22 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Rosa Luxemburg interprete del nazionalismo economico

Rosa Luxemburg di Luca Michelini

Cadeva il 15 gennaio il centenario dell’assassinio politico di Rosa Luxemburg, tra le più importanti teoriche marxiste del primo Novecento, impegnata in politica su più fronti nazionali (tedesco, polacco, russo). Fu una dirigente politica come oggi non ne esistono più: era allora tradizione che i programmi di azione venissero elaborati sulla base di un’analisi delle tendenze della società capitalista; non solo di quella nazionale, ma degli equilibri europei e mondiali. Era uno degli insegnamenti di Karl Marx, che aveva polemizzato contro i tentativi insurrezionali di Giuseppe Mazzini, la cui realizzazione astraeva ostinatamente dal contesto economico e sociale e si risolvevano in ripetute sconfitte.

La più celebre polemica in cui si è cimentata Luxemburg fu quella contro E. Bernstein, che voleva incanalare il movimento operaio verso una strategia riformatrice, abbandonando ogni proposito di rivoluzione. Fu tra le più lucide nel sottolineare che sarebbero state le classi dominanti a tradire i principi liberal-democratici, quando le riforme ne avessero intaccato i privilegi economici. Il socialismo, che era l’unica organizzazione di peso a difendere la democrazia borghese, era cioè obbligato a non rinunciare ai propositi rivoluzionari, perché sarebbe stata la logica storica delle riforme a imporne la razionalità, pena il disfacimento sociale e la nascita di sistemi autoritari.

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30 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Pezzella

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso MontanariPier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Spero che decidano per il no al referendum anche coloro che di solito non votano: o perché considerano truccato il gioco delle istituzioni o perché ritengono la politica un puro spettacolo irrilevante o perché temono di trovarsi in cattiva compagnia. Condivido in buona parte la loro diffidenza: tuttavia penso che stavolta si debba votare, sia pure con motivazioni diverse da chi intende puramente e semplicemente difendere la Costituzione vigente.

La crisi del regime democratico-parlamentare che ci ha governato fino all’inizio di questo secolo è sotto gli occhi di tutti ed è probabilmente irreversibile: stiamo assistendo non a un semplice mutamento di governo nell’ambito di regole comunque valide e neanche a una pura ridistribuzione dei rapporti di forza, ma a un cambiamento più sostanziale di forma della politica. Che si debba cambiare la Costituzione è perfino ovvio: solo, in senso opposto a quello che intende seguire la riforma proposta dall’attuale capo del governo.

Del populismo si parla spesso in modo generico e giornalistico: questo impedisce di coglierne l’interesse e la specificità e anche – per quanto riguarda l’Europa – il forte legame con la tradizione della destra del Novecento. L’analisi migliore di questa forma politica è stata realizzata da Ernesto Laclau, che – per altro – ne è in fondo un sostenitore. Perché il populismo possa sorgere – egli sostiene – occorre una condizione negativa e tre condizioni positive. La prima è la crisi dell’ordine simbolico e politico precedente e dunque, nel nostro caso, della democrazia rappresentativa parlamentare. Le altre sono: l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno o interno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. La sostanza comune di queste operazioni è la riduzione a unità politica immaginaria di una molteplicità altrimenti disseminata e potenzialmente critica per l’ordine esistente.

La riforma della Costituzione voluta da Renzi permette la costituzione di un esecutivo capace di riassumere in sé queste funzioni. Non dico che Renzi personalmente voglia o sia in grado di porsi come capo di un movimento nazional-populista, questo si vedrà: tuttavia il quadro istituzionale proposto conduce a un rafforzamento unilaterale del potere esecutivo tale da permetterne la futura costituzione, con leader e comportamenti politici che potrebbero essere infinitamente peggiori di quelli attuali. Qualcuno potrebbe obiettare: ma che ci importa di questa o di altra forma politica? Tanto non è sempre comunque la Banca centrale europea a comandare e i poteri economici forti?

In effetti la riforma – che si dice «voluta dall’Europa» – si propone in prima istanza di modificare la natura dello Stato in modo tale da renderlo rapidamente adeguato al comando delle potenze economiche dominanti, liberandolo dai lacci (tali sono oggi considerati) del parlamentarismo. L’esecutivo – sottratto sostanzialmente a ogni controllo dopo l’elezione – diverrebbe così soprattutto un esecutore; ma è possibile anche una sorta di eterogenesi dei fini, come quella che pare divenire possibile in Francia: e cioè che di un esecutivo di questo tipo si impadronisca un movimento populista di destra, raccogliendo in chiave sciovinista e razzista la protesta contro la crisi e le forze economiche che l’hanno prodotta. Può accadere che si trovino dunque a competere una destra tecnocratica e una destra – più o meno larvatamente – nazionalista (o perfino neofascista).

Entrambe queste soluzioni, consentite e stimolate dall’attuale proposta di riforma, sono a nostro avviso distruttive per ogni volontà politica che voglia invece dirigersi verso una democrazia insorgente, sociale e partecipata. E che richiede sì, modifiche alla Costituzione, ma di ben altro segno: federalismo, mandato imperativo, controllo diretto e continuo dei rappresentanti sui propri eletti. Una costituzione di questo tipo sarebbe il riflesso politico di una richiesta di eguaglianza e di giustizia economica, che sembra lontanissima dalla mentalità degli attuali patrigni costituenti.

Temo che la frase possa suonare retorica, ma la voglio pronunciare ugualmente: è quella di Rosa Luxemburg: O socialismo o barbarie; perché se per un momento riusciamo a toglierci dagli occhi la benda dello spettacolo con cui ci annebbiano la ragione, dovremo riconoscere che questa e non altra è l’alternativa che si sta delineando per il prossimo futuro. Votiamo no perché resti ancora possibile uno spazio di conflitto in questa direzione.

27 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Il socialismo e la gestione democratica delle imprese

Il socialismo e la gestione democratica delle impresedi Bruno Jossa

1. Ampiamente diffusa oggi è l’opinione che il marxismo sia morto perché il sistema sovietico di pianificazione centralizzato è fallito. Ma è vera, invece, l’opinione contraria. «Sono lontani i tempi – scriveva Bensaïd nel 2009 – in cui una stampa sensazionalistica annunciava trionfalmente al mondo la morte di Marx. […] Oggi il suo temuto ritorno fa scalpore. L’edizione tedesca del Capitale ha triplicato le vendite in un anno. In Giappone la sua versione manga è diventata un bestseller. […] A Wall Street ci sono state addirittura delle manifestazioni al grido di: “aveva ragione Marx!” (cfr., per es., Kellner, 1995, Stone, 1998 e soprattutto Cohen, 1978 e 2000). Quest’ultimo argomenta che «il fallimento sovietico può essere considerato un trionfo per il marxismo».

Oggi, infatti, conosciamo un modo per liberarci del capitalismo senza violenza rivoluzionaria, in base a decisioni parlamentari, perché il lungo dibattito sulla teoria economica delle cooperative di produzione che si è avuto, a seguito di un celebre articolo di Ward del 1958, ha mostrato chiaramente che è possibile creare un sistema d’imprese gestite dai lavoratori, che è un nuovo modo di produzione nel senso di Marx e che, pur non essendo il paradiso in terra, può funzionare assai bene.

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9 Dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

I nostri «Classici»

di Lanfranco Binni e Marcello Rossi

I nostri ClassiciAllegato al numero di gennaio 2015  della rivista gli abbonati troveranno il primo volume di una nuova collana dedicata ai classici del pensiero politico e della letteratura: autori e testi legati alla lunga e complessa attenzione politica e culturale del «Ponte» di ieri e di oggi, dall’antichità classica all’umanesimo rinascimentale, all’illuminismo, al socialismo, all’anarchismo e al comunismo, su una linea di pensiero che ha sempre scelto e continua a scegliersi i propri autori di riferimento, di riflessione e di studio. I volumi dei «Classici», pubblicati in coedizione tra il Ponte Editore e il Fondo Walter Binni, usciranno con una cadenza sostanzialmente bimestrale allegati alla rivista; saranno inoltre distribuiti in libreria separatamente, e liberamente scaricabili in pdf dai siti www.ilponterivista.com e www.fondowalterbinni.it. per assicurarci la loro più ampia e libera diffusione.

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7 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quelli della palude

quelli della paludedi Rino Genovese

La fiducia non andava messa. Punto. Su una materia delicata come quella del jobs act con annesso articolo 18, e considerando che si tratta di una legge delega con i decreti attuativi che poi saranno fatti dal governo, è come se quest’ultimo chiedesse una delega in bianco o una doppia fiducia. Ma lo sappiamo: si tratta di un ricatto per piegare la minoranza Pd, di una pura esibizione muscolare da parte del presidente del Consiglio. Proprio per questo i dissidenti avrebbero dovuto dirlo chiaro e tondo: “Caro Renzi, se ti azzardi a porre la questione di fiducia al Senato, non soltanto cade il tuo governo ma salta lo stesso Pd”. Invece niente. La minoranza, con l’esclusione di Civati, ha dimostrato ancora una volta di essere nata per soffrire, credendo di fare politica.

Sul jobs act si sarebbe dovuti arrivare al braccio di ferro. Sembra che il compagno D’Attorre abbia tirato in ballo Togliatti e la “guerra di posizione” per distinguersi dalla “guerra di movimento” di Civati. Ma, a parte il paragone del tutto irriverente (Civati non è Rosa Luxemburg), la “guerra di posizione” in Gramsci e perfino in Togliatti – sebbene in questi con un pizzico di malafede, dato che nel frattempo il mondo era stato chiuso in blocchi e qualsiasi trasformazione radicale in Italia sarebbe risultata impossibile – era una strategia di lunga lena per la transizione al socialismo; in D’attorre, invece, consiste in un rapido calarsi le brache. Esercizio in cui pare vada specializzandosi la minoranza Pd, incapace di fare altro, terrorizzata com’è dalla prospettiva delle elezioni anticipate.

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