7 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Resistenza civile?

di Paolo Bagnoli

Il 2018 passerà alla storia come l’anno gialloverde, quello di un’esperienza che segna, da una parte, il punto di arrivo dei fallimenti politici succedutisi dal 1994 in poi e, dall’altra, la discesa di qualità, se non l’avvio di una vera e propria dissoluzione, della nostra democrazia. Il tutto si esprime e si sintetizza nella maggioranza di governo composta da due populismi – peraltro non similari né convergenti – che si trovano d’accordo solo nella gestione e occupazione del potere con una stressante competizione, dal momento che ognuno bada solo a pascolare il proprio popolo. Non è un caso, infatti, che quanto viene realizzato non è intestato al governo, mai ai singoli partiti. È un qualcosa che non troviamo in nessun’altra parte d’Europa.

Così, se sotto il profilo dell’analisi si tratta di un fenomeno che è giusto indagare e studiare, sotto il profilo delle ripercussioni politiche immediate i contraccolpi negativi sul nostro paese hanno una valenza doppia e, progressivamente, se le sofferenze istituzionali e sociali si salderanno, il mix può rivelarsi esplosivo. La domanda che sorge spontanea è se il paese viva una drammatica fase congiunturale oppure uno stadio avanzato verso l’istituzionalizzazione delle gravi anomalie cui assistiamo giorno dopo giorno. La più grave di queste è certamente l’umiliazione del Parlamento. Tale situazione determina una sostanziale riduzione della capacità di governare: un profilo che emerge con sempre maggiore evidenza. Tutta la vicenda della manovra finanziaria lo attesta. La conseguenza certa è che invece di una crescita avremo solo un incremento della spesa corrente dal momento che dovremo pagare a caro prezzo il reperimento di risorse che non abbiamo.

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28 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

pierre moscovicidi Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

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19 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Il caso di Villa Vigoni: i risarcimenti da stragi e deportazioni e l’esecuzione sui beni della Germania

Villa Vigonidi Luca Baiada

La Villa Vigoni è una lussuosa proprietà dello Stato tedesco in Italia, in provincia di Como. Nel 2007, nel tentativo di riscuotere il risarcimento per il massacro di Distomo, avvenuto durante la Seconda guerra mondiale, è ipotecata da un ente pubblico greco, in base a una sentenza pronunciata in Grecia, resa efficace in Italia con un provvedimento emesso a Firenze. La vicenda va ricapitolata: la Cassazione si è espressa su quell’ipoteca, e per una coincidenza, quasi nel decennale del vertice italo-tedesco Berlusconi-Merkel (Trieste, novembre 2008), in cui si parlò anche dei crimini nell’Italia occupata.

Il caso di Villa Vigoni, insieme alle condanne civili a carico della Germania per stragi e deportazioni di italiani, è stato portato davanti alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, e nel 2012 la vertenza è stata decisa in favore di Berlino con affermazioni spaventose: la ragion di Stato conta più degli esseri umani. Perciò nella storia di quell’ipoteca, in fondo, si legge il rapporto fra persona e potere. Esecrare i crimini, son parole. Ma lo Stato che uccide o deporta, poi deve risarcire? C’è il modo per costringerlo a pagare, o ci si accontenta di sentenze non eseguibili? Allora vediamo alcuni aspetti tecnici.

Nel 2008 la Germania, mentre in un diverso processo, a Firenze dove la sentenza greca ha ricevuto efficacia, sta cercando di togliere qualsiasi effetto giuridico a quella condanna, con una nuova citazione al Tribunale di Como chiede la verifica della non sottoponibilità di Villa Vigoni a procedimenti esecutivi, e l’ordine all’Agenzia del territorio di cancellare l’iscrizione ipotecaria. In favore di Berlino, il Governo italiano fa intervenire l’Avvocatura dello Stato (i privati con la casa ipotecata non hanno alleati così robusti).

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26 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Grandi opere inutili

Grandi operedi Alberto Ziparo

In Italia negli ultimi vent’anni si sono spesi oltre 170 miliardi di euro per nuove opere (130 solo per la Tav), laddove per la manutenzione del piú grande patrimonio infrastrutturale dell’Occidente – stando al rapporto lunghezza delle reti/abitanti – si è investito meno del 10% di tale cifra. È in questo quadro che si inserisce il terribile disastro del ponte di Genova: un’opera che fin dal suo collaudo è stata oggetto di inchieste, polemiche, dibattiti, e che proprio per questo doveva essere sottoposta a verifiche e manutenzione straordinaria continua.

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23 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Annunci e ricatti

di Giancarlo Scarpari

Non è sembrato per anni un personaggio di particolare rilievo: politico di lungo corso (militante della Lega di Bossi dal 1990), consigliere, mai divenuto assessore, al Comune di Milano dal 1993, inviato dal 2004 al 2006 in Europa, supportato da un assistente, Franco Bossi, fratello del senatur, Salvini era diventato popolare nella rete nel 2009 per aver proposto l’apartheid nella metropolitana milanese e per aver ingiuriato gli italiani del Sud («Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani»), iniziative e frasi che seguivano il “comune sentire” degli indipendentisti padani, guidati allora da un capo che inviava insulti al «terrone» Napolitano, presidente della Repubblica.

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14 Novembre 2018
pubblicato da Lanfranco Binni

Liberi tutti

No-Tavdi Lanfranco Binni

E la Nato? E il ruolo geopolitico dell’Italia? È la questione centrale, l’unico vero contesto in atto di quanto sta accadendo nel nostro paese. Perché il governo trumpiano degli Stati Uniti, rafforzato dalle elezioni di medio termine, riserva all’Italia un ruolo di partner privilegiato, per esempio evitandole le limitazioni delle sanzioni commerciali all’Iran nei prossimi sei mesi? E perché il governo giallo-verde aderisce senza condizioni a una linea di subalternità servile nei confronti delle politiche di guerra degli Stati Uniti nei confronti della Russia, dell’Iran e della Cina, su una linea di “sovranismo” senza sovranità? Perché il Movimento 5 Stelle, che prima delle elezioni politiche del 4 marzo aveva sostenuto le lotte del movimento No Tap contro il gasdotto pugliese (fossili e affini), alternativa statunitense strategico-militare ed economica al gasdotto settentrionale dalla Russia all’Europa, per poi aderire senza condizioni ai diktat trumpiani? Perché, dopo aver sostenuto le lotte del movimento No Muos in Sicilia, oggi aderisce senza condizioni ai piani strategici della Nato? I termini della questione del Muos sono stati chiariti, come al solito, da Manlio Dinucci («il manifesto», 6 novembre):

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9 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Ancora sul progetto di abolizione della prescrizione penale

Prescrizionedi Massimo Jasonni

Già abbiamo avuto occasione di scrivere, sulle pagine di questa rivista telematica, in merito al progetto pentastellato di riforma dell’istituto della prescrizione.

La prescrizione, quale rinuncia dello Stato alla potestà di pretendere e di eseguire una punizione penale, ha origini antiche, per poi rispondere a una definitiva conquista della modernità europea. Calamandrei ne colse l’essenza nel dire della dote principale del giudice, l’umiltà, come coscienza dell’insufficienza dello strumento giuridico e come opportunità di fissare legislativamente modalità e termini al corso della giustizia. Per intenderci: l’Etica e la Storia hanno la memoria lunga, non possono dimenticare; viceversa, l’esperienza del diritto risulta tanto più valida ed efficace, quanto più sa di essere, come la vita dell’uomo, a termine. Non a caso alle spalle delle procedure penali depauperate da confini cronologici stanno o il dogmatismo inquisitorio di matrice controriformistica, o un assolutismo statalistico che, nelle forme dell’imperialismo e del nazionalismo, fu nemico del pensiero di Cesare Beccaria e dello Stato democratico di diritto, che ne venne.

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5 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Schizofrenia politica e prescrizione del reato

prescrizionedi Massimo Jasonni

Il degrado delle istituzioni fornisce la radiografia dai contorni sempre più precisi di un assetto culturale ormai consolidato, entro il quale la politica tanto più grida, quanto più è, in realtà, assente. Svanito è il sogno platonico di una repubblica in cui l’esercizio della politica giochi un ruolo dominante, non subalterno né fittizio, sulle prepotenze militari e finanziarie.

Il pensiero occidentale, principe quello di Leopardi, si avvide, sin dalla prima metà dell’Ottocento, del fenomeno, ma fu poi la filosofia tedesca a cogliere gli effetti etici devastanti, a cui avrebbero condotto dominio tecnocratico e morte delle patrie. Ove, sul punto, una precisazione subito si impone, oggetto anche di un recente intervento del presidente della Repubblica a Trieste in occasione del centenario della conclusione del primo conflitto mondiale: il concetto di patria certo interferisce, ma non si esaurisce in quello di nazione, giacché “patria” introduce a una familiarità nei costumi e a un’abitudine di vita che nel secondo termine sfumano, cedendo a motivazioni etniche e a prospettazioni nazionalistiche, purtroppo note, che afflissero l’Europa nel secolo breve. La globalizzazione ha fatto tabula rasa di quei valori e di quelle ragioni di vita: si pensi, per eccellenza, alla cultura contadina che rappresentava un punto di forza delle politiche tradizionali e, viceversa, è stata completamente dimenticata da Roma e da Bruxelles.

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15 Ottobre 2018
pubblicato da Il Ponte

La Cgil e Landini

di Luca Michelini

Pur con i limiti di chi non conosce dall’interno le logiche odierne di una grande organizzazione come la Cgil, che pure ho studiato nella sua evoluzione storica e ho avuto modo di conoscere direttamente, per «Il Ponte» ho cercato di seguire l’azione politico-sindacale di Landini, che ritengo molto importante. La notizia è che Camusso appoggia la candidatura di Landini alla segreteria. Se fosse confermata anche dai fatti (sempre meglio dubitare dell’informazione italiana e delle logiche interne delle grandi organizzazioni), questo significa che quanto accadrà al prossimo congresso nazionale potrebbe essere di importanza strategica per il paese.

La preparazione di Landini a questo appuntamento è stata notevole, perché per anni ha costruito la propria candidatura, seguendo una triplice strategia.

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12 Ottobre 2018
pubblicato da Il Ponte

Sovranismo e nazionalismo

Sovranismodi Luca Michelini

Se avessimo una stampa degna del nome, potremmo conoscere la situazione politica e sociale francese. Purtroppo non è così e stentiamo perfino a capire la situazione del nostro paese, che ogni volta, infatti, consegna sorprese politiche di ogni genere. Se avessimo, poi, investimenti pubblici nell’istruzione pubblica di ogni grado e livello degni del nome, anche la capacità di lettura e di governo della realtà sarebbe ben maggiore di quella attuale. Stante la situazione disastrosa nella quale viviamo, non possiamo che dare il peso appropriato alla televisione pubblica e privata, che ancora esercita un’influenza notevole sui costumi anche politici della nazione.

Ebbene, una rinnovata Rete 4, cioè quella rete che ora Berlusconi ha deciso di distaccare dal leghismo montante per proporre un più moderato liberalismo, ha trasmesso (il 9 ottobre) un’interessante intervista e confronto politico-giornalistico con Marine Le Pen. Ad affrontarla c’era un aggressivo Bersani e altri giornalisti, anch’essi più o meno antinazionalisti e antisovranisti.

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