10 Febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Dario Fo o il potere della parola

Dario Fodi Michele Feo

Con Dario Fo si è spenta una delle anime più affascinanti, stracciona e sublime, della nostra Italia dalle mille e contraddittorie anime. Negli ultimi tempi faceva tenerezza e incuteva reverenza, quando appariva solo e corpulento sulla scena, grande vecchio dal cervello in piena attività, a tenere banco per un paio d’ore senza fogli in mano che aiutassero la memoria, accompagnato dai suoi dilaganti dipinti didattici sullo sfondo, diritto come un treno nel dipanare i ragionamenti e arciere sicuro nell’assestare le battute fulminanti contro preti e cardinali, politici corrotti, lenoni di ogni specie e sfruttatori del popolo. Era la prova provata che esiste un fervore e un fuoco interiore che accende la materia anche quando essa è diventata fragile e desidera la quiete finale.

Sono tredici i volumi einaudiani delle sue opere teatrali, curati, forse per affettuosa finzione, dalla compagna Franca Rame, ma dicono solo in parte la realtà viva che fu dei suoi spettacoli. Che avevano qualcosa della commedia dell’arte e presentavano a ogni rappresentazione battute, varianti e improvvisazioni di ogni genere, che si sposavano con la temperatura del pubblico presente e dialogavano con gli eventi della politica e della storia. Non di rado quelle pièces erano scespirianamente “storie italiane”. Portarono sul palcoscenico il Fanfani rubato, il Feltrinelli dilacerato e il Sofri indegnamente accusato, e li portarono davanti a platee plaudenti, che godevano che ci fosse qualcuno che desse ragione ai loro più profondi sentimenti e voleri, e che proclamasse le loro verità senza paura in teatri disseminati di poliziotti occulti. Di quegli eroici spettacoli la protesta civile era e resta il nerbo vigoroso, ma la forma teatrale, che assumeva grandezza trascinante nella performance, era, e purtroppo non è più, la indicibile, misteriosa, forza artistica. Dario giganteggiava nella solitudine: unico, era capace di dar vita a due, tre, personaggi diversi e compresenti. Nel famoso dialogo del papa Bonifacio VIII con l’angelo nel Mistero buffo, l’angelo non c’è sulla scena, ma lo spettatore lo vede grazie a piccoli gesti dell’unico attore e ai suoi cambi di voce. Dario aveva nel sangue il grottesco. Il grottesco è più del comico; è il momento in cui il comico, ma anche la banalità, l’assurdo, l’orrore raggiungono livelli parossistici e si trasformano in puro gioco di meraviglia. Il grottesco, come ha dimostrato il russo Bachtin, è anche il sogno di un’altra rivelazione del mondo, quella del carnevalesco, del basso materiale, del quid popolare irriducibile alla ragione, alta o triviale che sia, che regge il mondo delle ingiustizie e delle violenze, è la possibilità che il pazzo prenda il posto del sano sulla faccia di questa

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16 Dicembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Niente di nuovo a Gomorra

la paranza dei bambinidi Antonio Tricomi

La paranza dei bambini (Feltrinelli, Milano 2016, pp. 347, euro 18,50) non aggiunge pressoché nulla alla riflessione offertaci da Saviano, dieci anni fa, con Gomorra. Sembra anzi scaturire da una riscrittura di quel volume che abbia agito in due direzioni risultate infine logicamente complementari.

Anzitutto, l’autore si è speso in un lavoro di riconversione del proprio libro d’esordio in un congegno testuale di altro tipo. Ha cioè provveduto a tradurre una non-fiction novel in romanzo neppure troppo incline al saggismo ma perlopiù schiacciato sul racconto, in tal modo ripercorrendo, anche per trarne ispirazione, una strada già battuta non tanto dal cinema, quanto dalla televisione. Difatti, se il film di Matteo Garrone tratto da Gomorra nel 2008, facendo sua un’etica, ancor prima che un’estetica, di matrice documentaria, o comunque non rigidamente narrativa, si manteneva fedele alla natura saggistica, ben più che romanzesca, del volume di cui offriva il corrispettivo cinematografico, la serie televisiva ugualmente ispirata all’opera di Saviano – quale che ne sia il valore, a giudizio di alcuni addirittura incontestabile – trasforma in ogni caso quest’ultima in pura fiction.

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14 Novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mostri ornamentali

Hermann Broch

di Antonio Tricomi

Lo precisa Luigi Forte nella Postfazione al volume: Il racconto della serva Zerlina (Adelphi, Milano 2016, pp. 77, € 10,00), steso nel 1949, è uno dei mondi narrativi che compongono Gli incolpevoli, “romanzo in undici racconti” iniziato nel 1930, ma concluso e licenziato solo vent’anni più tardi, nel quale Hermann Broch «affronta il tema della colpa tedesca prendendo spunto, oltre che da Karl Jaspers, dal saggio della Arendt Colpa organizzata e responsabilità universale scritto nel gennaio del 1945 in concomitanza con la liberazione del lager di Auschwitz da parte dell’Armata rossa». Giova però anzitutto richiamare alcune tesi esposte dall’autore austriaco in un altro libro, Hofmannsthal e il suo tempo (Adelphi, Milano 2010), concepito negli stessi anni, cioè tra il 1947 e il 1948, e pubblicato, in una prima edizione incompiuta, nel 1949, per capire come mai si debba scorgere anche nella vicenda occorsa a Zerlina – e che, nell’introduzione a una raccolta di saggi dell’amico apparsa postuma nel 1955, Poesia e conoscenza, Hannah Arendt, ricorda ancora Forte, definiva «forse la più bella storia d’amore della letteratura tedesca» – una cartina al tornasole di quella crisi della civiltà che, già sfociata nella Grande guerra, produrrà il nazifascismo e il secondo conflitto mondiale.

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22 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Romano Luperini, il romanzo storico, il conflitto ideologico fra le generazioni

Romano Luperinidi Floriano Romboli

L’opera narrativa di Romano Luperini ha come caratteristiche spiccate la compattezza e l’organicità, nel senso che i vari lavori (I salici sono piante acquatiche (2002); L’età estrema (2008); L’uso della vita. 1968 (2013) si sostengono e si richiamano in un processo di integrazione perfezionante altresì testimoniato dalla tecnica del riuso di intere porzioni di narrato che transitano, sovente con scarse variazioni , da un testo a un altro.

Altrove (v. «Italianistica», XLIII, 3, 2014) ho messo in risalto il fatto che l’unitarietà sostanziale del discorso letterario non si afferma mai a detrimento della dimensione peculiare che è propria di ogni libro e ne garantisce l’autonomia; e ciò vale tanto di più per La rancura (gennaio 2016), che rispetto alle altre prove – contraddistinte da una scrittura multigenere (nel merito vale di nuovo il rinvio al saggio menzionato poco sopra) –, si segnala apertamente per la più regolare e rigorosa narrazione romanzesca, seppur suddivisa in tre momenti distinti: il primo, Memoriale sul padre (1935-1945), dal tratto memorialistico-storico; il secondo, Il figlio (1945-1982), più precisamente autobiografico; il terzo, Il figlio del figlio (2005), non redatto come gli altri in prima persona, bensì in terza e quindi in forma più distaccata e impersonale.

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11 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il fumetto e l’identità nazionale italiana

fumettodi Matteo Rima

[Articolo apparso sul numero 6 – giugno 2016 de Il Ponte]

Alcuni dei fumetti che seguo da anni con maggior interesse sono ambientati in Italia: mi riferisco a Murena (testi di Jean Dufaux, disegni di Philippe Delaby), Cesare (testi e disegni di Fuyumi Soryo) e Ad Astra (testi e disegni di Mihachi Kagano). Si tratta di tre opere seriali ancora in corso di pubblicazione, iniziate rispettivamente nel 1997, nel 2005 e nel 2011; Murena e Ad Astra si svolgono in epoca romana e prendono il via rispettivamente nel 54 d.C., durante il regno dell’imperatore Nerone, e nel 218 a.C., al tempo della seconda guerra punica; il Cesare dell’eponimo fumetto è invece Cesare Borgia, pertanto l’opera che ne racconta le gesta incomincia nella Toscana del XV secolo (per la precisione, a Pisa nel 1491). Pur nella loro diversità d’intenti (il tono soap-operistico di Murena è ben diverso dall’estrema precisione storica e grafica che anima Cesare), le tre opere sono ugualmente serie e documentate, rigorose sia dal punto di vista narrativo sia da quello visivo: le architetture della Toscana rinascimentale ricreate graficamente da Fuyumi Soryo sono mirabili, così come sono encomiabili la perizia e la dovizia di dettagli con le quali Mihachi Kagano illustra le battaglie tra l’esercito romano e quello cartaginese, ricostruendone strategie e spostamenti. Ed è pregevole anche la dimestichezza con cui gli autori muovono, mettendoli fianco a fianco, personaggi inventati e notabili dell’epoca: scorrendo le pagine delle opere si incontreranno Nerone e Poppea, Niccolò Machiavelli e Giovanni de’ Medici, Annibale Barca e Scipione l’Africano1.

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10 Luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La proposta di Mastella

Morescodi Rino Genovese

Se gli scrittori fossero scrittori, e non strumenti o ammennicoli delle agenzie della estetizzazione diffusa (tra cui, a pieno titolo, vanno annoverate le concentrazioni editoriali), si rifiuterebbero di partecipare ai premi letterari, a questa mediocre forma di corruzione del loro ingegno. Votazioni, competizioni, gare di protagonismo – si terrebbero ben lontani da tutto ciò. Né potrebbero stupirsi della logica proposta avanzata dall’immarcescibile Mastella, neo-sindaco di Benevento: altro che a Roma, il premio Strega andrebbe celebrato nella città del liquore: non era nato in fondo per una trovata pubblicitaria di Guido Alberti, beneventano, attore ma soprattutto produttore dei torroni e del famoso liquido giallo distillato d’erbe?

Nel tempo, dopo la morte dei Bellonci e dello stesso Alberti, il peggiore premio italiano è diventato addirittura pessimo. Vi partecipano cani e porci. Perfino il mio ex amico Moresco, grande autore, ha cambiato casacca editoriale soltanto per prendervi parte (in passato non aveva certo disdegnato di starsene presso quel gruppo diretto da una certa “figlia di”, anzi gli andava benissimo – ma accidenti, non lo presentavano al premio…). Il poveretto è arrivato sesto, nemmeno in “cinquina”, maledetta scalogna: intanto però, com’è suo solito, ha potuto protestare e segnalare “ci sono anch’io”.

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6 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Musica e società oggi

Musica e societàdi Marco Gatto

Sono trascorsi più di cinquant’anni dall’epoca in cui Adorno, il massimo filosofo della musica del secolo ormai passato, dichiarava guerra al sistema musicale di massa, denunciando l’incapacità degli individui di accedere a un ascolto consapevole della vecchia come della nuova musica. La tentazione di attualizzare in senso aggravante l’idea di un sostanziale imbarbarimento dell’ascolto e di un ormai totalizzato feticismo del mondo sonoro – termini utilizzati in quel libro straordinariamente radicale quanto preveggente che è Dissonanze1 – è forte. A essa dobbiamo resistere con lucidità e senso storico, perché i limiti delle argomentazioni di Adorno sono insiti nella situazione sociale da cui le sue teorie emergono: nella fattispecie, dal risentimento nei confronti di una cultura nascente, massificata e corruttrice, figlia del neocapitalismo, rea di aver soppresso, agli occhi dell’esponente della Scuola di Francoforte, la cultura alta dell’umanesimo occidentale e di averla sostituita con l’americanismo dell’industria culturale, caratterizzato non solo da bassezza e volgarità, ma da un vuoto culturale e semantico che, in modo del tutto pianificato, elide il legame tra arte e società. Si deve resistere a questa visione, si diceva, anzitutto perché il sentire di Adorno è quello, in fondo condivisibile, dell’apocalittico che vive sulla pelle la dissoluzione di un intero paradigma di senso; è quello, in altri termini, dell’uomo borghese che scorge, dopo la catastrofe dei totalitarismi, la crisi dello statuto individuale e l’annichilimento di una possibile prospettiva emancipativa fondata sul rapporto critico tra individuo e totalità2.

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12 Aprile 2016
pubblicato da Rino Genovese

Una condizione obiettivamente adorniana?

critica letterariadi Rino Genovese

[La nostra rivista con la Fondazione per la critica sociale, il Centro Fortini e “L’ospite ingrato”, grazie al coordinamento di Luca Lenzini, organizzano venerdì 15 aprile a Siena, alle ore 14,30, in via Fieravecchia 19,  un incontro sulla critica letteraria oggi. Questa la traccia del mio intervento.]

Avrei da sottoporvi un paradosso, che potete prendere come una provocazione un po’ giocosa ma anche come un  vero e proprio rovello. Se siamo in una condizione dell’arte e della letteratura obiettivamente adorniana, allora non si può essere adorniani. Voglio dire che, in quanto le agenzie dell’estetizzazione (è l’espressione che propongo di sostituire a quella tradizionale di “industria culturale”, includendo per esempio in esse anche l’autore quale promotore di se stesso) la fanno da padrone, non è più disponibile l’opzione – adorniana, diciamo così, per antonomasia – a favore delle avanguardie (secondo Adorno per alcune avanguardie e non altre, per l’espressionismo e non per il surrealismo, poniamo, o per la linea Kafka-Beckett e non per Joyce). È l’estendersi e il prevalere della mercificazione e dell’intrattenimento – entrambe parte del più ampio fenomeno dell’estetizzazione – che hanno prodotto l’estenuazione di quella rottura rappresentata secondo Adorno da certe avanguardie. Verrebbe meno così, con la vittoria sul campo delle sue tesi sociologiche generali, la possibilità stessa della preferenza teorica e critica di Adorno riguardo a un determinato filone di opere artistiche e letterarie.

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20 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Lavoro, identità: riflessioni tra letteratura e diritto

Lavorodi Angela Condello e Tiziano Toracca

Qual è la cosa che detesti di più, del tuo lavoro?
Il fatto di non essere considerato una persona.
A. Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese

Il lavoro rappresenta ab illo tempore una categoria antropologica e un aspetto essenziale nella vita dell’uomo1. Così come lo conosciamo oggi tuttavia – e cioè come perno della vita associata e come situazione giuridicamente tutelata – è «un’invenzione della modernità»2. Nella storia della letteratura occidentale, l’affermarsi del romanzo moderno – legato com’è all’ascesa della classe borghese – mostra bene la centralità simbolica assunta dal lavoro (e dalla famiglia) nella rappresentazione dell’esistenza quotidiana delle persone3.

Se è vero che la letteratura italiana ha affrontato più o meno esplicitamente questo tema in passato4, la mole di narrazioni contemporanee incentrate sul lavoro evidenzia tuttavia una netta discontinuità. È indiscutibile: a partire dalla metà degli anni novanta e in particolare in seguito al triennio “generazionale”5 dei movimenti (Genova 2001- Melfi 2004), la letteratura italiana ha dimostrato un rinnovato interesse per il tema del lavoro: ne è prova la quantità di testi pubblicati in questo periodo da decine di scrittori di diversa generazione. Anche la critica letteraria per parte sua ha contribuito a creare un discreto dibattito intorno a questo fenomeno attraverso alcuni recenti interventi meritevoli di attenzione6.

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21 Febbraio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La morte di Eco

Ecodi Rino Genovese

Le prime prove sì, la fenomenologia di Mike Bongiorno, gli interventi sulla cultura di massa alla maniera del Barthes di Miti d’oggi, e sì, certo, a libri come Opera aperta e a quelli che introducevano in Italia il difficile e strano termine di “strutturalismo” (in un’Italia in larga parte ancora crociana), sì all’estetica di Tommaso d’Aquino (indagato con spirito illuministico) e fino al Trattato di semiotica generale del 1975 (che però appare più un manuale universitario che un trattato vero e proprio, dotato di un pensiero autonomo). Ma poi no, no, no… No a una letteratura intesa come una sorta d’ininterrotto cruciverba (per cui schiaffeggiare una persona che dinanzi a noi in treno si affanna sulla Settimana enigmistica o schiaffeggiarne una che ha in mano Il nome della rosa può risultare meritorio allo stesso titolo), e no al barzellettaro che, passato dai corsivi di Dedalus sul Manifesto – in cui, tra l’altro, polemizzava con il partito preso di Pasolini sull’aborto – all’antiberlusconismo in salsa debenedettiana, di Berlusconi sembrava il semplice rovescio.

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