14 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Dante mirando Pisa in gran dispitto

Dante mirando Pisa in gran dispittodi Luca Baiada

S’è voluto far tutto nel suo nome, in un bel maggio pisano. Ma del Tosco, in fondo, non s’è parlato abbastanza. E lui, per noi, non l’hanno fatto parlar punto.

Dante prima, con la D di un colore e le altre lettere di un altro. Questo, col gioco d’effetto, il titolo di quattro giorni di cose d’arte e cultura, nella città che lui bollò come vituperio de le genti. Dante, ma in anteprima, perché l’obiettivo era un anticipo delle celebrazioni del 2021: settecento anni dalla morte. Promotori, oltre agli enti locali, i principali istituti culturali pisani, e sono fra i più prestigiosi.

Purtroppo l’insieme è stato deboluccio, e non solo per via del bel tempo che invitava a godersi il tremolar de la marina.

Le lezioni monografiche, va detto, erano dottissime come i relatori. Ma aleggiava un senso di augusta polvere, di canterale, di distanza incolmabile. Via, animo, trasgredire! Il fiorentino osò in volgare quando i dotti scrivevano in latino, e i dodda biascicavano il latinorum. E che volgare: culo, merda, trullare, puttana, bordello. A parlar così, gli accademici che hanno discettato a Palazzo Gambacorti (Dante e la lingua italiana) e a Palazzo Blu (La Chiesa e Dante), splendide sedi sul Lungarno, è difficile figurarseli.

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11 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Miccia corta

miccia cortadi Lanfranco Binni

Ora, mentre le truppe del Nazareno si preparano a scatenare la potenza di fuoco del «Fronte repubblicano» nel ridotto del Parlamento, e le oche del Quirinale hanno salvato il presidente della Repubblica per il rotto della cuffia, e il nuovo governo giallo-verde si insedia nelle stanze del potere, e Berlusconi minaccia di incatenarsi ai cancelli delle sue aziende, e il Movimento 5 Stelle esibisce i suoi temi più di “sinistra” (reddito di cittadinanza, lavoro non precario, riforma pensionistica, beni comuni, sviluppo sostenibile, lotta contro la corruzione, riforma della giustizia), e la Lega brandisce come clave i suoi ruggiti più di “destra” (presidenzialismo, riforma fiscale non progressiva e a vantaggio dei ricchi, comunitarismo di sangue, caccia agli immigrati “clandestini”, agli zingari, ai sovversivi dei centri sociali, alle Ong, omofobia, familismo cattolico), e i giornalisti dei media tradizionali e social proseguono il loro narcotraffico su temi superati dalla cronaca in attesa dei nuovi assetti di potere in cui posizionarsi o da infangare su committenza dell’opposizione Berlusconi-Renzi, non molti a “sinistra” e a “destra” sembrano aver capito la vera natura del cambiamento in corso, decisamente inedito e fuori dagli schemi post-novecenteschi della “democrazia liberale”. Anche se è innegabile che nello spazio ristretto dei palazzi del potere oligarchico si vadano riproponendo in forme inedite vecchi riti di una politica subalterna ai vincoli dell’economia e all’eterodirezione europea e atlantica.

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2 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Transizioni

Franco Fortinidi Lanfranco Binni

«Populisti, vil razza dannata!». Pianti, lamenti e lai, anatemi borghesi ottocenteschi a esorcismo delle “classi pericolose” alimentano il narcotraffico dei media di regime. Il sistema democratico è in pericolo. L’onda lunga dell’insorgenza diffusa e popolare contro ogni mediazione liberista e socialdemocratica tra potere politico e «popolo» (il popolo «sovrano» della Costituzione inattuata del 1948) che il 4 dicembre 2016 ha abbattuto con un sonoro no la “riforma” anticostituzionale della banda Renzi, grazie a un imprevisto protagonismo degli elettori ignoti (maledette elezioni!), il 4 marzo ha stravolto (anche questa volta con esiti imprevisti) un quadro politico già a rischio di «ingovernabilità». Il disegno furbastro del Pd di resuscitare il patto del Nazareno grazie a una legge elettorale anti M5S si è rovesciato nella disfatta del Pd, nella forte affermazione del M5S (primo partito nazionale), nello squilibrio dei rapporti di forza all’interno della coalizione di destra (sconfitta di Forza Italia e affermazione della Lega come primo partito della coalizione). Numerosi articoli di questo numero del «Ponte» analizzano i risultati elettorali, con punti di vista diversi e diverse valutazioni, come si addice a una rivista di aperto dibattito politico.

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4 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Croce e l’ansia di un’altra città

Crocedi Paolo Bagnoli

La figura e il pensiero di Benedetto Croce continuano far discutere. L’ultimo contributo è un denso saggio di Francesco Postorino, Croce e l’ansia di un’altra città (prefazione di Raimondo Cubeddu, Milano-Udine, Mimesis, 2017). Si tratta di un lavoro che si articola in tre sezioni. La prima dedicata alla concezione religiosa e filosofica della libertà; la seconda alla natura della democrazia in Croce e al rapporto di questi con la “filosofia azionista” e, nella terza parte viene trattato il rapporto tra le idee di Croce e quelle di alcuni pensatori di rilievo del Novecento quali Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Norberto Bobbio e Aldo Capitini.

La cifra del saggio, corredato da ampie ed esaurienti note che denotano la cura dello studioso, è filosofico-politica, anche se il suo fine ultimo è racchiuso nella terza parte ove si mettono a fuoco le interrelazioni tra Croce e i pensatori accomunati dall’esperienza dell’azionismo. Fa eccezione Aldo Capitini che con Calogero dette vita all’esperienza liberalsocialista. Calogero confluì nel Partito d’Azione, mentre Capitini non vi aderì e invitò chi era a lui più vicino – è il caso di Walter Binni – a entrare nel partito socialista. E questo perché il liberalsocialismo di Capitini è altra cosa rispetto a quello di Calogero. Al riguardo, vogliamo osservare subito che è proprio su Capitini che Postorino, nella terza parte del libro, si sofferma più a lungo senza – ci sia permesso di dire – aggiungere niente di nuovo a quanto già conosciuto. Inoltre, ci pare trascurato quel concetto di “socialità” che, nel pensiero capitiniano è centrale e spiega e collega tutti gli altri sui quali si articola il suo essere “socialista”. Quello di Capitini è un pensiero che, come sappiamo, rappresentò il dato caratterizzante dell’azionismo toscano e fu quasi interamente sposato da Tristano Codignola che del movimento fu il leader e l’anima ideologica e politica.

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2 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Terremoti capitali

Donald Trumpdi Lanfranco Binni

Il 27 gennaio, nel «giorno della memoria», il presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato il suo editto contro i musulmani; ricordo che «musulmani» erano chiamati nei lager i deportati, per i loro corpi scavati dalla fame, dal gelo e dalle malattie. Pochi giorni prima Donald Trump aveva ricevuto l’entusiastico sostegno del premier israeliano Netanyahu al suo progetto di estendere il muro al confine con il Messico: «Il presidente Trump ha ragione. Ho costruito un muro lungo il confine meridionale di Israele e si è fermata tutta l’immigrazione clandestina. Grande successo. Grande idea». Rivedo i muri intorno ai ghetti ebraici, oggi riservati dagli israeliani ai palestinesi, per segregarli e rapinarne i territori. Nella crisi globale del capitalismo tutto si tiene, in cortocircuito: dalle guerre economiche tra Stati e continenti, ai conflitti militari sul campo, alle campagne terroristiche, alle concentrazioni oligarchiche e autocratiche dei poteri, al passato che non passa mai.

Quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti d’America e nei rapporti tra gli Usa. e il mondo non permette letture di superficie. L’elezione di un neonazista alla presidenza del più forte impero occidentale non è un incidente della Storia, e Trump non è una macchietta mediatica; il cosiddetto «protezionismo» del sistema politico statunitense non è un ritorno al passato, e del resto il capitalismo statunitense non è mai stato autarchico e protezionista. Sono altri i ragionamenti da fare: quel fenomeno di concentrazione dei poteri che caratterizza la fase attuale del capitalismo internazionale, che trasforma gli Stati in fortezze per scontri globali, conclusa la fase di un progresso economico espansivo in presenza di mercati sempre più ridotti, e di catastrofi in atto (dai cambiamenti climatici in corso al prossimo esaurimento del petrolio), ha il suo epicentro profondo nel tempio del capitalismo imperialistico. La parola d’ordine America first non è soltanto un appello populista alla pancia razzista e violenta della «supremazia bianca» (certo, è anche questo), e non è una dichiarazione di rinuncia alle politiche imperialistiche: è anzi il rilancio, da posizioni rafforzate, da retrovie sicure e presidiate, di un capitalismo totalitario che si fa direttamente Stato per governare rigidamente l’economia, la società, i rapporti con il mondo.

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23 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La lunga marcia di Aldo Capitini

marciadi Lanfranco Binni

L’ultima Marcia della pace Perugia-Assisi del 9 ottobre 2016 ha messo a nudo i limiti di un “pacifismo” compatibile con le politiche di guerra della Nato e con il servilismo attivo del governo italiano. Alla concreta e radicale politicità (più che politica) della Marcia Perugia-Assisi costruita da Capitini nel 1961 come esperienza di «rivoluzione nonviolenta» e di «democrazia diretta», si è definitivamente sostituita una ritualità priva di contenuti, ma non vuota di politica, sulla base di un generico appello a non essere «indifferenti» alle tragedie della Storia, senza nominarle, senza indicare obiettivi e strategie di lotta. Dalla marcia del 1961 nacque una seconda marcia Camucia-Cortona nel 1962, ma soprattutto il tentativo di organizzare una Consulta nazionale, popolare e istituzionale, per sviluppare pratiche ordinarie di democrazia dal basso che coinvolgessero i piccoli gruppi di nonviolenti attivi, le scuole, le fabbriche, gli enti locali, in un processo di organizzazione del «potere di tutti» sui terreni dell’educazione alla pace e della costruzione di un «potere di tutti» a superamento di una democrazia rappresentativa oligarchica.

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28 giugno 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Avanti popoli, alla riscossa

Avanti popolidi Lanfranco Binni

In Italia le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno, in Francia la mobilitazione operaia e studentesca contro le politiche liberiste del governo socialista, in Gran Bretagna il referendum del 23 giugno, in Spagna le elezioni politiche del 26 giugno: venti giorni che hanno cambiato profondamente lo scenario politico, sociale e culturale dell’Europa. In Italia, la disfatta della lobby del Partito democratico con tutte le sue ruote di scorta (da una pretesa sinistra interna al malaffare verdiniano, ai media arruolati con ruoli di propaganda e disinformazione) e dei modesti conati di Sinistra italiana, la sconfitta e dispersione della destra berlusconiana e leghista, e l’«imprevedibile» forte affermazione del Movimento 5 Stelle, non solo in grandi città simboliche come Roma e Torino. In Gran Bretagna, la decisione di un elettorato maggioritario, espressione in gran parte di ceti popolari, di dissociarsi dall’Unione europea a egemonia tedesca, per recuperare una pretesa sovranità. In Spagna, la paralisi del sistema politico tradizionale che ha coinvolto lo stesso tentativo di «assalto al cielo» dell’alleanza Podemos-Izquierda unida. In tutte queste situazioni, a crollare o a entrare in crisi sono i sistemi politici subalterni ai poteri finanziari, mentre avanzano, con esiti dirompenti, l’astensionismo e movimenti e forze politiche che sono espressione di vasti settori popolari e di ceto medio impoveriti dalla crisi economica, vessati dalle politiche europee di austerità e da oligarchie al potere sempre più isolate.

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23 marzo 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Nuovi cieli e nuova terra

 democrazia direttadi Lanfranco Binni

In Siria non è andata come doveva andare. La spartizione neocoloniale del paese è rinviata a tempi migliori. Contrordine: va interrotta l’evacuazione forzata della popolazione civile e bisogna promuovere il rientro, forzato, dei profughi; via dall’Europa, compatibilmente con le esigenze tedesche di capitale umano di qualità; i campi di concentramento in Turchia saranno aree di transito per il rientro in Siria, mentre al governo turco è stato concesso di lucrare sui profughi con finanziamenti europei. La Nato passa al piano B: consolidare la Turchia come avamposto dell’Occidente contro la Russia (la guerra ai curdi siriani e irakeni, la feroce repressione della società turca, sono effetti collaterali da «comprendere»), spostare il focus degli interventi militari dalla Siria alla Libia, all’intero continente africano. Il cambio di strategia comporta la dislocazione nell’area libica di quello che resta dell’Isis, indebolito dalla sconfitta militare in Siria e da conflitti crescenti con la galassia del jiadismo, in primo luogo con le reti di al Qaeda.

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16 dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Il naufragio della «modernità» del capitalismo

naufragiodi Lanfranco Binni

Ormai siamo ai bollettini di guerra, di una guerra postmoderna in cui implode il cortocircuito tra «antico» e «moderno», tra mezzi convenzionali (i bombardamenti, il terrorismo, le rappresaglie, la propaganda, la disinformazione) e nuove tecnologie di distruzione (le campagne di comunicazione, i nuovi armamenti hi-tech). Dietro la «strategia del caos», della guerra di tutti contro tutti (dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze), un lucido e «antico» disegno di natura esclusivamente economica: la tenace resistenza del modo di produzione capitalistico alla crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta. Le devastazioni strutturali, in nome delle necessità dei mercati finanziari (l’«uovo del serpente»), procedono in stretto rapporto con devastazioni politico-culturali sempre più rabbiose: la supremazia indiscutibile (da non mettere in discussione) della «civiltà» dell’imperialismo occidentale, lo svuotamento della democrazia formale a cui contrapporre i «valori» della predazione economica e del consumo forzato di merci, del malthusianesimo, della xenofobia, la divisione profonda tra le vittime della guerra economica e militare, schierate come complici subalterni e «rifiuti» da schiacciare.

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26 novembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Il carteggio fra Luigi Russo e Walter Binni

Carteggio Luigi Russo Walter BinnidiMichele Feo

Di tutto l’archivio prosopografico è lui la figura piú dolorosa. Man mano che le carte diventano pubbliche e anche le miserie private vengono alla luce, è lui l’ospite non gradito. Mi ricorda sempre piú il Gesú morto che ritorna vivo fra i suoi e quelli hanno già edificato in suo nome la Chiesa gerarchica e una nuova struttura di potere, con le cui leggi lo “scemo del villaggio” ovvero “l’idiota di Dio” non è compatibile; e se alla fine il Grande Inquisitore non arriva a condannarlo come impostore, lo caccia però via con l’ordine di non farsi mai piú vedere. Lui è Aldo Capitini: con la sua irriducibile non-violenza, con la sua testarda non-collaborazione, con la sua religiosità ostile a tutte le confessioni positive, con la sua utopica democrazia-di-tutti non trattabile con nessuna fazione, con la sua fratellanza panteistica non disposta a transigere nemmeno sull’uso delle scarpe di cuoio.

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