23 novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Annunci e ricatti

di Giancarlo Scarpari

Non è sembrato per anni un personaggio di particolare rilievo: politico di lungo corso (militante della Lega di Bossi dal 1990), consigliere, mai divenuto assessore, al Comune di Milano dal 1993, inviato dal 2004 al 2006 in Europa, supportato da un assistente, Franco Bossi, fratello del senatur, Salvini era diventato popolare nella rete nel 2009 per aver proposto l’apartheid nella metropolitana milanese e per aver ingiuriato gli italiani del Sud («Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani»), iniziative e frasi che seguivano il “comune sentire” degli indipendentisti padani, guidati allora da un capo che inviava insulti al «terrone» Napolitano, presidente della Repubblica.

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17 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

La sinistra al bivio

La sinistra al biviodi Giancarlo Scarpari

È passato un anno da quel 4 dicembre 2016 che interruppe il sogno di Renzi di riformare l’Italia. Ma quel risultato è stato archiviato in fretta, quasi si fosse trattato di una semplice sosta in un viaggio da riprendere subito, dopo un semplice cambio della guardia (col passaggio del testimone del governo a Gentiloni) e una nuova investitura al segretario del partito da parte del popolo del Pd (con la celebrazione del rito delle primarie).

Invece è da lì che bisogna ripartire per comprendere quello che sta succedendo oggi, poiché, all’ombra dell’asserita competizione per difendere o meno la Costituzione, si è conclusa quel giorno la prima fase di una lotta politica tra e dentro i partiti – soprattutto in quello democratico – lotta caratterizzata da finalità e scopi che in realtà poco avevano riguardato la difesa dei principi della Carta.

Renzi aveva infatti usato il referendum come clava per vestire definitivamente i panni del leader della Nazione, assumere un controllo totalitario sul Pd e sbarazzarsi, strada facendo, dell’opposizione interna. La sfida baldanzosamente lanciata all’insegna di “Renzi contro tutti” si è risolta invece con la vittoria di “tutti contro Renzi”, poiché lo statista di Rignano è riuscito nella miracolosa impresa di far coalizzare tra loro tutte le opposizioni, dalla sinistra ai grillini ai fascio-leghisti e di fornire, contemporaneamente, utili suggerimenti alle destre in vista delle successive campagne elettorali (suggerimenti prontamente raccolti, come si è visto, nelle amministrative di giugno e, come presto si vedrà, anche in quelle siciliane di novembre).

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11 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Tra la Padania e la Catalogna

di Mario Pezzella

Non so cosa resti nell’attuale Movimento 5 stelle e nella Lega delle loro ispirazioni originarie. Nato come movimento antisistema, l’attuale gruppo dirigente ex-grillino si sta orientando verso un populismo tecnocratico di stile macroniano, pronto a misure dure sull’immigrazione, sulla sicurezza, sui diritti di cittadinanza. Quanto a Salvini, ormai fa concorrenza alla Meloni nel conquistare a livello nazionale i voti dei fascisti e di Casa Pound. In entrambi il tema del federalismo è passato in secondo piano, sempre più sostituito da “Patria, sicurezza e ordine”.

Per quanto riguarda la Lega, comunque, non si è mai trattato di un autonomismo inclusivo, parte di un’Europa federale rinnovata, né di una contestazione reale del principio dello Stato-nazione. C’è un abisso tra un’Europa delle autonomie, che abbatterebbe i confini degli Stati nazionali, in una Federazione più ampia e inclusiva, e un’Europa delle piccole patrie nazionaliste e litigiose, in cui il nazionalismo fiorisce su basi territoriali più ristrette ma in modo ancor più virulento. Nel primo caso si cerca di superare il principio stesso dello Stato-nazione, nel secondo lo si applica in modo easperato ed estremo. Il leghismo degli inizi costituiva un’involuzione del vero federalismo europeo; il suo nazionalismo “padano” rifiutava i due pilastri paralleli, su cui il federalismo può reggersi, la dimensione europea e il socialismo sul piano dei rapporti economici (questa trinità dei termini era invece quella originaria di Spinelli e Calamandrei, la loro grande ma concreta utopia).

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3 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Don Roberto

Benignidi Massimo Jasonni

Gigante – in fotografia e nello spazio offerto all’irruente eloquio del comico – l’intervista di Roberto Benigni a Ezio Mauro su «la Repubblica» del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica e in tema di modifica referendaria alla Costituzione. Poi ci hanno pensato le televisioni, da par loro, ad amplificarne a dismisura credito e diffusione. Trattandosi non di esercizio di un pensiero, ma di mera comunicazione pre-elettorale e pubblicità a sostegno della vittoria del «sí», già indicativo è il tratto fotografico: Benigni si nasconde dietro al leggío e, simulando il gioco del nascondino con lo spettatore, ammonisce puntando il dito. Sorride, ma in modo non convincente: le movenze paiono piú quelle dell’imbonitore che non del giullare di ormai molti anni addietro, con la sua prepotente, laica e toscanissima verve.

L’intervista, coltivata con cura dall’ex direttore del quotidiano, parte da una premessa domestica (babbo e mamma di Roberto votarono nel ’46 per la repubblica, senza tentennamenti) per trasfondersi nell’esaltazione del testo legislativo fondativo dell’assetto repubblicano. La nostra Costituzione, gridò nell’esibizione televisiva del 2012, è «la piú bella del mondo», da amare e da condividere. I dati di ascolto non lasciano margine al dubbio: 13 milioni, molti di piú degli 11 dei «Dieci Comandamenti». «Calamandrei batté Mosè?», domanda il giornalista, in fervida attesa di replica pirotecnica. Il Nostro ci mette del suo, permettendosi di correggere l’interlocutore: no, non solo Calamandrei, ma «Calamandrei e i suoi colleghi e i suoi avversari». Il «momento di grazia» fu rappresentato da «un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune».

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