Gott mit uns

di Lanfranco Binni

Non c’è tempo per un presente che rifiuta la storia e i suoi processi lunghi, complessi e contraddittori. I poteri senza storia di un capitalismo totalitario che assolutizza l’unico presente di un modo di produzione malthusiano e dei suoi devastanti miracoli finanziari, in un mondiale cortocircuito di imperialismi, guerre economiche e territoriali, stanno producendo il naufragio delle magnifiche sorti e regressive della globalizzazione occidentale. La guerra statunitense alla Russia in territorio europeo, una pragmatica resa dei conti con l’ex Unione Sovietica (conti aperti dal 1917), per la conquista delle sue materie prime, per il dominio militare ed economico dell’intero continente europeo di cui anche la Russia fa parte, sta producendo risultati inattesi e pericolosamente prevedibili. La guerra ucraina, dopo otto anni e 100 giorni di aggressioni Nato (non solo ad abbaiare) sul fronte orientale dell’Europa, sta producendo un nuovo Afghanistan “nel cuore dell’Europa”, per una guerra di lunga durata “sul campo”, con l’obiettivo di ridisegnare un preteso nuovo ordine mondiale a guida statunitense; sullo sfondo, la guerra (per ora) economica con la Cina (conti aperti dal 1949), i cambiamenti climatici in atto e inarrestabili, le epidemie connaturate allo “sviluppo” estrattivista, la crisi profonda (senza opportunità) del neoliberismo e delle sedicenti liberal-democrazie occidentali.

Pesi e misure

Sul piano geopolitico la tendenza in atto è alla guerra globale come continuazione dell’economia: c’è uno stretto legame tra la guerra economica (sanzioni, dazi e affini) e le atomiche «tattiche» di nuova generazione, tra il mercato globale delle armi e le politiche di guerra occidentali e atlantiste sul fronte sud (Siria, Libia, territori occupati della Palestina, fino al Niger), sul fronte est ai confini della Russia, sul fronte sud-est (Afghanistan, Iran) e sul fronte indo-pacifico. Guerre per procura e interventi “sul campo” sono promossi e gestiti dai mezzi tradizionali della propaganda mediatica rafforzati dalle nuove tecnologie del cyber-dominio. Successi e fallimenti alterano vecchi equilibri geopolitici, trasformano i ruoli degli attori “in campo”, distribuiscono nuove patenti democratiche a vecchi arnesi autocratici e oligarchici schierati in prima linea in una guerra civile globale. Ma il quadro reale non ammette deformazioni propagandistiche e semplificazioni.

La guerra in corso nel territorio europeo sta già producendo significativi insuccessi. L’aggressione Nato alla Russia via Ucraina con l’obiettivo di provocare una nuova implosione dell’antico nemico storico si sta trasformando in una guerra di posizione e di “logoramento”, con il risultato di compattare la Russia e il suo attuale governo in una nuova “guerra patriottica” forte della sua lunga storia; e il preteso “isolamento” della Russia grazie alle sanzioni statunitensi ed europee sta rafforzando al contrario le sue relazioni politiche ed economiche con gran parte del pianeta, in Asia, in Africa e in America Latina. La sedicente democrazia statunitense, bloccata dalla diarchia democratico-repubblicana espressione degli interessi “globali” dell’apparato industriale-militare (finché c’è guerra c’è speranza) e da un’inflazione scaricata sugli utenti domestici del mercato delle armi (odia il prossimo tuo come te stesso), è costretta a misurarsi con gli ostacoli di un nuovo disordine mondiale multipolare che non ammette l’unipolarismo del gendarme del mondo; l’allentamento delle sanzioni al criminalizzato Venezuela per procurarsi petrolio è un segnale in questo senso, e l’ostinata persecuzione economica di Cuba sta producendo inedite solidarietà nell’intera America Latina in cui sono in corso processi di liberazione dal dominio statunitense, dal Cile alla Colombia, dal Messico al Brasile. In Europa, dove sempre più l’Unione Europea è una contraddittoria espressione atlantista, aggregazione di interessi statuali diversi e spesso contrapposti, atlantismo ed europeismo manifestano progressivamente la loro inconciliabilità; non bastano i latrati bellicisti della Nato sul fronte est a coprire le contraddizioni mortali dell’Unione, che non è l’Europa, e di cui fa parte storicamente, ieri come oggi, la Russia.

Bloccata sul campo l’espansione della Nato in Ucraina dopo otto anni e tre mesi di guerra e terrorismo nel Donbass, gli Stati Uniti, come nella favola di Esopo La volpe e l’uva, spostano le loro attenzioni strategiche sulla Cina via Taiwan: è quella, dichiarano ai media della “propaganda fide” democratica, la vera sfida; l’Ucraina, battaglia persa, è già marginale e condannata a un futuro prossimo di guerriglia e terrorismo su una sorta di 38° parallelo sui confini di un Donbass annesso alla Federazione russa. E tutto il corollario di ogni guerra, le vittime civili, i massacri, le devastazioni (già normali ed endemiche dal 2014 al 2022, 14.000 morti dal 2014 al 2021) scomparirà in un orrendo quotidiano senza storia né media. Già oggi, trasformato il “granaio” ucraino in una premiata armeria per qualunque offerente, mafie e criminalità incluse, questo futuro prossimo è presente. E suonano terribilmente sinistre le parole con cui Zelensky, il 23 aprile, ha dichiarato la sua certezza di una vittoria ucraina sulla Russia: «Dio è dalla nostra parte», e vinceremo, riedizione del teutonico «Gott mit uns» (Dio è con noi) inciso sulle fibbie delle cinture delle SS, reperto vintage sicuramente a reggere i calzoni dei nuovi “partigiani” neonazisti dell’eroico battaglione Azov (battaglioni del Duce battaglioni) e delle altre numerose formazioni neonaziste incorporate dal 2014 nell’esercito ucraino e dislocate in Donbass contro la popolazione russofona.

L’Italia non ripudia la guerra? Se la suonano e se la cantano

Certamente non ripudia la guerra il governo di “unità nazionale” affidato dal reiterato presidente Mattarella alla fiduciaria super-direzione commissariale di Draghi, governato a sua volta dalla finanza internazionale, dagli Stati Uniti, dalla Nato e dalla commissione europea. In nome della necessità di una cronica emergenza (ieri e domani l’epidemia da Covid-19 e varianti, oggi la guerra in Ucraina) continua il non-governo della realtà sociale e dei suoi drammi quotidiani, dalla distruzione del lavoro sempre più precarizzato (e il salario minimo è una bestemmia antipadronale) alla regressione (unica in Europa) dei salari da fame, alla devastazione della sanità e della scuola pubblica, al blocco della cosiddetta transizione ecologica, all’aumento della spesa militare. Un vero disastro, con l’inerte complicità di un sistema politico totalmente asservito ai “superiori” (come in carcere) della parassitaria oligarchia italica e dei padroni internazionali, economici e militari. Il comportamento di questa Italia ufficiale, profondamente separata dai “cittadini” ridotti al rango di sudditi irrilevanti, manifesta tutto il peggio di sé proprio in occasione della guerra in Ucraina. Calpestata la Costituzione con la riconferma dell’attuale presidente della Repubblica, calpestato l’articolo 11 in nome di una “costituzione materiale” che prevarrebbe di fatto e “realisticamente” (ultimo parlò il craxiano dottor sottile Amato) sulla Costituzione del 1948, ora inattuata anche su questo articolo oltre che su tanti altri fondamentali (lavoro, ecc.), un sistema politico corrotto ed eterodiretto sta consegnando il paese alle politiche di guerra occidentali (in fondo sono ottimi investimenti nel mercato delle armi). Così viene risolta l’antinomia tra atlantismo ed europeismo e l’Italia, colonia Nato dal 1949, presidio di bombe atomiche di nuova generazione nelle basi statunitensi di Aviano e Ghedi, può partecipare attivamente alla guerra contro la Russia e alle altre guerre sparse per il mondo, nell’attesa di fare la sua parte nel grande confronto tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese. Al Parlamento è stato negato di sapere quali armamenti siano stati consegnati all’armeria ucraina, e la secretazione è un precedente per operazioni del genere. Intanto il Copasir si diletta nella fabbricazione di liste di proscrizione degli opinionisti e degli intellettuali “putiniani” (chiunque non è d’accordo con il bellicismo italiota) da sbattere sui media come untori, nella peggiore tradizione di un maccartismo da Ovra, anche in questo calpestando la Costituzione repubblicana.

Quale alternativa?

L’Italia, con l’attuale sistema politico che si prepara a consegnare il paese alle destre “europeiste e atlantiste”, è pienamente coinvolta nelle politiche di guerra degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione Europea. Quale alternativa? L’alternativa alla guerra è disertare le politiche di guerra e la Nato, collocando l’Italia in un diverso quadro di relazioni internazionali, di cooperazione attiva con i paesi del sud Europa e del Mediterraneo, con la Russia e con la Cina. La via è quella del disarmo unilaterale, dell’abbattimento delle spese militari, della riconversione industriale da militare a civile, dello sviluppo di politiche di pace, della piena attuazione dell’articolo 11 della Costituzione. È necessario un recupero di sovranità nazionale? Certamente. È necessario per svolgere un ruolo attivo e indipendente all’interno della stessa Unione Europea: rinegoziando i trattati, attuando scelte di politica industriale nazionale, riorganizzando una società realmente di tutti. È necessaria una sovranità aperta e libera da condizionamenti esterni, fondata su un assetto istituzionale rifondato “dal basso”, con un nuovo protagonismo dei territori (enti locali, reti associative, esperienze di autorganizzazione e autogestione di cui il paese è ricco), in una dimensione di federalismo sociale animato da comunità aperte e attive. Il documento del collettivo operaio della Gkn di Campi Bisenzio che pubblichiamo in questo numero è un forte segnale in questa direzione.

Chi non fa politica la subisce. Fare politica oggi significa soprattutto sviluppare pratiche di «nuova socialità» (così le definiva Aldo Capitini, e intendeva pratiche di nuovo socialismo qui e ora, a costruire una realtà liberata dal capitalismo e dalle sue ideologie) nella situazione concreta dei rapporti di potere, politici, sociali, interpersonali, con una visione alta, capace di vedere in orizzontale le realtà del mondo globale e in verticale le molte dimensioni della complessità umana, e di percepire l’intreccio tra presente e passato che vive in ognuno di noi. Il socialismo non è questione accademica per storici e opinionisti, è necessità utopica e concreta di trasformare il riconoscimento dei “beni comuni”, oggi ampiamente diffuso nel sentire comune di gran parte della popolazione italiana autoctona e immigrata, in un grande progetto di organizzazione sociale egualitaria, “comunista” nel senso in cui ne scrisse nel 1989, nell’anno del crollo definitivo dello statalismo stalinista, un socialista libertario e inquieto come Franco Fortini: la sua voce «Comunismo», poi raccolta in Non solo oggi. Cinquantanove voci (a cura di Paolo Jachia, Roma, Editori Riuniti, 1991), permette proprio oggi, in tempi di guerra, una feconda apertura di visione e operativa riflessione. La riproponiamo integralmente a una nuova lettura (è uno di quei testi che crescono e si sviluppano nel corso del tempo, insieme con chi le legge), a presente memoria e orientamento per la pratica sociale.

Comunismo

Il combattimento per il comunismo è il comunismo. È la possibilità (scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero possibile di esseri umani viva in una contraddizione diversa da quella odierna. Unico progresso, ma reale, è e sarà un luogo di contraddizione più alto e visibile, capace di promuovere i poteri e le qualità di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere quello scontro nella sua forma presente e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti.

Meno consapevole di sé quanto più lacerante e reale, il conflitto è fra classi di individui dotati di diseguali gradi e facoltà di gestione della propria vita. Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo) con la non-libertà di altri uomini si pagano quella, ingannevole, di scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Il confine di tale loro «libertà» non lo vivono essi come confine della condizione umana ma come un nero Niente divoratore. Per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, della propria. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta in insensatezza e non-libertà. Né questi sono migliori di quelli, finché si ingannano con la speranza di trasformarsi in oppressori e sfruttatori. Migliori cominciano ad esserlo invece da quando assumono la via della lotta per il comunismo; che comporta durezza e odio per tutto quel che, dentro e fuori degli individui, si oppone alla gestione sovraindividuale delle esistenze; e flessibilità e amore per tutto quel che la promuove e fa fiorire.

Il comunismo in cammino (un altro non ne esiste) è dunque un percorso che passa anche attraverso errori e violenze tanto più avvertite come intollerabili quanto più chiara sia la consapevolezza di che cosa siano gli altri, di che cosa noi si sia e di quanta parte di noi costituisca anche gli altri. Comporterà che uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce; invece che, come oggi avviene, per un fine che non è mai la loro vita. Ma chi sia dalla lotta costretto ad usarli come mezzi mai potrà concedersi buona coscienza o scarico di responsabilità sulla necessità e la storia.

Dovrà evitare l’errore di credere in un perfezionamento illimitato; ossia di credere che l’uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. Con le manipolazioni più diverse quell’errore ha già prodotto e può produrre dei sottouomini o dei sovrauomini; questi cioè e quelli. Ereditato dall’illuminismo e dallo scientismo, depositato nella cultura faustiana della borghesia vittoriosa, quell’errore ottimistico fu presente anche in Marx e in Lenin. Oggi trionfa nella maschera tecnocratica del capitale. Un al di là dell’uomo può essere solo un al di là dell’uomo presente, non quello della specie. Comunismo è rifiutare ogni specie di mutanti per preservare la capacità di riconoscerci nei passati e nei venturi.

Il comunismo in cammino adempie l’unità tendenziale tanto di eguaglianza e fraternità, quanto di sapere scientifico e di sapienza etico-religiosa. La gestione individuale, di gruppo e internazionale dell’esistenza (con i nessi insuperabili di libertà e necessità, di certezza e rischio) implica la conoscenza dei limiti della specie umana e della sua infermità radicale (anche nel senso leopardiano). È una specie che si definisce dalla capacità di conoscere e dirigere se stessa e di avere pietà di sé. La identificazione con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate è rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi, allegoria dei lontani.

Il comunismo è il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali. Fino al punto di saper leggere e interpretare nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini fecero e furono sotto la sovranità del tempo, le tracce del passaggio della specie umana sopra una terra che non lascerà traccia.

Su questa linea generale di orizzonte e di lotta, processi in corso e a venire. Per non mancare l’esistenza, per cambiare la vita e trasformare il mondo.

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