18 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo (2)

São Paulodi Rino Genovese

Sotto certi aspetti, il Brasile odierno ricorda l’Italia dei primi anni sessanta del Novecento. È una sensazione vaga, naturalmente, che può essere compresa soltanto da chi in quei tempi lontani era un giovane o un bambino – ma la stessa marea di automobili, tra cui moltissime Fiat, che invade le strade di questa megalopoli informe che è São Paulo, può essere messa in connessione, mutatis mutandis, con quel boom economico italiano che trovò la sua battuta d’arresto nella “congiuntura”, e aveva visto, nelle nostre piccole città restie al traffico, dilagare le Seicento e le Cinquecento, nuove vetture a portata di tutti. Anche qui il trionfo della motorizzazione privata, a scapito di uno sviluppo dei trasporti pubblici, l’affermarsi protervo dei consumi privati di contro a quelli collettivi, era il segno sia di un’uscita di tanti dalla povertà, sia di una distorsione individualistico-atomistica che precludeva forme più avanzate d’individualismo sociale. Non completamente, in verità, perché vi fu anche, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, quello che è rimasto in fondo l’unico esperimento riformista di ampio respiro che la storia italiana abbia conosciuto: il primo centrosinistra – fatto dai Fanfani, dai Nenni e dai Lombardi – che aveva tentato, con un’alleanza di governo tra la Dc e il Psi, di razionalizzare se non altro il sistema (anche in vista di sviluppi ulteriori, nella visione che fu di Lombardi), in una maniera che però di lì a poco, nel segno della successiva stabilizzazione riassunta dall’immobilismo moroteo, sarebbe retrospettivamente apparsa nient’altro che una fugace meteora.

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16 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo

dilma rousseff

di Rino Genovese

Mettiamola così: la socialdemocrazia è un’ottima risorsa finché un paese è in sviluppo, perché serve a ridistribuire il reddito, ma nei periodi di vacche magre, quando tutto si complica, bisognerebbe inventarsi qualche altra cosa che non sia alzare bandiera bianca cominciando a fare una politica di rigore.

Questa semplice considerazione, tra i grattacieli di São Paulo (sto scrivendo dal ventiquattresimo piano dell’edificio Copan, creazione anni cinquanta di Oscar Niemeyer), spiega sinteticamente ciò che sta accadendo in Brasile, il paese “mostro” del Sudamerica con i suoi duecento milioni e passa di abitanti di vario colore e svariata provenienza. Dopo il periodo Lula in cui, sull’onda dello sviluppo e mediante un compromesso tra gruppi sociali differenti, quaranta milioni di persone sono uscite dalla povertà, accedendo per la prima volta ai consumi (ah, quando si blatera contro il consumismo, come vorrei che si venissero a visitare un po’ i paesi dello storico sottosviluppo mondiale…) e formando una nuova “classe media” (il cui reddito, per comprendere le proporzioni rispetto all’Europa, si colloca tra i cinquecento e i mille euro al mese), dopo quel periodo fantastico, da circa un anno il Brasile è entrato in recessione, e si calcola che il prodotto interno lordo nel 2015 sarà tra il -2 e il -3%.

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