9 Luglio 2020
pubblicato da Il Ponte

Platone in soffitta

Platonedi Massimo Jasonni

La riflessione platonica è di tale vastità e ricchezza da sconsigliare superficiali approcci o semplificazioni, ma è pur vero che la sua oggettiva grandezza non impedisce, anzi suggerisce, richiami nel nome della sintesi: anche per vincere un dominio culturale, oggi, che nega alla scuola lo studio della storia e, in particolare, la memoria del divenire del pensiero occidentale.

Platone parla della politicità come connotato fondamentale dell’essere dell’uomo, non come virtù astratta. Ne dice in Repubblica e Leggi, chiarendo che si ha a che fare con un profilo concreto della vita, paragonabile a ciò che l’armonia musicale offre nei disagi dell’esistenza. Proprio per questo la dimensione della politicità è in perenne conflitto con forze ambientali ostili che tendono a far prevalere sulla socialità un’individualità, cui non a caso il filosofo assegna il nome dell’idiozia. Noi moderni, e tanto più noi postmoderni, ricorriamo molto spesso a questo termine, ma privatizzandolo e quasi denaturandolo: ovvero esautorandolo della sua innata energia semantica pubblicistica.

La dimenticanza del valore della politicità produce imbarbarimento intellettuale e perdita del senso dell’amicizia tra la gente. Ecco perché quelle origini greche della nostra civiltà sottolineano, nella statura dello statista, i requisiti fondamentali della sapienza e dell’amicizia. Platone è esplicito: sophia e philia1. Aristotele si allineerà a una siffatta impostazione etica, ma insistendo sulla phronesys: dote dell’equilibrio e della propensione al giudizio equitativo2. Nient’altro, in ultima analisi, se non specificazione e ulteriore materializzazione del binomio platonico filosofia e filia. Etica e politica vanno così a fondersi nell’uomo di Stato, che è colui che possiede coscienza del benessere della polis e ne ha cura3.

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17 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Elogio della censura

di Massimo Jasonni

Ci sono parole che il mondo moderno ha escluso dal vocabolario corrente, o, comunque, ha assunto in termini vieppiù negativi. Il Postmoderno, l’attualità sono venuti al seguito e hanno così finito per rimuovere, in via definitiva, tali parole. Censura ne è un esempio tipico.

Oggi una mera proposta di censura, o anche solo una pallida idea del censurare è, se è consentito un gioco di parole, di per sé censurabile: il verbo evoca non una critica costruttiva, ma una biasimevole repressione intellettuale, in sostanza si traduce in un’intollerabile violazione della libertà.

Ma forse è il caso di ripensarci su, raccogliendo alcune indicazioni della filologia e della storia.

Censura, da censeo – censēre, indica una catalogazione, che nella Roma antica fu iscrizione di popolo nei registri: attività talmente significativa sul piano civile, da indurre all’instaurazione di un’apposita magistratura. Più nel dettaglio, census ricorre sin dalle origini regie, poi consolari del mondo latino: Livio ne dice con riferimento ad alti giureconsulti, dediti all’arte militare, quindi in età matura degni delle mansioni complesse della classificazione demografica1. Parliamo di un ufficio pubblico non a caso a termine2, in genere non ripetibile e con connesse competenze amministrative e finanziarie. Semanticamente la nobiltà istituzionale è iscritta nello stesso censēre: ove traspare un giudizio maturo, un opinamento razionale e responsabile, per conseguenza l’espressione di una proficua discrezionalità operativa.

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30 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Platone, Epicuro, Marx e gli uomini «aurei»

Platonedi Piergiovanni Pelfer

Epicuro quando parlava di Platone lo definiva ironicamente l’«aureo» Platone. Si riferiva in questo alla chiara legittimazione dell’uso dell’impostura a fini morali, pedagogici e politici nei confronti del popolo, rappresentata dalla nozione platonica di «nobile menzogna», esemplificata dal mito teologico-politico elaborato nel III libro della Repubblica:

Tuttavia ascolta anche il resto del mito. Voi cittadini siete tutti fratelli, diremo loro continuando il racconto, ma la divinità, plasmandovi, al momento della nascita ha infuso dell’oro in quanti di voi sono atti a governare, e perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell’argento, nei contadini e negli altri artigiani del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d’una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall’oro può nascere una prole d’argento e dall’argento una discendenza d’oro, e così via da un metallo all’altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d’oro o d’argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo.

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17 Giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

Una lettura di «Sole alto»

Sole altodi Carla Ammannati

Due ragazzi in un giorno d’estate, sulle rive di un lago, in territorio balcanico. Lui, Ivan, che suona la tromba, lei, Jelena, che esce dall’acqua, brillante di luce, e vorrebbe che Ivan suonasse ancora. Un sole spaccato in cielo, allo zenit.

Comincia così il bel film Sole alto (Zvizdan, Zenit, in lingua originale) del regista croato Dalibor Matanić (classe 1975), vincitore a Cannes 2015 del premio della giuria di Un certain regard. Un lavoro che si compone di tre storie ambientate a distanza di dieci anni l’una dall’altra, nel 1991, nel 2001 e nel 2011. I racconti hanno differenti intrecci ma i protagonisti sono ogni volta due giovani che si amano, o che vorrebbero amarsi, interpretati dagli stessi attori (i bravissimi Tihana Lazovic e Goran Markovic). Le medesime facce per mettere in scena uno stesso sentimento. Che dà vita a infinite, caleidoscopiche situazioni, ma possiede sempre un identico volto chimerico. Specialmente se i due amanti sono, come nel film, di diversa etnia (lei serba e lui croato), nel tempo in cui il loro paese, la Jugoslavia, tenuto in piedi fino ad allora da un regime autoritario, va in pezzi. Ciascuno dei quali reclama confini propri.

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9 Dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

I nostri «Classici»

di Lanfranco Binni e Marcello Rossi

I nostri ClassiciAllegato al numero di gennaio 2015  della rivista gli abbonati troveranno il primo volume di una nuova collana dedicata ai classici del pensiero politico e della letteratura: autori e testi legati alla lunga e complessa attenzione politica e culturale del «Ponte» di ieri e di oggi, dall’antichità classica all’umanesimo rinascimentale, all’illuminismo, al socialismo, all’anarchismo e al comunismo, su una linea di pensiero che ha sempre scelto e continua a scegliersi i propri autori di riferimento, di riflessione e di studio. I volumi dei «Classici», pubblicati in coedizione tra il Ponte Editore e il Fondo Walter Binni, usciranno con una cadenza sostanzialmente bimestrale allegati alla rivista; saranno inoltre distribuiti in libreria separatamente, e liberamente scaricabili in pdf dai siti www.ilponterivista.com e www.fondowalterbinni.it. per assicurarci la loro più ampia e libera diffusione.

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22 Luglio 2014
pubblicato da Il Ponte

Cattivi pensieri

bicameralismo perfettodi Marcello Rossi

Non capisco perché alcuni – anzi, la grande maggioranza degli italiani, a quanto ci vogliono far credere – ritengano che leggere un disegno di legge due volte – una volta alla Camera e una volta al Senato – sia una perdita di tempo. Io penso, invece, che le leggi (e i relativi decreti attuativi, che però nessuno prende in considerazione) siano momenti importanti della vita associata e allora leggerle due volte è sempre meglio che leggerle una volta sola, tanto che si potrebbe pensare che il bicameralismo si sia chiamato “perfetto” proprio per i vantaggi indotti da questa doppia lettura.

Possibile che i nostri costituenti – i Mortati, i Moro, i Calamandrei, i Codignola, i Terracini – non si siano posti il problema se una doppia lettura fosse una perdita di tempo, o no? Possibile che in un momento di grande difficoltà per il paese, che usciva dalle macerie morali e materiali della guerra, si sia dato vita a un inutile doppione del potere legislativo? Non era questo apparente doppione un di piú di democrazia di cui il paese aveva bisogno? E oggi possiamo davvero rinunciare a questo di piú di democrazia, sposando le “raffinate” elaborazioni di una Maria Elena Boschi che ritiene che il bicameralismo “perfetto” sia solo una perdita di tempo?

Ma allora il Parlamento deve rimanere quello di sempre? Non voglio dire questo. Un dimagrimento delle due Camere forse si impone, per cui 200 senatori e 400 deputati, pagati la metà di quello che oggi percepiscono, sarebbero più che sufficienti. Ma sufficienti per fare che cosa? Per fare le leggi e non per approvare i decreti legge del governo. Certo, se il potere legislativo si comprime sempre di piú fino ad annullarsi nell’esecutivo, allora il Senato serve veramente a poco e si potrebbe addirittura eliminarlo, ma la stessa cosa si potrebbe pensare anche per la Camera. E nel contempo si dovrebbe eliminare anche l’art. 76 della Costituzione che vuole che «l’esercizio della funzione legislativa non [possa] essere delegato al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti».

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