Per la piena occupazione

Ucrainadi Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Con il non-voto al 45,61%, il 40,8% del Pd corrisponde al 22,19% degli elettori “aventi diritto”. Il Pd ha attratto voti berlusconiani ed ex grillini, e ha fagocitato i suoi alleati di governo indebolendone l’influenza parlamentare; il M5S, nonostante i linciaggi mediatici alimentati dai suoi stessi limiti e carenze di ordine politico (ne parla diffusamente Mario Monforte in questo stesso numero della rivista), ha comunque consolidato la sua area di secondo partito nazionale al 21%; prosegue il declino di Forza Italia, destinato ad aggravarsi.

Dall’analisi dei flussi elettorali emergono due dati particolarmente significativi: nel Pd confluiscono aree elettorali di “sinistra” tradizionale, di centro e di destra; dall’area del M5S defluiscono verso il Pd (ma soprattutto verso l’astensionismo) elettori di destra che lo avevano votato alle politiche del 2013 (emblematico il caso del Nord-Est). La sinistra della lista «L’altra Europa per Tsipras» ha superato a fatica lo sbarramento del 4%, per poi sprofondare immediatamente nelle endemiche contraddizioni dei partiti che la componevano (Sel, Rifondazione comunista, liberaldemocratici di «la Repubblica»). Ora la partita si gioca a livello europeo, in un parlamento indebolito dalle conseguenze delle politiche di austerità, ma soprattutto nel quadro italiano.

In Italia le elezioni europee sono state elezioni politiche di pretesa “legittimazione” del governo di Renzi e di rafforzamento apparente degli interessi atlantici che l’hanno espresso; in realtà la sua linea di conciliazione di interessi diversi (americani ed europei) e le sue promesse elettorali insostenibili lo mettono in una posizione di grande debolezza, anche in presenza di un’opposizione parlamentare e sociale che è costretta – e questo è il dato piú positivo della situazione post-elettorale – a ripensare le proprie strategie, ad affinare le proprie armi: il confronto che si è subito aperto nell’area del M5S e della Lista Tsipras potrebbe (deve) andare in questa direzione. Anche nella base popolare del Pd potrebbe aprirsi un limitato confronto sulla nuova natura centrista, democristiana e berlusconiana, del partito di Renzi.

Un confronto “aperto” (oltre le appartenenze e i recinti) su quali temi? Su due questioni centrali: la «democrazia» e il «modello di sviluppo» della società italiana.

Nei risultati delle europee è presente (latente o dichiarata, generica e confusa) una forte domanda di cambiamento che attraversa gli elettorati del Pd, del M5S, della Lista Tsipras e il non-elettorato degli astenuti. Alle semplificazioni di una sfera politica marginale ed espressione di interessi piú o meno nascosti non corrisponde la complessità del paese, della sua storia, delle sue tradizioni culturali e politiche, del suo invecchiamento demografico. La condizione dei senza potere e senza voce, assordati dalle sceneggiate televisive degli imbonitori e dei politicanti, è drammatica; lo spettacolo di una “società” devastata è sotto gli occhi di tutti, e il futuro è chiaro: la crisi strutturale del capitalismo si aggraverà, le politiche malthusiane del Fmi, della Bce e della speculazione finanziaria creeranno nuove dilaganti povertà, le oligarchie politiche ed economiche coinvolgeranno nei loro conflitti (la guerra è la continuazione della politica) il proletariato internazionale, vecchio e nuovo. L’orrore economico di un capitalismo in crisi, alla vigilia della prossima crisi finanziaria, produrrà nuovi ed estesi disastri.

Quanto sta accadendo nell’Europa dell’Est, in Ucraina, deve far riflettere. Ne ho già parlato su questa rivista (I cecchini della libertà, n. 4, aprile 2014) all’inizio della crisi ucraina, innescata dal tentativo di annessione europea che ha provocato reazioni opposte: il processo si sta sviluppando, e la risposta all’aggressione europea-americana è stata, oltre che l’indipendenza della Crimea e la sua annessione alla Russia, e la guerra in corso nei territori russofoni dell’Ucraina, il nuovo rapporto di cooperazione politica ed economica tra Russia e Cina (non solo gas). I grandi centri internazionali del capitalismo stanno ridisegnando le proprie aree di dominio e influenza, preparandosi a conflitti sempre piú decisivi.

In questo quadro geopolitico determinante, la crisi italiana (crisi economica strutturale e politica) ha un aspetto prevalente: la cooptazione delle oligarchie “nazionali” della politica e della rendita finanziaria, storicamente deboli, eterodirette e straccione – la «borghesia compradora» di cui parlava Mao -, in compiti di distruzione dei diritti e della «democrazia rappresentativa», di devastazione dello «Stato sociale», di militarizzazione della società (anche con le armi della comunicazione). Non ci sarà crescita economica, aumenteranno la disoccupazione di massa e la povertà, ma ci saranno gli F35 e il coinvolgimento dell’Italia nelle imprese imperialistiche dell’area atlantica, nell’Europa dell’Est e in Africa.

La politica è oggi ridotta a inerte gestione dell’esistente, con il corredo inevitabile di ruberie, corruzione (denaro-potere-denaro), sopraffazione. Ai sudditi delle classi subalterne è riservato uno pseudo-potere elettorale, guidato ed estorto, anche comprato. Non è una novità, nella tradizione di questo paese che è stato la culla del trasformismo, del fascismo e del berlusconismo dilagato anche a sinistra. Ma oggi questa politica ha un compito urgente: portare a compimento la dissoluzione della «democrazia rappresentativa» e dei suoi strumenti di controllo previsti dalla Costituzione del 1948. Il disegno di trasformare il Senato in una camera del sottogoverno locale (altro che autonomie!) rientra in queste urgenze; la legge elettorale ultramaggioritaria deve garantire mano libera a chi governa; in economia, bisogna portare a termine (e in fretta, per ragioni geopolitiche) la precarizzazione del lavoro e la privatizzazione dei «beni comuni», rafforzando le funzioni di controllo autoritario dello Stato (per questo il monarca Napolitano, dopo aver messo in guardia contro l’antimilitarismo della tradizione socialista, allerta i prefetti e le forze armate di ogni ordine e grado nella prospettiva della repressione “democratica” di chi, dal basso, può opporsi. Che direbbe Salvemini?).

Della parola «democrazia» è stato fatto scempio, non solo dagli anni novanta (basti pensare a quell’intruglio di populismo e autoritarismo che è stata la Democrazia cristiana in tutto il suo percorso); oggi si definiscono «democratici» i fascisti, i clericali, i liberisti. Il campo semantico della «democrazia» è stato distorto e occupato dalle oligarchie di ogni genere che ne hanno fatto la propria maschera, come ci ricordano Luciano Canfora e Gustavo Zagrebelsky nel loro recente colloquio (La maschera oligarchica della democrazia, Bari, Laterza, 2014).

Contro queste imposture, bisogna recuperare il senso di quella parola nel lavoro teorico e nelle esperienze di azione sociale. Questo compito riguarda tutti i segmenti dispersi della resistenza sociale alle devastazioni politico-economiche del liberismo e alle complicità con i disegni geostrategici del capitalismo in crisi. E allora torniamo alla riflessione sui risultati italiani delle elezioni europee. Nella “vittoria” di Renzi confluiscono gli aspetti peggiori della tradizione politica di questo paese: il mito fascista del “capo” energico e decisionista, l’asservimento dei sudditi al capo e ai suoi gerarchi, il primato dell’orrore economico sulla vita quotidiana di tutti, la denigrazione violenta di chi si oppone. Esattamente come Berlusconi, l’egolatra tuttofare di Pontassieve si autopresenta come l’incarnazione della volontà generale (il Pd comincia ad autodefinirsi Pnr, Partito nazionale di Renzi, all’ombra della macabra tradizione del Pnf) e si appella al consenso di una pretesa maggioranza «senza se e senza ma». L’ultima del capo è un promesso decreto «sblocca Italia» che garantisce mani libere a chi ha trovato ostacoli nei “lacci e lacciuoli” della pubblica amministrazione (e vedremo chi sono quelle povere vittime).

Ma, nonostante le rappresentazioni dei media al servizio delle oligarchie italiane, il quadro sociale presenta altri caratteri: si sta estendendo l’area potenziale di un cambiamento radicale, rivoluzionario e dal basso. Di quest’area fanno parte le nuove forme precarizzate della classe operaia, il ceto medio dei servizi, gli schiavi dell’immigrazione. È in quest’area che si stanno sviluppando embrioni di progettualità alternativa al sistema politico, al modello di sviluppo capitalistico, alle strategie imperialistiche: segmenti separati, tematici, e spesso su un terreno di generica “cittadinanza attiva” (l’onestà è sicuramente un grande valore in un paese educato alla furbizia e alla corruzione, ma gli onesti sono comunque prigionieri di un sistema corrotto e complice delle tante forme di criminalità). Si tratta di trasformare, attraverso azioni di collegamento e confronto sulle esperienze, questa debolezza della resistenza sociale in progetto politico complessivo di attacco puntuale alle oligarchie (nelle scuole, nelle fabbriche, sulle reti telematiche senza sostituirle mai alla prassi sociale, in parlamento), informando, sabotando, aprendo contraddizioni, nella prospettiva di una democrazia diretta, da praticare ed estendere, capace di coniugare dal basso il metodo della democrazia e le soluzioni di un socialismo (altra parola distorta, occupata da farabutti, e rimossa) consapevole e forte delle esperienze complesse del XX secolo (il leninismo, lo stalinismo, la socialdemocrazia, ma anche e soprattutto il luxemburghismo, fino al socialismo libertario «liberalsocialista» degli anni trenta-quaranta, il «liberalsocialismo» di Capitini – che niente ha a che fare con il preteso liberalsocialismo liberale rivendicato da Scalfari in una recentissima intervista televisiva).

E l’Europa? È interessante, e del tutto condivisibile, la conclusione dell’importante Manifesto per un’Europa egualitaria di Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitrou (Derive Approdi, 2014):

l’Europa di oggi è resa fosca da disoccupazione di massa, condizioni di lavoro precarie e dal progressivo smantellamento dei diritti democratici. Non è piú l’Europa della Resistenza antifascista degli anni quaranta. Si tratta dell’esatto contrario della Federazione europea che avevano in mente il socialismo di sinistra della Resistenza italiana, della Resistenza francese e di alcuni gruppi di resistenti tedeschi. Chi sa oggi che antifascisti berlinesi e del Brandeburgo hanno salvato moltissimi ebrei e creato un collegamento con le cellula della resistenza dei lavoratori deportati stranieri, poiché in questi passaggi vedevano la preparazione a una “Unione europea”? E chi ricorda il programma federale europeo dei socialisti italiani di sinistra, che dopo la fine della guerra cadde vittima dei vortici della Guerra fredda e fu cosí stravolto attraverso l’imporsi della concorrenza borghese, diventando materia a buon mercato per la liberalizzazione delle merci e del mercato capitalistico? Oggi, settant’anni piú tardi, possiamo ancora rifarci a questa eredità. Naturalmente non in senso letterale. Eppure, i progetti dell’antifascismo europeo sono congeniali allo spirito e agli scopi di un’associazione per l’Europa egualitaria: la Federazione dovrebbe portare non solo la pace nel continente, ma anche diritti umani, democrazia del lavoro, proprietà comune e benessere. Vorremmo partire da questi progetti e svilupparli, in assonanza con i tempi attuali. Esortiamo gli attivisti e le attiviste della resistenza sociale, gli attori e le attrici dell’economia alternativa, le correnti di sinistra dei sindacati e dei partiti, cosí come gli intellettuali impegnati, a fare fronte comune per elaborare una prospettiva d’azione che apra la strada a un’Europa socialmente giusta, libera dalla violenza, federale ed egualitaria.

Non un «fronte comune» politicistico e «compatibile», per partecipare piú o meno passivamente ai riti e agli imbrogli del dominio oligarchico, ma un fronte comune di soggettività rivoluzionarie capaci di agire all’interno e all’esterno del sistema politico: all’interno per disarticolare le catene di comando, per mettere a nudo le dinamiche di potere e ostacolarle con scelte di noncollaborazione assoluta; all’esterno per sperimentare «nuova socialità» (il termine fu introdotto nel 1944 dal Capitini sperimentatore dei Centri di orientamento sociale in Umbria) e costruire reti di contropotere nell’intera area di cambiamento potenziale. La «democrazia» è la lotta per la democrazia, il «socialismo» è il percorso politico e teorico di due secoli di esperienze da rielaborare e sviluppare in un progetto che ridisegni completamente l’assetto istituzionale di questo paese, sulla base della Costituzione del 1948, nella prospettiva di uno Stato federale costruito dal basso, fondato su reali autonomie locali, federato a sua volta su scala continentale e in relazioni di cooperazione a livello internazionale. All’interno di questo processo, la «democrazia diretta», il potere reale dei cittadini, l’«omnicrazia» (ancora un termine capitiniano: il potere di tutti) sono obiettivi di orientamento dell’azione sociale sul terreno di un «pubblico» non statuale nel quale i «beni comuni» sono soprattutto le pratiche di liberazione, di confronto e cooperazione tra donne e uomini, giovani e anziani, nativi e migranti, e la costruzione di una realtà capace di liberare le potenzialità di tutti.

Non c’è tempo da perdere. Ognuno si faccia «centro», partendo da sé per interagire con gli altri, per costruire relazioni e reti di «centri», collegando menti ed esperienze, in verticale nei territori e in orizzontale su scala internazionale. La prossima ondata rivoluzionaria, democratica e socialista, sarà planetaria. All’occupazione negata dal capitalismo finanziario e dalle politiche malthusiane opponiamo la piena occupazione nel lavoro politico di resistenza e di attacco, nei luoghi di lavoro e di non lavoro, usando i ruoli sociali e le competenze per avvelenare i pozzi del potere, approfondire la crisi del capitalismo, produrre soggettività liberate, costruire dal basso progetti di organizzazione sociale e contemporaneamente aggregare le forze necessarie a realizzarli. Il lavoro nelle condizioni del capitalismo è comunque miseria e sfruttamento, costrizione servile. La piena occupazione dedicata a cambiare la vita (la propria e altrui) e a cambiare il mondo (di tutti) è liberazione in atto. Con apertura e rigore – «candidi come volpi e astuti come colombe», raccomandava Fortini.

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