25 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Cialtroniadi

Olimpiadidi Mario Monforte

Grande bagarre sul diniego, ora ufficiale, espresso dalla Raggi alla richiesta di tenere le prossime Olimpiadi a Roma, e accresciuta campagna (politica e mediatica) contro la Raggi, la maggioranza 5S nella «città eterna» e contro il M5S. E il presidente del C.o.n.i. annuncia ricorso tribunalizio, e il ministro Delrio, rattristato, “spera si faccia il referendum” in merito, e piddini in testa, con gran parte dei politici, attaccano, tanto che neanche Di Pietro se ne è voluto esimere e Renzi dichiara “la questione è chiusa, ma i 5S hanno dimostrato di non saper fare bene le cose”, cioè senza cadere in corruzioni e tangenti.

Le critiche sono tanto strumentali e proterve, da veri e propri cialtroni, da essere quasi divertenti:

1) poiché le giunte precedenti (comprese quella di Marino e della gestione Tronca) hanno detto «sí» e sono arrivati € 35 milioni, di cui 10 già spesi dal C.o.n.i. (per far che?), c’è un danno erariale dunque: poiché si sono impegnati (= buttati) diversi soldi, bisogna … continuare a spenderli (= sprecarli, da milioni a miliardi), cioè con la stessa dissennata motivazione delle «grandi opere», che invece sono, in sé, un danno erariale (= spreco di surplus sociale rastrellato dallo Stato tramite le imposte) e inoltre ambientale, spaziale, sociale, pro-malaffare, etc.

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27 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

La vocazione maggioritaria del Pd

WALTER-VELTRONIdi Rino Genovese

In un’intervista all’indomani delle elezioni europee, l’ineffabile Veltroni ha dichiarato che è proprio quello di Renzi il Pd che avrebbe voluto, anche se purtroppo lui non è mai riuscito ad avere la determinazione e la “cattiveria” necessarie, di cui si è invece dimostrato capace l’ex sindaco di Firenze. E pour cause, verrebbe da dire: Veltroni non è infatti il buonista per eccellenza? Ma il punto non è qui. Sta piuttosto in un insieme di elementi – per nulla caratteriali ma politici – che ora cercherò di mettere in luce.

Cominciamo col dire che il Pd veltroniano aveva preso circa un milione di voti in più (stiamo parlando del 2008) di quello renziano. Cos’è accaduto, in effetti? Di mezzo c’è stato l’aumento dell’astensione – e questo spiega perché, con un numero minore di voti, Renzi abbia avuto sette o otto punti in percentuale in più rispetto a Veltroni. Ancora: c’è da considerare che Veltroni si trovò a competere, dopo il governo dell’Unione di Prodi, con un berlusconismo molto pimpante che lo distanziò, nel risultato delle rispettive coalizioni, di una decina di punti. Veltroni, inoltre, disse di volere “andare da solo” alle elezioni, ma poi non ci andò sottoscrivendo un accordo con il Di Pietro dell’epoca (che drenava una parte di quel qualunquismo in seguito espresso meglio, e in proporzioni ben maggiori, da Grillo).

Che cosa voglio dire con questo? Molto semplicemente che il veltronismo rappresenta tutt’al più la preistoria del Pd a vocazione maggioritaria. A quei tempi, che politicamente appaiono molto lontani, si trattava di rompere a sinistra (con una sinistra – bisogna dirlo – veramente riottosa e inconcludente), di superare lo schema del centrosinistra antiberlusconiano (si ricordi che Veltroni preferiva non nominare neppure il suo antagonista, indicandolo con una perifrasi) e di presentarsi all’elettorato con un volto “centrista” grazie a un maquillage che facesse dimenticare qualsiasi origine comunista (Veltroni è uno specialista in questo…). L’ipotesi fu battuta e di lì a poco il segretario dovette dimettersi, quasi si ritirò dalla politica mettendosi a scrivere romanzi. Anche se è significativo che proprio il rottamatore Renzi lo abbia richiamato in servizio, e che oggi si parli di Veltroni perfino come di un candidato alla presidenza della Repubblica.

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13 marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

La veloce marcia dentro le istituzioni

di Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 de Il Ponte – marzo 2014]

veloce marcia dentro le istituzioniIl 10.12.2013, commentando sul «Corriere» Il trionfo di Matteo Renzi, Angelo Panebianco poteva tirare un sospiro di sollievo ed esclamare convinto: «oggi il Pci è davvero finito»; poi, con una punta di rammarico, aggiungeva che il processo non era però ancora concluso visto «l’insperato regalo» fatto dalla Corte costituzionale ai proporzionalisti di quel partito; avvertiva poi il neosegretario di stare bene attento ai «suoi nemici interni», quelli dell’«apparato», consigliandolo di sollevare la questione cruciale dell’«oro del Pci», messo «al sicuro in qualche Fondazione» e che invece doveva essere messo a sua disposizione a sostegno del nuovo corso impresso al partito. E Ostellino, su quelle stesse pagine, alcune settimane dopo, evocando Stalin per ben tre volte in poche righe, identificava quei «nemici» interni nella «sinistra massimalista del Pd», animata da una «vocazione totalitaria», tuttora legata alla «parola d’ordine cominformista: nessun nemico a sinistra» («Corriere della sera», del 28.01.2014).

Articoli del genere, per il linguaggio usato e per le immagini evocate, avrebbero forse trovato collocazione piú appropriata sulle pagine di «Libero» o del «Giornale», ma proprio per questo sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché evidenziano come l’egemonia culturale della destra berlusconiana abbia lavorato in profondità, condizionando idee e linguaggio dei “liberali moderati”, trasformando l’ideologia anticomunista in senso comune e promuovendo cosí una radicalizzazione nel paese che alcuni scambiano oggi per un salutare bipolarismo; ma soprattutto perché, depurate dai fumi di quella ideologia, le frasi alludono a un processo reale, alla conclusione di un percorso che non riguarda certo il Pci, un partito morto e sepolto da un quarto di secolo, ma, semmai, il Pd, un partito ibrido sorto dai resti di varie formazioni della sinistra e che mirava a convogliarne le eredità nell’ambito di un piú vasto raggruppamento politico genericamente riformista.

In realtà, già al tempo dei Ds e della Margherita, le rispettive identità erano andate diluendosi, per l’assenza di qualsiasi programma conseguente in grado di renderle concrete; questo vuoto progressivo era stato via via riempito dalla ricerca di nuove ricette, che prescindevano da analisi approfondite e da verifiche empiriche, ma che, offerte con particolare insistenza dal mercato mediatico, venivano recepite acriticamente, talvolta addirittura con entusiasmo.
La flessibilità del lavoro, per esempio, era stata introdotta da Treu al tempo dei governi dell’«Ulivo» ed era diventata precarietà generalizzata sotto quelli di Berlusconi; ma entrambe, pur nella loro diversità, erano però il frutto della stessa logica, già allora dominante, che considerava prioritari gli interessi dell’impresa rispetto ai diritti dei lavoratori e che, contestata a parole, era stata in realtà accolta di fatto all’interno dei maggiori partiti della sinistra.

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