Croce e l’ansia di un’altra città

Crocedi Paolo Bagnoli

La figura e il pensiero di Benedetto Croce continuano far discutere. L’ultimo contributo è un denso saggio di Francesco Postorino, Croce e l’ansia di un’altra città (prefazione di Raimondo Cubeddu, Milano-Udine, Mimesis, 2017). Si tratta di un lavoro che si articola in tre sezioni. La prima dedicata alla concezione religiosa e filosofica della libertà; la seconda alla natura della democrazia in Croce e al rapporto di questi con la “filosofia azionista” e, nella terza parte viene trattato il rapporto tra le idee di Croce e quelle di alcuni pensatori di rilievo del Novecento quali Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Norberto Bobbio e Aldo Capitini.

La cifra del saggio, corredato da ampie ed esaurienti note che denotano la cura dello studioso, è filosofico-politica, anche se il suo fine ultimo è racchiuso nella terza parte ove si mettono a fuoco le interrelazioni tra Croce e i pensatori accomunati dall’esperienza dell’azionismo. Fa eccezione Aldo Capitini che con Calogero dette vita all’esperienza liberalsocialista. Calogero confluì nel Partito d’Azione, mentre Capitini non vi aderì e invitò chi era a lui più vicino – è il caso di Walter Binni – a entrare nel partito socialista. E questo perché il liberalsocialismo di Capitini è altra cosa rispetto a quello di Calogero. Al riguardo, vogliamo osservare subito che è proprio su Capitini che Postorino, nella terza parte del libro, si sofferma più a lungo senza – ci sia permesso di dire – aggiungere niente di nuovo a quanto già conosciuto. Inoltre, ci pare trascurato quel concetto di “socialità” che, nel pensiero capitiniano è centrale e spiega e collega tutti gli altri sui quali si articola il suo essere “socialista”. Quello di Capitini è un pensiero che, come sappiamo, rappresentò il dato caratterizzante dell’azionismo toscano e fu quasi interamente sposato da Tristano Codignola che del movimento fu il leader e l’anima ideologica e politica.

A dire il vero una “filosofia azionista”, in sé e per sé, non esiste anche se nel Partito d’Azione non furono pochi i filosofi di gran nome che vi militarono. Tanti filosofi, infatti, se pur compagni nella militanza politica, non giustificano la presenza di una filosofia. Ognuno di costoro militò con la sua personale impostazione e ognuno era assai lontano, per formazione e concezioni, dall’altro. L’azionismo non è una filosofia, ma un’idea politica. È un’idea dottrinaria nella quale liberalismo e socialismo vi ineriscono in vari e diversificati modi. Lo diciamo per evitare di complicare le cose in un campo nel quale – ma non è il caso di Postorino – la confusione culturale abbonda. Le idee della politica non possono essere ridotte a categorie filosofiche poiché, altrimenti, si rischiano dei fraintendimenti. Francesco Postorino, per esempio, definisce più volte Croce un «liberale atipico»: si può essere d’accordo, fermo restando che non è facile trovare chi può essere definito un liberale a tutto tondo.

Nel libro un breve paragrafo è dedicato a «Piero Gobetti: storicista e azionista»: una definizione un po’ azzardata, visto che il PdA era ben lungi da venire. Gobetti sarà considerato dagli azionisti un loro “maggiore”, al pari di Carlo Rosselli, ma il liberalismo gobettiano è solo una parte dell’azionismo e a esso è del tutto incompresa la rivoluzione russa. Sulla questione si è tanto polemizzato e continuano aspramente a polemizzare i “neoliberali” italiani dei nostri tempi.

Ancora qualche osservazione sull’argomento. Per Gobetti la rivoluzione russa, rompendo una società stratificata feudalmente, apre una nuova strada – non dimentichiamo che Gobetti muore nel 1926 e scrive quando lo stalinismo non è nemmeno pensabile – e compie un atto di liberazione e di acquisizione di libertà. Tutto qui. Dire che il «comunismo rivoluzionario si trasmuta nella storica arma della libertà emancipatrice» (p. 92) travisa il senso del liberalismo e dello storicismo gobettiano.

Tante sono le sollecitazioni culturali che si ritrovano nel volume. A proposito di Calogero, per esempio, sarebbe stato opportuno rilevare, al fine di far comprendere meglio la trattazione che se ne fa sul piano filosofico-politico, come il suo liberalsocialismo, che nasce da una combine tra un liberalismo che si apre alla giustizia e un socialismo che si apre alla libertà, ritenesse di essere, tramite un Partito d’Azione tutto liberalsocialista – cosa evidentemente impossibile – il soggetto che avrebbe surrogato il ruolo storico del socialismo italiano, ritenuto per sempre sconfitto dal fascismo e non più presente sulla scena nazionale dopo la dittatura. E anche parlando di Bobbio, poco emergono – nei suoi scritti sul liberalsocialismo e sul socialismo liberale – quelle ambiguità storico-dottrinarie che dei due movimenti fanno quasi due pensieri simili e interscambiabili. Certo Bobbio è di sentimenti socialisti, ma approda – e Postorino lo mette in luce bene – essenzialmente a un «liberalismo progressivo» (p.168).

La seconda parte del libro riporta anche la posizione di Piero Calamandrei che, rispetto a tutti gli altri grandi intellettuali azionisti qui trattati, non è un filosofo ma un giurista. Definire Calamandrei liberalsocialista è senz’altro corretto. Per Calamandrei – scrive Postorino – «il liberalismo classico […] deve essere corretto da un sano sentimento di equità» (p. 97). Così formulato, il liberalsocialismo di Calamandrei sembra essere simile a quello di Calogero ma tra i due vi è una diversità di fondo poiché per Calamandrei la libertà si allarga tramite la conquista dei diritti civili e sociali e tale allargamento consolida ed espande la democrazia, incontrando così il socialismo, ossia il socialismo delle libertà.

Il libro, sul tema dell’azionismo, si chiude con una frase di Eugenio Garin tratta da Cronache di filosofia italiana (1900-1943) che adducono «all’ansia di un’altra città» (p. 206). In definitiva esso si risolverebbe nella proposta «di socializzare il liberalismo e di liberalizzare il socialismo». Non ci sembra che la questione possa ridursi a questo.

Comunque questo volume di Postorino spinge a indagare ulteriormente sull’azionismo, nell’attesa che su questo argomento un lavoro storiograficamente completo ci fornisca un esauriente punto d’insieme tuttora mancante. Il fatto che ancora tale studio non ci sia, dice quanto la questione sia complessa. Una complessità che emana un fascino intrigante che coinvolge il piano storico-ideologico della politica italiana.

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