7 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Avanti a sinistra, dal basso

Avanti a sinistradi Lanfranco Binni

In ogni competizione elettorale sono gli elettorati a lanciare i messaggi fondamentali, tanto più significativi in un sistema politico in crisi di rappresentanza. Più dei risultati (voti ed eletti) contano le modalità dei processi che hanno prodotto gli esiti. Le analisi dei risultati e dei flussi elettorali, quando non sono deformate da letture comunicazionali di partito, fotografano aspetti parziali e superficiali di fenomeni complessi e profondi, a più dimensioni. In genere, nei sistemi politici rappresentativi, il dato numerico di chi non ha partecipato alle elezioni è ritenuto marginale e ininfluente rispetto alla “concretezza” dei numeri: chi ha vinto e chi ha perso. Il non voto ha sempre molte ragioni, dall’estraneità a una certa politica alla non collaborazione con i riti truccati di una democrazia formale, al dissenso attivo nei confronti del sistema politico o di forze politiche magari votate in passato e di cui non si condividono le scelte e i comportamenti attuali. In Italia, alle elezioni europee del 26 maggio non ha votato il 43,7% degli aventi diritto. L’astensionismo è in crescita. Non hanno votato 21 milioni e mezzo di cittadini, e rispetto al 100% degli aventi diritto il 33% della Lega corrisponde a un reale 19%; il Pd renziano alle elezioni europee del 2014 aveva ottenuto il 23,3% dei voti degli aventi diritto.

L’astensionismo, con punte del 60% in Sicilia e Sardegna, ha colpito soprattutto una delle due forze di governo, il M5S; l’analisi del voto ha rilevato flussi in uscita dal M5S in minima parte verso il Pd, nella sua componente di destra verso la Lega, ma soprattutto verso l’astensionismo: un chiaro no al M5S di governo, confusamente politicista e subalterno alle iniziative di propaganda della Lega, prigioniero di una non linea insostenibile «né di destra né di sinistra», con un elettorato la cui componente di sinistra (ambientalismo, diritti sociali, democrazia diretta, altra economia, antiatlantismo) nelle elezioni politiche del 2018 aveva coinvolto quasi il 50% dei suoi elettori.

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28 Giugno 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Avanti popoli, alla riscossa

Avanti popolidi Lanfranco Binni

In Italia le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno, in Francia la mobilitazione operaia e studentesca contro le politiche liberiste del governo socialista, in Gran Bretagna il referendum del 23 giugno, in Spagna le elezioni politiche del 26 giugno: venti giorni che hanno cambiato profondamente lo scenario politico, sociale e culturale dell’Europa. In Italia, la disfatta della lobby del Partito democratico con tutte le sue ruote di scorta (da una pretesa sinistra interna al malaffare verdiniano, ai media arruolati con ruoli di propaganda e disinformazione) e dei modesti conati di Sinistra italiana, la sconfitta e dispersione della destra berlusconiana e leghista, e l’«imprevedibile» forte affermazione del Movimento 5 Stelle, non solo in grandi città simboliche come Roma e Torino. In Gran Bretagna, la decisione di un elettorato maggioritario, espressione in gran parte di ceti popolari, di dissociarsi dall’Unione europea a egemonia tedesca, per recuperare una pretesa sovranità. In Spagna, la paralisi del sistema politico tradizionale che ha coinvolto lo stesso tentativo di «assalto al cielo» dell’alleanza Podemos-Izquierda unida. In tutte queste situazioni, a crollare o a entrare in crisi sono i sistemi politici subalterni ai poteri finanziari, mentre avanzano, con esiti dirompenti, l’astensionismo e movimenti e forze politiche che sono espressione di vasti settori popolari e di ceto medio impoveriti dalla crisi economica, vessati dalle politiche europee di austerità e da oligarchie al potere sempre più isolate.

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30 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’Europa democratica da costruire

pablo iglesiasdi Vincenzo Accattatis

«Sorprendente, paradossale, perfino ironico, il paragone fatto dai media fra il Labour di Jeremy Corbyn e Podemos», fra un antico, storico partito britannico della classe operaia che sceglie un suo nuovo leader e un movimento sorto in Spagna appena diciotto mesi fa (Pablo Iglesias: «¿Por qué todos hablan del Pablo Iglesias británico?», «El Pais», 14.09.2015). Una cosa hanno in comune, scrive Iglesias: entrambi nascono dal fallimento del social-liberalismo. Io penso invece che questo abbiano in comune: nascono entrambi da “un movimento di popolo” che “non ne può più” del neoliberismo e del preteso socialismo europeo che spaccia  – “che vende” – come vero socialismo, come socialismo autentico, serio, perchè “realistico”, un preteso socialismo, un socialismo fasullo, che accetta la politica della destra come vera, seria politica e la pratica. Tony Blair è il campione del falso socialismo, del socialismo thatcheriano, «terza via»; del socialismo imperialista, di guerra, di sempre più guerre – non di sempre più pace, di sempre più iniziativa diplomatica. François Hollande è il più recente esempio del socialismo colonialista, imperialista.

Movimento di popolo, di base. È populismo? Il movimento di popolo può svolgere funzione positiva. L’ha svolta il populismo americano alla fine del XIX secolo. Si dice che il mio partito rappresenti gli indignados, scrive Iglesias. «In parte è vero, siamo in presenza di una mezza verità. Il mio movimeto in Spagna nasce dal fallimento dell’ideologia che ha portato alla distruzione di ogni protezione sociale, delle industrie, dei sindacati degli operai; che ha dimostrato la sua incapacità a produrre benessere per le popolazioni».

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30 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Dove vola l’avvoltoio

avvoltoiodi Lanfranco Binni

C’è qualcosa di serio in quanto sta accadendo in questo paese dietro il polverone “riformistico” sollevato a uso domestico dal piazzista di Pontassieve, ed è l’asservimento italico all’accordo segreto euro-americano del Ttip, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti.

L’offensiva liberista internazionale scatenata nel 2008 contro la spesa pubblica e i programmi sociali degli Stati nazionali è in fase di accelerazione. «La posta in gioco» – scrive Serge Halimi nel numero di giugno di «Le Monde diplomatique» – «è al tempo stesso piú ampia e piú ambiziosa: riguarda i nuovi privilegi rivendicati dagli investitori di tutti i paesi, magari come risarcimento per una crisi economica che essi stessi hanno provocato». E riguarda l’assetto geopolitico del mondo, da ridisegnare al servizio delle multinazionali. La risposta alla crisi finanziaria del 2008 è l’accelerazione delle dinamiche che l’hanno determinata, e il Partenariato transatlantico euro-americano ne costituisce lo strumento “legale”, il timone delle politiche statuali sulla base di un nuovo diritto internazionale da imporre con le armi di ogni genere e su qualunque terreno. Con l’obiettivo strategico dell’internazionalizzazione del «libero mercato», in concorrenza diretta con la Cina e con il nuovo asse Mosca-Pechino che si va delineando. Il recente viaggio di Renzi in Vietnam, in un momento di tensione tra Vietnam e Cina per ragioni territoriali (ed energetiche), rientra in questo quadro in movimento.

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3 Giugno 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Per la piena occupazione

Ucrainadi Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Con il non-voto al 45,61%, il 40,8% del Pd corrisponde al 22,19% degli elettori “aventi diritto”. Il Pd ha attratto voti berlusconiani ed ex grillini, e ha fagocitato i suoi alleati di governo indebolendone l’influenza parlamentare; il M5S, nonostante i linciaggi mediatici alimentati dai suoi stessi limiti e carenze di ordine politico (ne parla diffusamente Mario Monforte in questo stesso numero della rivista), ha comunque consolidato la sua area di secondo partito nazionale al 21%; prosegue il declino di Forza Italia, destinato ad aggravarsi.

Dall’analisi dei flussi elettorali emergono due dati particolarmente significativi: nel Pd confluiscono aree elettorali di “sinistra” tradizionale, di centro e di destra; dall’area del M5S defluiscono verso il Pd (ma soprattutto verso l’astensionismo) elettori di destra che lo avevano votato alle politiche del 2013 (emblematico il caso del Nord-Est). La sinistra della lista «L’altra Europa per Tsipras» ha superato a fatica lo sbarramento del 4%, per poi sprofondare immediatamente nelle endemiche contraddizioni dei partiti che la componevano (Sel, Rifondazione comunista, liberaldemocratici di «la Repubblica»). Ora la partita si gioca a livello europeo, in un parlamento indebolito dalle conseguenze delle politiche di austerità, ma soprattutto nel quadro italiano.

In Italia le elezioni europee sono state elezioni politiche di pretesa “legittimazione” del governo di Renzi e di rafforzamento apparente degli interessi atlantici che l’hanno espresso; in realtà la sua linea di conciliazione di interessi diversi (americani ed europei) e le sue promesse elettorali insostenibili lo mettono in una posizione di grande debolezza, anche in presenza di un’opposizione parlamentare e sociale che è costretta – e questo è il dato piú positivo della situazione post-elettorale – a ripensare le proprie strategie, ad affinare le proprie armi: il confronto che si è subito aperto nell’area del M5S e della Lista Tsipras potrebbe (deve) andare in questa direzione. Anche nella base popolare del Pd potrebbe aprirsi un limitato confronto sulla nuova natura centrista, democristiana e berlusconiana, del partito di Renzi.

Un confronto “aperto” (oltre le appartenenze e i recinti) su quali temi? Su due questioni centrali: la «democrazia» e il «modello di sviluppo» della società italiana.

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2 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Sudditanza e contro

M5Sdi Mario Monforte

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Elezioni del 25 maggio 2014 (europee, ma di primaria valenza interna al paese, pur nel rapporto con l’Ue, e inoltre estese amministrative): al Pd una messe di voti, verso il 41%; «successo storico» (tutto è ormai detto «storico», quanto meno lo è); Renzi, «commosso e determinato», si presta ai «bagni di folla» e va allo «sblocca Italia»; la Boschi parla di «partito rivoluzionario», beninteso «nelle idee» (ormai discorsi e misure, peraltro piú che discutibili, sono detti «rivoluzionari», nella banalizzazione pubblicitaria dei termini) – e via sciorinando retorica e scempiaggini.

Verso il 41%, sí, ma dei votanti, i quali, in base ai dati (quelli ufficiali), sul complesso degli aventi diritto (49.250.169), sono stati il 58,69% (28.908.004), di cui il 5,30% (1.536.257) ha posto nell’urna schede nulle, bianche, contestate. Il voto valido è stato il 54,39% (27.371.147), mentre il non-voto (astenuti, voti nulli, bianchi, contestati) è stato il 45,61% (21.779.002). Dunque, il Pd di Renzi ha avuto il consenso del 22,19% degli elettori; per l’insieme di M5S, Lega Nord, Lista Tsipras, Fd’I-An, ha votato il 20,06% degli elettori; per Forza Italia, Ncd, Idv e altri, ha votato il 12,14%. Detto questo per la precisione, che ridimensiona la “storicità” del successo di Renzi-Pd, fatto invece apparire come maggioranza totale, o comunque travolgente.

A ogni modo, pur ridimensionato da «rumori e fragori» mediatici, e da sospetti di brogli (che, del resto, non mancano mai, in nessuna tornata elettorale), il successo di Renzi-Pd è innegabile: in cifre assolute, circa 11 milioni di italiani l’hanno votato. Secondo è il M5S, con un po’ meno di 6 milioni di elettori. Terza è Forza Italia, con circa 4 milioni e mezzo di voti. Viene poi la Lega, che ha accresciuto i consensi, benché in maniera pur sempre contenuta, dato il suo “impianto” e il suo tipo di radicamento. Seguono gli altri, con la Lista Tsipras e il Ncd contenti di aver superato lo sbarramento (peraltro piuttosto assurdo, in elezioni del tutto proporzionali), con quelli del Fd’I-An scontenti di non esserci riusciti, ma felici di aver raddoppiato i consensi – e cosí via. Ma l’attenzione va spostata su altro – su tutt’altro.

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1 Aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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