprese gestite dai lavoratori, che è un nuovo modo di produzione nel senso di Marx e che, pur non essendo il paradiso in terra, può funzionare assai bene.

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