10 Luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La proposta di Mastella

Morescodi Rino Genovese

Se gli scrittori fossero scrittori, e non strumenti o ammennicoli delle agenzie della estetizzazione diffusa (tra cui, a pieno titolo, vanno annoverate le concentrazioni editoriali), si rifiuterebbero di partecipare ai premi letterari, a questa mediocre forma di corruzione del loro ingegno. Votazioni, competizioni, gare di protagonismo – si terrebbero ben lontani da tutto ciò. Né potrebbero stupirsi della logica proposta avanzata dall’immarcescibile Mastella, neo-sindaco di Benevento: altro che a Roma, il premio Strega andrebbe celebrato nella città del liquore: non era nato in fondo per una trovata pubblicitaria di Guido Alberti, beneventano, attore ma soprattutto produttore dei torroni e del famoso liquido giallo distillato d’erbe?

Nel tempo, dopo la morte dei Bellonci e dello stesso Alberti, il peggiore premio italiano è diventato addirittura pessimo. Vi partecipano cani e porci. Perfino il mio ex amico Moresco, grande autore, ha cambiato casacca editoriale soltanto per prendervi parte (in passato non aveva certo disdegnato di starsene presso quel gruppo diretto da una certa “figlia di”, anzi gli andava benissimo – ma accidenti, non lo presentavano al premio…). Il poveretto è arrivato sesto, nemmeno in “cinquina”, maledetta scalogna: intanto però, com’è suo solito, ha potuto protestare e segnalare “ci sono anch’io”.

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12 Agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

Genealogia della nostra ferocia

Nicola Lagioiadi Antonio Tricomi

L’impressione è che La ferocia (Torino, Einaudi, 2014) rappresenti, se non una svolta, uno snodo però cruciale nell’opera di Nicola Lagioia. Lo sforzo compiuto dallo scrittore è il medesimo da cui nascevano i suoi altri romanzi, vale a dire Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj e, ancor più, Occidente per principianti e Riportando tutto a casa: dar corpo a disilluse archeologie di un’era, la nostra, segnata da una radicale crisi della civiltà e nella quale si registrano quindi sia la carnascialesca bancarotta dei valori etici e culturali, sia il nichilistico ripudio dei princìpi democratici e legalitari. E in particolar modo con quello precedente, il libro grazie al quale Lagioia nelle scorse settimane ha vinto il premio Strega, condivide anche la cornice narrativa: una Bari e una Puglia intera letteralmente sfigurate dalla smania di ricchezza, e dagli appetiti tutti, dei troppi impuniti che si rivelano assoggettati all’impudica ossessione dell’ascesa sociale e di un giocoforza frustrato desiderio di godimento a qualsiasi costo, sicché una città e una terra che diventano l’emblema non solo del Meridione d’Italia, ma di una nazione che il narratore mostra di ritenere la cartina di tornasole del degrado occidentale. Per sondare il quale l’autore barese aveva fatto sin qui ricorso anzitutto a un inesausto virtuosismo espressivo, se non addirittura a un frizzante camaleontismo stilistico, che lo aiutava a restituirci un’esasperata e dissacrante, una parodistica ma ugualmente tragica rappresentazione mimetica del funzionamento e dei risultati di quelle macchine, non soltanto massmediatiche, incaricate di costruire e di imporre linguaggi e immagini dalla cui fruizione obbligata ognuno ricavi un fuorviante ritratto della propria società come unico spazio davvero libero e aperto, come esclusiva garanzia di felicità e benessere per chiunque. In altre parole, specie in Occidente per principianti, una disciplinata abilità ventriloqua consentiva a Lagioia di confrontarsi con uno dei tratti precipui del nostro tempo – cioè la rinuncia alla profondità da parte di un pensiero al contrario entusiasta di mantenersi in superficie, di aderirvi e così di perdersi in mille rivoli – passando in rassegna i miti, le convenzioni, i fremiti orgiastici, le promesse di autenticità, le illusorie o demagogiche pretese di senso di un’età strutturalmente e, in una certa misura, persino felicemente vuota di significato e di verità, con l’obiettivo sia di demistificare gli assunti ideologici di una civiltà capitalistica sedicente aliena da qualsivoglia vocazione totalitaria, sia di alludere alla distruzione del tessuto sociale non proprio invisibilmente prodottasi dietro le quinte di quell’interminabile spettacolo di consumistica ingordigia collettiva alla cui definizione noi tutti siamo richiesti di partecipare attivamente.

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