19 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (2): l’ombra di Stalin

Vladimir Putindi Rino Genovese

Non sapevano più cos’erano, chi erano, e Putin, con il suo richiamo identitario e sovranista, è apparso come una zattera di salvataggio: così si spiega il perdurante successo dell’ex sgherro del Kgb presso i suoi connazionali devastati dalla fine dell’Unione sovietica. L’ibernazione dei tempi storici differenti – cioè la neutralizzazione reciproca di passato, inteso come tradizione, e presente, considerato come rivoluzione, nello slancio verso un futuro puramente fittizio e propagandistico: ciò che era già stato il contenuto implicito del leninismo e poi, in una rapida involuzione, quello sempre più palese dello stalinismo – aveva lasciato credere, nel lungo immobilismo post-totalitario di Breznev e compagni, che ci fosse almeno ancora una prospettiva di grande potenza. Il crollo aveva sorpreso un po’ tutti (non però un osservatore come Emmanuel Todd che l’aveva visto arrivare con qualche anticipo, basandosi sulla constatazione di un vertiginoso aumento del tasso di mortalità infantile nella “patria del socialismo”). Ed ecco, dopo molteplici traversie, l’emergere del gruppo criminale di Putin come un elemento di stabilizzazione interna, con una rinnovata capacità di giocare un forte ruolo internazionale, dalla guerra in Cecenia all’annessione della Crimea, all’intervento in Siria.

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