Annunci e ricatti

di Giancarlo Scarpari

Non è sembrato per anni un personaggio di particolare rilievo: politico di lungo corso (militante della Lega di Bossi dal 1990), consigliere, mai divenuto assessore, al Comune di Milano dal 1993, inviato dal 2004 al 2006 in Europa, supportato da un assistente, Franco Bossi, fratello del senatur, Salvini era diventato popolare nella rete nel 2009 per aver proposto l’apartheid nella metropolitana milanese e per aver ingiuriato gli italiani del Sud («Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani»), iniziative e frasi che seguivano il “comune sentire” degli indipendentisti padani, guidati allora da un capo che inviava insulti al «terrone» Napolitano, presidente della Repubblica.

Nello stesso anno, Salvini era stato nuovamente eletto al parlamento europeo, ove sarebbe rimasto sino al 2018: e lì non si era opposto alle misure di austerità previste dal Six pack, ma si era semplicemente astenuto con tutta la Lega, aveva poi disertato con sempre maggiore frequenza le riunioni delle commissioni legislative, tanto da essere apostrofato in aula da un parlamentare belga Mark Tarabella, come «fannullone e assenteista» e bollato da un giornale di Bruxelles, il «Politico», come «l’euroscettico che diventa europeista quando si tratta di ritirare lo stipendio». Questo, tuttavia, non gli aveva impedito di firmare con Marine Le Pen documenti di fuoco contro i burocrati della Ue e di censurarne l’attività con una nutrita serie di aspri interventi, via via riprodotti su You Tube e Facebook.

Mentre la Lega di Bossi si radicava nelle regioni del Nord grazie all’“egoismo territoriale” gestito da sindaci e governatori (Zaia e Maroni ne erano gli interpreti più applauditi), la popolarità di Salvini era affidata soprattutto alla rete e ai messaggi che vi inviava di continuo, battendo ossessivamente sui temi della sicurezza e sulla «difesa dell’orto di casa».

La costruzione mediatica del personaggio conosceva poi un’improvvisa accelerazione a partire dal 2012, quando le vicende della «Lega ladrona» e la conseguente fine politica di Bossi & c., gli aprivano le porte della guida del partito; da allora la sua “immagine”, affidata a uno staff di specialisti guidato da Luca Morisi, lo rendeva protagonista di un racconto in parte nuovo, che archiviava silenziosamente la Padania e i riti connessi, rimuoveva gli anni di sudditanza della Lega al partito di Berlusconi (e con essa il comune tentativo di affossare la Costituzione, l’appoggio fornito alla “missione” contro la Libia, la condivisione della rovinosa politica economica, ecc.) e, sull’onda degli accresciuti arrivi in Europa di migranti dovuti alle guerre fomentate in Africa e nel Medio Oriente, aggiornava la tradizionale xenofobia di quel partito.

Chieste rituali scuse agli abitanti del Sud per le precedenti intemperanze, sostituiva gli Italiani ai Padani nei suoi riferimenti territoriali, concentrando gli strali esclusivamente contro i migranti «invasori», accusati di stravolgere l’identità della nazione (nonché di essere i primi responsabili della criminalità nel paese, di togliere il lavoro a tanti suoi abitanti, ecc.) e contro i governi «criminali» che li avevano «favoriti»: «Chi alimenta l’immigrazione clandestina è complice degli attentati dell’Isis. Punto», aveva twittato perentoriamente nel 2016, alimentando quotidianamente paure diffuse e intrecciando ad arte ondata migratoria e terrorismo. Le sue non erano rimaste semplici parole: uno dopo l’altro i sindaci della Lega, seguiti da qualche clone del Pd, si opponevano a una distribuzione “diffusa e ragionata” dei migranti sul territorio (anche il semplice annuncio dell’ arrivo di poche donne e bambini induceva la Lega a fomentare l’allarme tra la popolazione) e i prefetti li concentravano in strutture-ghetto, che ne ostacolavano la possibile integrazione, li condannavano all’ozio e, grazie alle frequenti male gestioni, fornivano il comodo bersaglio per sempre nuove campagne di paure e di proteste.

E tuttavia, malgrado questo, sino al 2016, questo nuovo corso di Salvini non aveva registrato particolari successi poiché la Lega continuava a essere un partito elettoralmente subalterno a quello di Berlusconi ed era per giunta tallonata da sgradevoli processi penali (truffa ai danni dello Stato per rimborsi elettorali fasulli e appropriazione indebita da parte di alcuni dirigenti di parte delle somme illecitamente percepite). Ma la permanenza di Salvini in Europa lo aveva ormai persuaso che la lotta contro gli immigrati costituiva la maggiore e più sicura fonte di consensi sia per i partiti che nel loro paese stavano all’opposizione (come quello di Marine Le Pen), sia, soprattutto, per quelli che erano giunti al governo (come quelli di Orban e Kaczynski).

Della politica praticata dalla prima aveva colto la rapidità con cui era passata dalla semplice contrapposizione tra francesi e immigrati alla rivendicazione di un patriottismo economico nei confronti degli stranieri e della sovranità nazionale nei confronti dell’Ue: per questo nelle elezioni europee del 2014 la Lega si era alleata con il Fronte Nazionale nel raggruppamento di estrema destra «Europa delle Nazioni e della Libertà».

Degli altri aveva apprezzato il «superamento della democrazia liberale» proclamato nel 2014 da Victor Orban, che aveva difeso l’identità dei “magiari” contro gli “invasori”, costruito reticolati ai confini con la Serbia e la Croazia, disposto la carcerazione preventiva per i richiedenti asilo, riabilitando, en passant, il dittatore ungherese degli anni trenta del Novecento, l’ammiraglio Horthy; e l’aveva convinto anche il “sovranismo” di Jaroslav Kaczynski, uno stravolgimento dello Stato di diritto caratterizzato dalle pressioni esercitate sulla stampa, dal controllo della magistratura, dalla ricerca continua di un “nemico interno”, il comunista o il musulmano, a seconda delle occasioni.

Il fatto poi che quei governi, guidati da leader cattolici, protetti dalla Nato in funzione antirussa, fossero stati tra i maggiori beneficiari dei fondi europei e avessero potuto al contempo sottrarsi platealmente alla redistribuzione dei migranti stabilita dalla Commissione europea senza incorrere in alcuna sanzione, aveva mostrato a Salvini l’utilità che poteva derivare da una politica decisa e ricattatoria esplicata nei confronti di istituzioni comprensive e divise.

Ulteriori insegnamenti gli erano poi venuti dalle elezioni americane, vinte da un outsider che si era svincolato dall’osservanza delle regole e dalla pratica del politicamente corretto. Il successo di Trump all’insegna dell’America first (flat tax, ordine, sicurezza e difesa armata dei cittadini, protezione delle industrie americane, divieto di ingresso ed espulsioni degli stranieri indesiderati, muri rinforzati alla frontiera del Messico, ecc.; il tutto veicolato via twitter con una comunicazione triviale e aggressiva) persuadeva definitivamente Salvini che quelle erano le strade giuste per far crescere il suo “nuovo” partito, che opportunamente rilanciava sotto l’insegna di «Prima gli italiani» (slogan non a caso anticipato in Italia da Casa Pound).

Terminato l’apprendistato, Salvini si trovava dunque a operare in una situazione politica in rapido mutamento: il referendum del 4 dicembre 2016 aveva sanzionato la sconfitta del Pd di Renzi e ricompattato improvvisamente una destra, sino ad allora in crisi per l’appannamento del suo leader storico; il «Sole-24 ore», nell’estate successiva, aveva suggerito a quelle formazioni un programma politico-economico, promuovendo una corposa campagna di stampa sulla flat tax; Salvini vi partecipava con la proposta più radicale (la tassa unica al 15%), ma si ritagliava all’interno della coalizione un ruolo particolare, quello ormai consolidato di difensore degli italiani dall’invasione dei migranti, autori di una vera e propria “pulizia etnica al contrario”.

E con questa campagna ha conquistato il potere in tre sole mosse.

Prima, la campagna elettorale: postando ogni giorno immagini di extracomunitari «ladri di lavoro» e portatori di delinquenza, malattie e terrorismo, si propone, con piglio autoritario e sicuro, come l’unico leader in grado di fermare questa deriva, promette il futuro blocco delle frontiere e l’espulsione dei 600.000 clandestini già accolti dal “buonismo” dei precedenti governi del Pd; procede poi attraversando un campo già abbondantemente arato; conclude, infine, un patto con Storace e Alemanno, raccoglie consensi anche nel centro-sud nell’area della destra e in breve rovescia i rapporti di forza sino ad allora esistenti all’interno di quella coalizione.

Poi l’incontro col Movimento 5 Stelle, che, deciso a governare a ogni costo, gli offre la pedana ideale per compiere il secondo balzo in avanti: chiacchierando per mesi e apparendo su face book e sugli schermi televisivi a tutte le ore, può magnificare la propria mercanzia, inventarsi un’emergenza immigrazione e ottenere, per sconfiggerla, l’agognata poltrona di ministro dell’Interno: qui giunto, si presenta come l’uomo forte del governo, si rivolge al popolo della rete “da ministro e da papà”, continua la campagna elettorale permanente e in soli due mesi, senza che una sola legge sia varata, la Lega appaia nei consensi il Movimento 5 Stelle.

Terzo passaggio, dalle parole ai fatti: Salvini si sente stretto nel suo ruolo istituzionale di ministro dell’Interno; si proietta infatti verso l’estero e apre un contenzioso con vari governi d’Europa per cambiare le normative esistenti, propagandando soluzioni irrealizzabili (blocco dei migranti in Africa, apertura di centri di raccolta in paesi extra-europei, blocco navale delle coste libiche); poiché ovviamente nessuno gli bada e non gli riesce di cambiare le regole, decide di violarle platealmente, reclamizzando le iniziative in diretta facebook: dichiara via etere guerra alle Ong straniere che soccorrono la gente in mare (e pazienza se in tal modo aumentano le morti per annegamento o i rimpatri forzati nei campi di concentramento libici), fa bloccare i porti anche alle navi italiane, civili o militari che siano (nel silenzio o col consenso succube dei ministri titolari di quei poteri), accoglie le critiche in modo sprezzante e con frasi nostalgiche (molti nemici, molto onore; me ne frego, ecc.).

Imitando poi i suoi maestri e inaugurando la politica del ricatto, sequestra i migranti ammassati a bordo di alcune navi perché altri Stati li prendano in consegna: indagato per un reato previsto per la repressione del terrorismo internazionale (art. 289 ter c.p., il sequestro di persona a fini di coazione di governi od organismi internazionali), viene poi accusato “soltanto” per un comune sequestro di persona; considerando l’incriminazione una medaglia al valore, se ne gloria sulla rete e nei tg, i media lo assolvono subito per aver agito in difesa della Patria e, con questo nuovo balzo in avanti, il suo consenso supera alla fine dell’estate quello riservato a Di Maio.

Ovviamente tutto questo agitarsi non ha certo risolto il problema dei migranti, che ora giungono, via mare, coi barchini e non più coi barconi e che dalla Germania (e da quali altri stati europei?) vengono silenziosamente “restituiti”, se “migranti secondari”, con periodici voli charter. Né Salvini ha potuto far nulla per «rimpatriare i 600.000 clandestini», una promessa che era un semplice slogan e che tale è ovviamente rimasto, essendo impossibile, come ben sapeva quando lo proclamava, individuare identità e provenienza della maggior parte delle persone che fuggono dall’Africa.

Tutto questo è invece servito ad altro: a costruire l’immagine del Capitano, del politico che “cammina veloce” e che velocemente decide; che non deve rendere conto delle sue iniziative a nessuno, e in particolare all’“esecutore” Conte; che, con una telefonata, ottiene da Toninelli la chiusura dei porti e, con un cenno d’intesa, da Di Maio, l’esclusione dei migranti dal futuro reddito di cittadinanza; e che, battendo i pugni sul tavolo, fa cambiare a Tria la struttura del Def nello spazio di 48 ore, imponendogli uno “scostamento” nel rapporto deficit/pil non più dell’1,6%, bensì del 2,4% . Ed è servito altresì a lanciare sullo scacchiere internazionale l’immagine di un leader che “guarda lontano”, che punta a spostare gli equilibri a Bruxelles e che, in vista di tale obiettivo, non deve andare a Parigi o a Budapest, ma è in grado di far venire in Italia Orban, che gli dà dell’eroe e la Le Pen, che firma con lui l’alleanza per le europee del 2019.

Così, quasi inavvertitamente, Salvini passa, senza soluzione di continuità, da una campagna elettorale all’altra e poiché è per lui importante garantirsi la copertura mediatica anche nelle reti generaliste, impone Marcello Foa, padre di una componente del suo team “per l’immagine”, alla direzione della Rai, la cui “Vigilanza” era già stata consegnata alla destra; e il “sovranista” di turno subito si presenta, attaccando Soros (un omaggio a Salvini e a Orban) e il Pd (un omaggio all’intero governo) raccontando di inesistenti finanziamenti del primo al secondo, poi “rettificati”, in silenzio, dopo la smentita; e subito dopo la Lega punta a ottenere la nomina di Gennaro Sangiuliano, un ex missino, alla direzione del Tg2, considerata la rete di sua spettanza.

Così la campagna continua: Salvini consolida la politica dell’annuncio con le prime iniziative discriminatorie, tagliando i fondi per l’accoglienza, restringendo il diritto d’asilo (incrementando così il numero dei “clandestini”), difendendo le soluzioni vessatorie dei “suoi” sindaci ( mentre nel paese si moltiplicano gli insulti razzisti, le aggressioni e il “tiro al piccione” contro i neri); e rinnova di continuo la politica del ricatto nei confronti dei vertici europei, convinto di poterli irridere in continuazione, perché politici «coi giorni contati» (nella primavera del 2019 «si cambia») e perché sa che, sino a quella data, le eventuali sanzioni contro l’Italia saranno prevalentemente simboliche; e, preso dall’euforia del momento, annuncia per il dopo elezioni la sua candidatura a presidente della nuova Commissione europea.

Nel frattempo si muove su diversi piani: è consapevole che, senza il Movimento 5 Stelle, la Lega non ha oggi i numeri per governare, per cui ha cura di procedere in sintonia con Di Maio, di dividere le risorse del paese in modo che ciascun diarca possa dare inizio ai programmi sbandierati, rinnovare le attese e dimostrare così di “mantenere le promesse” (anche a costo di ipotizzare nel Def previsioni di crescita assolutamente irreali). Nel frattempo, per alimentare consensi immediati, lasciando che il Movimento 5 Stelle si intesti e finanzi la sanatoria dell’abusivismo a Ischia, inserisce nel decreto fiscale un maxi-condono, pure escluso dall’art. 11 del contratto di governo, con annesse impunità per gravi reati; poiché i provvedimenti non sono più deliberati, ma approvati “salvo intese” e diffusi subito in bozze per i vari annunci, una di queste suscita «perplessità nel Colle»; per cui, dopo un indecente siparietto televisivo, con reciproche accuse di «scemo» e «bugiardo», nel giro di 48 ore l’armonia tra i due si ricompone, il premio per gli evasori viene confermato, sia pure in misura ridotta (con la concreta possibilità che, con qualche ambiguo emendamento, ricominci a crescere durante la conversione del decreto in legge).

Nel frattempo Salvini non smette di curare, con meno clamore ma con la massima attenzione, l’orto di casa: il ministro per gli Affari regionali, la leghista Erika Stefani, vara una bozza d’intesa tra lo Stato e la Regione Veneta e assicura che i «9/10 delle tasse» rimarranno ai locali (con tanti saluti ai neoleghisti del Sud); poi subito raddoppia, annunciando che è quasi pronta anche la bozza relativa alla Lombardia; e le due Regioni a trazione leghista vengono intanto candidate a gestire le Olimpiadi invernali del 2026.

È poi la volta degli alleati tradizionali, quelli che in primavera hanno consentito alla Lega di eleggere Fraccaro “governatore” del Friuli-Venezia Giulia; in autunno, guidando la ricostituita coalizione di destra, la Lega elegge a “governatore” della Provincia autonoma di Trento il proprio candidato Maurizio Fugatti, diventando il primo partito, riducendo Forza Italia al 2,8% e distanziando il Movimento 5 Stelle, che, dopo una scissione, precipita al 7,2%; e la coalizione si ricompatta anche al Senato, dove Salvini, ottenuto il ritiro degli emendamenti già presentati dal M5S, ottiene anche i voti di FI e di FdI, per far velocemente approvare la legge, incostituzionale, sulla legittima difesa “sempre presunta”.

In casa, dunque, tutto bene. Del resto le cose non potrebbero andare diversamente, visto che il governo non ha un’opposizione che lo contrasti o lo condizioni in qualche modo, data l’irrilevanza politica di Leu e il disfacimento progressivo del Pd, con Renzi che si inventa i comitati civici (!) e i senatori che votano un articolo di quella legge incostituzionale, vantandone addirittura la paternità.

Le difficoltà per Salvini nascono, invece, quando, dopo annunci, ricatti e bozze varie, l’esecutivo deve mostrare i conti a Bruxelles.

Finiscono allora molte guasconate: il portavoce dei diarchi si sprofonda in giuramenti di fedeltà alla Ue e all’euro, ma la Commissione, per la prima volta nella storia, boccia la manovra economica di uno Stato membro e l’Italia sconta il suo voluto isolamento in Europa, visto che anche gli amici sovranisti di Salvini si uniscono nella unanime condanna.

«Tiriamo avanti con il sorriso», afferma il leader leghista. Ma subentra un certo nervosismo, quando, accompagnato da una duplice valutazione negativa delle agenzia di rating, lo spread, che il 15 maggio era a 129 punti, a fine ottobre balza ben oltre la soglia dei 300, un dato che gli analisti giudicano a lungo insostenibile, per la sorte delle banche e per gli effetti a catena che può produrre, anche in termini di consenso: ecco perché, giunto al punto, il governo del cambiamento si comporta come tutti gli esecutivi precedenti e comincia a trattare con Bruxelles; e mentre per i teleutenti Salvini dichiara che la manovra «non muterà di una virgola», in silenzio i tecnici cominciano a rifare i conti (le “grandi riforme” possono essere diluite nel tempo, se lo spread supera una certa soglia, si taglieranno alcuni costi, il 2,4% è un tetto, non necessariamente un obiettivo da raggiungere, ecc.).

Nessun compromesso a parole, un’affannosa mediazione nei fatti: il copione può essere solo aggiornato, non cambiato, perché le attese create non vanno deluse, ma coltivate di continuo e perché il governo che le alimenta intende durare, costi quello che costi e, salvo interni scossoni, almeno sino alle elezioni di primavera.

Poi si vedrà.

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