11 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il fumetto e l’identità nazionale italiana

fumettodi Matteo Rima

[Articolo apparso sul numero 6 – giugno 2016 de Il Ponte]

Alcuni dei fumetti che seguo da anni con maggior interesse sono ambientati in Italia: mi riferisco a Murena (testi di Jean Dufaux, disegni di Philippe Delaby), Cesare (testi e disegni di Fuyumi Soryo) e Ad Astra (testi e disegni di Mihachi Kagano). Si tratta di tre opere seriali ancora in corso di pubblicazione, iniziate rispettivamente nel 1997, nel 2005 e nel 2011; Murena e Ad Astra si svolgono in epoca romana e prendono il via rispettivamente nel 54 d.C., durante il regno dell’imperatore Nerone, e nel 218 a.C., al tempo della seconda guerra punica; il Cesare dell’eponimo fumetto è invece Cesare Borgia, pertanto l’opera che ne racconta le gesta incomincia nella Toscana del XV secolo (per la precisione, a Pisa nel 1491). Pur nella loro diversità d’intenti (il tono soap-operistico di Murena è ben diverso dall’estrema precisione storica e grafica che anima Cesare), le tre opere sono ugualmente serie e documentate, rigorose sia dal punto di vista narrativo sia da quello visivo: le architetture della Toscana rinascimentale ricreate graficamente da Fuyumi Soryo sono mirabili, così come sono encomiabili la perizia e la dovizia di dettagli con le quali Mihachi Kagano illustra le battaglie tra l’esercito romano e quello cartaginese, ricostruendone strategie e spostamenti. Ed è pregevole anche la dimestichezza con cui gli autori muovono, mettendoli fianco a fianco, personaggi inventati e notabili dell’epoca: scorrendo le pagine delle opere si incontreranno Nerone e Poppea, Niccolò Machiavelli e Giovanni de’ Medici, Annibale Barca e Scipione l’Africano1.

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20 Luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Niente di nuovo

assolto Berlusconidi Rino Genovese

Non c’è commentatore che non osservi come la recente sentenza che ha assolto Silvio Berlusconi dai reati di concussione e prostituzione minorile apra un’autostrada alle riforme di Renzi, che adesso potranno avvalersi di un clima disteso da parte della destra e andare in porto in poco tempo. Non è detto, ma in effetti non stiamo assistendo a niente di nuovo. Gli ultimi vent’anni ci hanno abituati a soprassalti del genere. Quante volte Berlusconi – è un’illusione ricorrente – doveva essere messo fuori causa dalla magistratura e dalle sue sentenze? E quante volte l’ha fatta franca? Alla fine, la ridicola condanna a fare l’assistente una volta a settimana in una casa di riposo per anziani ha dato all’intera sua vicenda di border line – sempre ai limiti della legge e, più spesso, al di là – il sapore di una conclusione di una storia di Topolino. A quando, come massima tortura, un bel solletico ai piedi?

La riflessione su questi vent’anni italiani insegna che non è con le scorciatoie giudiziarie (che poi si esplicano in estenuanti lungaggini) che potrà mai essere pronunciata una parola definitiva sul berlusconismo. Il quale, sebbene in declino, non è affatto finito, e anzi sotto molti aspetti si è transustanziato in Matteo Renzi. Il berlusconismo originario – a partire da un solido grumo di potere, a tutt’oggi neppure intaccato, dato da un’ingente forza economico-mediatica sotto un padrone solo – è il tentativo di fare della già fragile democrazia italiana una democrazia plebiscitaria, con tratti autoritario-padronali, in cui, anche sotto il pretesto di un’innovazione istituzionale, si nasconde il rafforzamento dell’esecutivo a scapito del parlamento. Si tratta insomma di un bonapartismo in formato ridotto: alla propaganda attraverso le guerre e le imprese eroiche si sostituisce una capacità di presa mediatica (in particolare mediante l’uso dei sondaggi) in cui la cosiddetta sovranità popolare (già di per sé, e fin dai tempi di Rousseau, un concetto in se stesso scivoloso) è ridotta al consenso tributato da un popolo di consumatori della politica a un deus ex machina che, di volta in volta, può chiamarsi Berlusconi o perfino Renzi.

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