13 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

In assenza del socialismo

Socialismodi Paolo Bagnoli

Le elezioni sono oramai vicine: un’altra legislatura è trascorsa. Su quella che verrà sembra esserci poca speranza, visto che già si ipotizzano nuove elezioni a giugno, se dal voto dovesse uscire un quadro politico instabile.

La crisi della politica italiana data ormai un quarto di secolo e ancora non se ne vede una plausibile via d’uscita. Il renzismo ha fatto il suo tempo. È naufragato insieme con il Partito democratico e ci ha consegnato un paese in condizioni istituzionali ed economiche più che preoccupanti e alla mercé della demagogia pentastellata. I dati del rapporto Censis, presentato a dicembre, disegnano un quadro allarmante. In un paese in cui la fiducia nella politica non è mai stata particolarmente alta, si registra un ulteriore scadimento: l’84% dei cittadini non nutre fiducia alcuna nei partiti politici e, viene da aggiungere, a ragione, in presenza di soggetti dediti solo a porsi all’attenzione dei media con una vocazione prevalente ad assecondare il governo. Inoltre, ben il 78% non confida neppure nel governo e, al di là delle tanto sbandierate riforme, permane l’ostilità nei confronti della pubblica amministrazione verso la quale il 52% degli italiani non nutre fiducia e, visto come vanno le cose –basti pensare alla sanità – il dato appare anche contenuto. Il sindacato perde pezzi: in un anno le iscrizioni sono calate di ben 180.000 unità. I dati economici non sono poi quelli che si vuole rappresentare, dal momento che il Pil registra un ribasso dello 0,1%.

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28 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Perché tanto odio contro Renzi

Massimo Recalcatidi Paolo Dusi

Nella consueta penuria estiva di eventi e nel languire del dibattito politico, i primi caldi hanno visto quest’anno affiancati in due occasioni i termini “politica” e “odio”.

Sotto un primo profilo, alcuni commentatori hanno richiamato l’attenzione sul fatto che il confronto e lo scontro politici si sono sempre più personalizzati, passando da ciò che dovrebbe costituire analisi di temi culturali e di questioni politiche al braccio di ferro tra questo e quel personaggio della politica, con reciproco scambio di insulti, sarcasmi, insinuazioni.

Già da tempo si era dovuto rilevare come sempre più spesso l’avversario politico venga attaccato (e se possibile squalificato) denunciandone i difetti fisici, o la cosiddetta razza, o la appartenenza religiosa o l’età; addirittura con falsi spot e messa alla gogna basate su allusioni di carattere etico e sessuale. Si tratta di un piano inclinato destinato a essere sempre più ripido e incontrollabile, perché odio e rancore personale si alimentano di se stessi e, per esprimersi efficacemente, non possono che aumentare sempre di più il loro potenziale offensivo. Questa gravissima degenerazione della funzione di rappresentanza politica e parlamentare svela la miseria culturale e la bassezza morale dell’uomo politico e andrebbe severamente sanzionata, anche con la privazione della capacità di ripresentarsi alle elezioni politiche e di rappresentare chicchessia.

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29 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

La cinica intelligenza candidamente spudorata di Walter Siti

Walter Sitidi Antonio Tricomi

Che Bruciare tutto (Milano, Rizzoli, 2017, pp. 369), ossia un romanzo nel quale – spiega l’autore stesso in una nota posta in chiusura del volume – la pedofilia «ha il medesimo ruolo funzionale che ha la musica nel Doctor Faustus di Thomas Mann», sarebbe stato in larga misura percepito come un intollerabile oltraggio al senso comune, Walter Siti non lo ignorava minimamente. In quello che resta il suo libro più importante e il miglior esempio italiano di autofiction, Troppi paradisi, all’alter ego dello scrittore capitava infatti di pensare: «Lo so che non dovrei mai parlare di pedofilia, perché alla fine dò l’impressione di stare dalla parte dei pedofili». E per quale motivo? Per il semplice fatto – arguiva il personaggio Walter Siti – che, mentre «è questo l’atteggiamento più diffuso: i pedofili sono malati, i bambini non si toccano, stop», io continuo a ritenere – egli ripeteva a se stesso – che «non ci dovrebbe essere tema su cui non si possa ragionare» e allora – proseguiva – mi tocca in tutta onestà precisare che un pedofilo «lo conosco bene» e non si tratta di «un essere spregevole», ma di «un pover’uomo terrorizzato, che ha trentacinque anni e ne dimostra venti, pesa centotrenta chili, soffre di aerofagia e ha la faccia da pupone».

Non è forse un caso, dunque, che il protagonista di Bruciare tutto somigli vagamente al pederasta ritratto in Troppi paradisi, se Leo è un sacerdote «grassottello» di trentatré anni che in ogni caso, a differenza del suo possibile antecedente narrativo, «non pratica, non esercita, non disturba i bambini insomma, non glielo lascia nemmeno intuire», con titanico oltranzismo impegnandosi «nello sforzo di negare, e di negarsi», per sentirsi orgogliosamente «diverso dai preti che vengono indicati al pubblico ludibrio, i molestatori e i viscidi». In altre parole, per prendere risolutamente le distanze «da quel tipo di Chiesa, che si rassegna al peccato perché l’eroismo la spaventa».

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4 marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

«La grande bellezza»? Meglio niente, grazie

di Antonio Tricomi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 10  de Il Ponte – ottobre 2013 ]

La grande bellezzaE va bene: fingiamo pure che Flaubert, che era Flaubert, volesse realmente scrivere un “romanzo sul niente”, invece che “un libro su nulla”, e che egli davvero non abbia saputo realizzare un proposito cui, tuttavia, non risulta si sia mai dedicato, dal momento che tanto L’educazione sentimentale quanto Bouvard e Pécuchet, per esempio, nascono da tutt’altra ispirazione. Ma, allora, perché cimentarsi in un progetto che, cosí, tanto per chiacchierare, stiamo indebitamente ipotizzando essersi dimostrato superiore persino alle forze di uno fra i massimi autori della modernità? Il rischio è che ne risulti un ambiziosissimo film sul niente che poi si rivela niente e spinge gli spettatori a domandarsi: «non sarebbe stato meglio niente?». A chi non confonda un autentico e rigoroso talento visionario con un ossessivo manierismo che, per eccesso di gratuità, da potenziale virtuosismo onirico si degrada a monocorde formalismo asfittico, La grande bellezza di Paolo Sorrentino apparirà infatti nulla.

Una dopo l’altra, debordanti citazioni sia cinematografiche sia letterarie, raramente essenziali sotto l’aspetto figurativo o nell’economia della pressoché assente narrazione, si affastellano alla rinfusa, dando non troppo congruamente vita a una carrellata, immancabilmente qualunquistica, degli idoli e dei luoghi comuni del nostro tempo. Il quale, appunto perché rievocato con una sensibilità tutta estetizzante, non risulta – al di là delle intenzioni del cineasta, quali che fossero – né decostruito, o almeno effettivamente interrogato, né messo sotto accusa, o al limite assolto. Se il desiderio era cioè quello di svelare il cinico e disperato, anzi mortuario, abbrutimento etico, nonché lo smisurato e persino lugubre cattivo gusto che si cela sotto le triviali immagini di grottesca magniloquenza imposte dall’odierna società dello spettacolo e cui aspirano a uniformarsi anzitutto ceti abbienti sempre piú ipocritamente sguaiati, e se l’ambizione era altresí quella di reperire, sia pure in cotanto squallore, tracce o potenzialità di sopravvissuta o nuova bellezza, di riaffiorata o inedita decenza, Sorrentino manca entrambi gli obiettivi. Il suo oleografico ma fragoroso barocchismo, difatti, ne rende gli slanci satirici cosí ovvi e farseschi da ridurli a epidermici e buffoneschi, dunque a facili e spuntati, sberleffi. E il suo onnivoro compiacimento espressivo, benché voglia magari provare a riscattarle, degrada invece le poche chances o illusioni di grazia e di moralità, che pensa di poter ancora scoprire nella nostra epoca corrotta, a melensi reperti kitsch.

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