27 Settembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Orientarsi, dal basso

Studentidi Lanfranco Binni

L’egolatria “machiavellica” («Machiavelli, chi era costui?») del vendicativo serial killer di Rignano e le sceneggiate nazional-sottoproletarie del capobranco di Pontida non bastano a spiegare una non troppo evidente tendenza in corso. Il disegno renziano: dopo aver spinto Zingaretti al governo con M5S e LeU, uscito dal Pd in posizione di forza parlamentare, commissariare il partito dall’esterno e dall’interno (lasciando nel Pd i basisti di una scissione in futuro più ampia nei gruppi dirigenti), rompere definitivamente con la sinistra cattolica ed ex comunista del partito e riesumare in condizioni nuove, al “centro” dello schieramento politico, il progetto del Partito della Nazione («né di destra né di sinistra») già sperimentato con il patto del Nazareno. La prospettiva è un nuovo bipolarismo Renzi-Salvini che trovi nel fascio-leghismo un utile competitor mediatico. Il recupero elettorale di parte della base disorientata del Pd, prigioniera inerte dell’antico mito del “partito”, e il logoramento dell’area (parlamentare e non solo) del M5S attraverso astute schermaglie politiciste, sono i due corollari principali del disegno renziano. La cooptazione immediata nei gruppi parlamentari renziani di una senatrice di Forza Italia, i contatti in corso (noi non abbiamo le prove ma sappiamo che… ) tra il “centrista” Berlusconi e il suo allievo più promettente, il salvataggio dall’arresto di un deputato di Forza Italia grazie ai voti dei franchi tiratori renziani, sono tutti segnali di una tendenza in corso, a tempi accelerati. E una presunta area di centro democristiano sta concentrando gli oscuri desideri di tutte le forze politiche “a sinistra” del fascio-leghismo.

Lo “scampato pericolo” dalla deriva leghista del governo gialloverde, salutato per ragioni di “stabilità” dai mercati finanziari e da un’Unione europea indebolita da prospettive economiche di stagnazione e recessione, lascia intatte tutte le ragioni strutturali della crisi di sistema di cui la vicenda politica del governo è soltanto un aspetto parziale e di superficie. Crisi economica di un capitalismo manifestamente insostenibile, in posizioni marginali nello scenario della globalizzazione finanziaria che cerca scampo in politiche di guerra economica e militare in un pianeta devastato; crisi culturale di un modello di sviluppo che non produce “crescita” ma soltanto disuguaglianze intollerabili e crescenti povertà, rendendo impraticabile ogni illusoria ideologia consumistica e ponendo in primo piano la minaccia concreta di un cambiamento climatico mai affrontato dai governi; crisi politica della democrazia rappresentativa in un confronto drammatico tra gruppi oligarchici e interi settori di popolazione abbandonati alle miserie della discarica sociale; crisi demografica di un paese sempre più vecchio e incapace di rinnovarsi, di nuovo soggetto attivo di emigrazione; crisi geopolitica di un paese privo di sovranità nazionale, marginale in Europa e al servizio delle politiche del governo supremo della Nato.

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12 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Salvini e il fascismo

Patti lateranensidi Massimo Jasonni

La Lega non costituisce un vago pericolo di ritorno di fiamma, ma di più: è un reale, incombente e grave pericolo per le sorti della Repubblica. Lo è stata fin da subito, quando Bossi evocava a sproposito Alberto da Giussano, e lo è tanto più ora, ora che lo spirito autonomistico della prima ora si è tradotto in clamore nazionalistico.

La pubblicistica, poteri forti e Pd a braccetto, sono soliti individuare il problema in una consonanza tra Salvini e Mussolini, che in realtà non c’è, o che meglio va chiarita nell’effettivo e differenziato sviluppo degli eventi storici. Rispetto alla primigenia popolarità del duce mancano, in Salvini, l’originario spirito socialista e il sangue romagnolo. In concorrenza con questi profili, manca al segretario della Lega di oggi l’anima laica che innervò il fascismo, fumando via solo alla volta dello sciagurato accordo del 1929 con il cattolicesimo romano. Questo suggeriscono il rosario brandito da Salvini, l’insistente richiamo alle radici religiose europee e – manco a dirlo – un silenzio assoluto sulla scuola che emerge dal dettato concordatario. Tuttavia, una siffatta distanza cela sostanziali affinità, che riguardano non tanto la persona fisica del condottiero, quanto il clima da cui prese forma lo stemma littorio: in comune si ravvisa una radice essenziale, rappresentata dalla frustrazione di larghi strati della compagine civile. Distinte le cause, che, nel primo Novecento, vennero dalla crisi che seguì la Grande Guerra e che, ora, prendono corpo in un crescente disagio sociale. La frustrazione di questi anni è cresciuta a dismisura col tradimento, sempre più marcato da parte del Pd, del progetto gramsciano e salveminiano, ovvero con la perdita di un’appartenenza democratica che, in Renzi e con il referendum, apparve addirittura clamorosa. La gente ha ben compreso i cedimenti a un’Europa lontana anni luce da quella che Spinelli aveva delineato a Ventotene; ha ben compreso la sudditanza a un modello economico sovranazionale a impianto criminosamente neoliberistico; ha vissuto sulla sua pelle l’aumento in progressione esponenziale della forbice che separa pochi troppo facoltosi dai moltissimi in condizione di indigenza.

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2 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Bruno Enei, liberazione e libertà

Bruno Eneidi Luciana Brunelli

[Il testo integrale di questa recensione sarà pubblicato nel Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia, 2019]

Il volume di Lanfranco e Marta Binni, Storia di Bruno Enei. Il dovere della libertà, Firenze, Il Ponte Editore, 2019, porta finalmente alla luce una storia individuale che fu strettamente intrecciata alle vicende dell’antifascismo in Italia oltre che a quelle della Resistenza e dei primi anni del dopoguerra a Perugia. Enei fu uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo perugino: formatosi alla cultura politica del liberalsocialismo pisano e fiorentino, allievo di Momigliano e Capitini, amico fraterno di Walter Binni, fu comandante di battaglione nella brigata San Faustino-Proletaria d’Urto, redattore e poi direttore del «Corriere dell’Umbria», organo del Cln della provincia di Perugia, dirigente del Psiup locale e vicesegretario provinciale dell’Anpi alla sua fondazione nel 1946. A poche biografie politiche di tale spessore è toccato di restare sepolte per settant’anni nell’oblio, coperte dal silenzio sui motivi che a suo tempo segnarono prima l’emarginazione e poi la partenza di Enei da Perugia e dall’Italia.

Il volume si articola in due parti. La prima, ampiamente documentata, segue Enei dalla nascita in Brasile nel 1908 – figlio di una famiglia marchigiana lì emigrata – agli studi e all’attività politica in Italia fino al 1950, e poi al ritorno in Brasile dove muore nel 1967. La seconda comprende una selezione di scritti di Enei, anche inediti, che consente al lettore di approfondire la ricostruzione proposta dagli autori.

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7 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Avanti a sinistra, dal basso

Avanti a sinistradi Lanfranco Binni

In ogni competizione elettorale sono gli elettorati a lanciare i messaggi fondamentali, tanto più significativi in un sistema politico in crisi di rappresentanza. Più dei risultati (voti ed eletti) contano le modalità dei processi che hanno prodotto gli esiti. Le analisi dei risultati e dei flussi elettorali, quando non sono deformate da letture comunicazionali di partito, fotografano aspetti parziali e superficiali di fenomeni complessi e profondi, a più dimensioni. In genere, nei sistemi politici rappresentativi, il dato numerico di chi non ha partecipato alle elezioni è ritenuto marginale e ininfluente rispetto alla “concretezza” dei numeri: chi ha vinto e chi ha perso. Il non voto ha sempre molte ragioni, dall’estraneità a una certa politica alla non collaborazione con i riti truccati di una democrazia formale, al dissenso attivo nei confronti del sistema politico o di forze politiche magari votate in passato e di cui non si condividono le scelte e i comportamenti attuali. In Italia, alle elezioni europee del 26 maggio non ha votato il 43,7% degli aventi diritto. L’astensionismo è in crescita. Non hanno votato 21 milioni e mezzo di cittadini, e rispetto al 100% degli aventi diritto il 33% della Lega corrisponde a un reale 19%; il Pd renziano alle elezioni europee del 2014 aveva ottenuto il 23,3% dei voti degli aventi diritto.

L’astensionismo, con punte del 60% in Sicilia e Sardegna, ha colpito soprattutto una delle due forze di governo, il M5S; l’analisi del voto ha rilevato flussi in uscita dal M5S in minima parte verso il Pd, nella sua componente di destra verso la Lega, ma soprattutto verso l’astensionismo: un chiaro no al M5S di governo, confusamente politicista e subalterno alle iniziative di propaganda della Lega, prigioniero di una non linea insostenibile «né di destra né di sinistra», con un elettorato la cui componente di sinistra (ambientalismo, diritti sociali, democrazia diretta, altra economia, antiatlantismo) nelle elezioni politiche del 2018 aveva coinvolto quasi il 50% dei suoi elettori.

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3 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

Sensibili di professione o minoranze etiche?

minoranze etichedi Alessandro Gaudio

Goffredo Fofi qualche anno fa, rifacendosi al magistero di Aldo Capitini, iniziò a parlare di minoranze etiche, costituite dai colpiti dal mondo, ovvero dai disoccupati, dagli esclusi, dai sofferenti, dai torturati, persino dai depressi, dagli sfiniti e dagli scomparsi, i quali, alleandosi con gli intellettuali, tentassero di operare una vera e propria rivoluzione aperta, non approvando che prevalgano dappertutto la forza e la prepotenza. Si tratta di alleanze tra persone che non hanno alcun dovere di diventare maggioranza e che scelgono di essere minoranza per rispondere a un’urgenza morale, dunque di verità e di giustizia. Fofi, in una bella intervista rilasciata a Oreste Pivetta (La vocazione minoritaria, Roma-Bari, Laterza, 2009), chiariva come tale disposizione dovesse fondarsi sull’amore per il prossimo, sull’azione nella storia, sulla non accettazione del fatto che la società e la realtà (quella locale allo stesso modo di quella nazionale) restino come sono. è una strada percorsa da non pochissimi gruppi organizzati che, in questo momento, operano tra mille difficoltà anche nel Sud del paese, persino in Calabria, vero e proprio deserto sociale, frangia tossica dell’Italia, luogo in cui ogni problema tende a divenire sistema.

Questa strada ha due corsie: lungo una prima corsia, tali minoranze cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni (i rappresentanti del potere legislativo, esecutivo, delle authorities e delle pubbliche amministrazioni) per favorire gli interessi e i beni della comunità; lungo una seconda, esse cercano di colmare il vuoto di informazione riguardo a questi interessi e beni, interagendo, proprio nel modo suggerito da Fofi, con le fasce più disagiate della popolazione e agevolando la costruzione di strutture autonome. La battaglia, condotta senza mai disertare la strada e senza abbandonare i pochi laboratori di sintesi, è senz’altro di qualità, nonostante debba fare i conti, quotidianamente, con una cultura politica che in Italia, e maggiormente nel Meridione, si è sviluppata in termini non partecipativi, esasperati, negli ultimi decenni, da un’ancor più pronunciata sudditanza nei confronti di cattiva amministrazione e leggi ingiuste.

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14 Novembre 2018
pubblicato da Lanfranco Binni

Liberi tutti

No-Tavdi Lanfranco Binni

E la Nato? E il ruolo geopolitico dell’Italia? È la questione centrale, l’unico vero contesto in atto di quanto sta accadendo nel nostro paese. Perché il governo trumpiano degli Stati Uniti, rafforzato dalle elezioni di medio termine, riserva all’Italia un ruolo di partner privilegiato, per esempio evitandole le limitazioni delle sanzioni commerciali all’Iran nei prossimi sei mesi? E perché il governo giallo-verde aderisce senza condizioni a una linea di subalternità servile nei confronti delle politiche di guerra degli Stati Uniti nei confronti della Russia, dell’Iran e della Cina, su una linea di “sovranismo” senza sovranità? Perché il Movimento 5 Stelle, che prima delle elezioni politiche del 4 marzo aveva sostenuto le lotte del movimento No Tap contro il gasdotto pugliese (fossili e affini), alternativa statunitense strategico-militare ed economica al gasdotto settentrionale dalla Russia all’Europa, per poi aderire senza condizioni ai diktat trumpiani? Perché, dopo aver sostenuto le lotte del movimento No Muos in Sicilia, oggi aderisce senza condizioni ai piani strategici della Nato? I termini della questione del Muos sono stati chiariti, come al solito, da Manlio Dinucci («il manifesto», 6 novembre):

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5 Novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Schizofrenia politica e prescrizione del reato

prescrizionedi Massimo Jasonni

Il degrado delle istituzioni fornisce la radiografia dai contorni sempre più precisi di un assetto culturale ormai consolidato, entro il quale la politica tanto più grida, quanto più è, in realtà, assente. Svanito è il sogno platonico di una repubblica in cui l’esercizio della politica giochi un ruolo dominante, non subalterno né fittizio, sulle prepotenze militari e finanziarie.

Il pensiero occidentale, principe quello di Leopardi, si avvide, sin dalla prima metà dell’Ottocento, del fenomeno, ma fu poi la filosofia tedesca a cogliere gli effetti etici devastanti, a cui avrebbero condotto dominio tecnocratico e morte delle patrie. Ove, sul punto, una precisazione subito si impone, oggetto anche di un recente intervento del presidente della Repubblica a Trieste in occasione del centenario della conclusione del primo conflitto mondiale: il concetto di patria certo interferisce, ma non si esaurisce in quello di nazione, giacché “patria” introduce a una familiarità nei costumi e a un’abitudine di vita che nel secondo termine sfumano, cedendo a motivazioni etniche e a prospettazioni nazionalistiche, purtroppo note, che afflissero l’Europa nel secolo breve. La globalizzazione ha fatto tabula rasa di quei valori e di quelle ragioni di vita: si pensi, per eccellenza, alla cultura contadina che rappresentava un punto di forza delle politiche tradizionali e, viceversa, è stata completamente dimenticata da Roma e da Bruxelles.

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2 Settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Walter Veltroni e la rifondazione della sinistra

Veltronidi Massimo Jasonni

Walter Veltroni delinea su «la Repubblica», 29 agosto, una rifondazione della sinistra che tale, in realtà, non è. In essa si evocano due padri del socialismo, Piero Calamandrei e Altiero Spinelli, ma la citazione è tanto immotivata, quanto impropria alla luce del contesto. Di Calamandrei, che anche Berlusconi vantava fantasticamente essere suo affine, si tace il programma di trasformazione della società, fondato sul diritto al lavoro, sull’effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, sul diritto al salario, ovvero l’essenza di un pensiero che si trasfuse in Costituzione repubblicana. Di Altiero Spinelli si omette di dire che l’Europa, di cui l’allievo di Cattaneo fu portavoce a Ventotene, ha a che fare con l’attuale Unione europea come le vongole alla marinara con il brodo dei tortellini.

Sicché la democrazia «veloce e trasparente», che Veltroni propone in contrappunto a una democrazia lenta e debole, non può essere accostata al ricordo di Calamandrei o di Spinelli, semmai rimanda a ciò che è rock e ciò che rock non è, di Adriano Celentano.

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14 Giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Dante mirando Pisa in gran dispitto

Dante mirando Pisa in gran dispittodi Luca Baiada

S’è voluto far tutto nel suo nome, in un bel maggio pisano. Ma del Tosco, in fondo, non s’è parlato abbastanza. E lui, per noi, non l’hanno fatto parlar punto.

Dante prima, con la D di un colore e le altre lettere di un altro. Questo, col gioco d’effetto, il titolo di quattro giorni di cose d’arte e cultura, nella città che lui bollò come vituperio de le genti. Dante, ma in anteprima, perché l’obiettivo era un anticipo delle celebrazioni del 2021: settecento anni dalla morte. Promotori, oltre agli enti locali, i principali istituti culturali pisani, e sono fra i più prestigiosi.

Purtroppo l’insieme è stato deboluccio, e non solo per via del bel tempo che invitava a godersi il tremolar de la marina.

Le lezioni monografiche, va detto, erano dottissime come i relatori. Ma aleggiava un senso di augusta polvere, di canterale, di distanza incolmabile. Via, animo, trasgredire! Il fiorentino osò in volgare quando i dotti scrivevano in latino, e i dodda biascicavano il latinorum. E che volgare: culo, merda, trullare, puttana, bordello. A parlar così, gli accademici che hanno discettato a Palazzo Gambacorti (Dante e la lingua italiana) e a Palazzo Blu (La Chiesa e Dante), splendide sedi sul Lungarno, è difficile figurarseli.

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11 Giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Miccia corta

miccia cortadi Lanfranco Binni

Ora, mentre le truppe del Nazareno si preparano a scatenare la potenza di fuoco del «Fronte repubblicano» nel ridotto del Parlamento, e le oche del Quirinale hanno salvato il presidente della Repubblica per il rotto della cuffia, e il nuovo governo giallo-verde si insedia nelle stanze del potere, e Berlusconi minaccia di incatenarsi ai cancelli delle sue aziende, e il Movimento 5 Stelle esibisce i suoi temi più di “sinistra” (reddito di cittadinanza, lavoro non precario, riforma pensionistica, beni comuni, sviluppo sostenibile, lotta contro la corruzione, riforma della giustizia), e la Lega brandisce come clave i suoi ruggiti più di “destra” (presidenzialismo, riforma fiscale non progressiva e a vantaggio dei ricchi, comunitarismo di sangue, caccia agli immigrati “clandestini”, agli zingari, ai sovversivi dei centri sociali, alle Ong, omofobia, familismo cattolico), e i giornalisti dei media tradizionali e social proseguono il loro narcotraffico su temi superati dalla cronaca in attesa dei nuovi assetti di potere in cui posizionarsi o da infangare su committenza dell’opposizione Berlusconi-Renzi, non molti a “sinistra” e a “destra” sembrano aver capito la vera natura del cambiamento in corso, decisamente inedito e fuori dagli schemi post-novecenteschi della “democrazia liberale”. Anche se è innegabile che nello spazio ristretto dei palazzi del potere oligarchico si vadano riproponendo in forme inedite vecchi riti di una politica subalterna ai vincoli dell’economia e all’eterodirezione europea e atlantica.

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