22 Marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

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9 Ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

La via portoghese e il vicolo italiano

portogallodi Luca Onesti

[Articolo apparso sulla rivista Il Ponte  numero 8-9 2016  Populismo, democrazia, insorgenze. Forme contemporanee del politico]

In copertina, «L’Espresso» del 30 marzo 1975 titolava: La via italiana e il vicolo portoghese. Nell’Italia in cui si apriva la via del “compromesso storico”, si guardava alla Rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974 e agli sviluppi del Prec («Processo rivoluzionario in corso») del dopo-rivoluzione militare, con il timore che il Partito comunista portoghese, con il suo leader Álvaro Cunhal, potesse muovere, insieme al Mfa (il Movimento delle Forze Armate) i fili di una rivoluzione che, dopo la nazionalizzazione delle banche e delle compagnie di assicurazione, sembrava avviata, in maniera tumultuosa, verso l’occupazione delle terre e l’autogestione delle fabbriche, dunque verso la creazione di uno Stato socialista in Europa occidentale. Un vicolo cieco, faceva notare giustamente, per amore di «chiarezza e non per un invito alla moderazione», Massimo L. Salvadori sempre su quel numero dell’«Espresso»: era improbabile un sostegno dell’Urss (che, ricordiamo, aveva rinunciato a sostenere il Cile di Allende meno di due anni prima), e l’influenza degli Stati Uniti nell’area geografica atlantica era difficile da mettere in discussione. Si sarebbe andati incontro quindi con ogni probabilità, secondo Salvadori, soltanto a un rinnovamento democratico borghese. Così fu, ma si sarebbe dovuti passare attraverso un’altra data significativa, quella del golpe del 25 novembre 1975, che con la caduta del capo del governo del militare Vasco Gonçalves e con l’ascesa al potere del cosiddetto «Gruppo dei Nove», significò una svolta a destra della rivoluzione, la fine del Prec, l’inizio della fase costituente e poi della fase della democrazia portoghese che dura fino a oggi, caratterizzata dalla conventio ad excludendum del Partito comunista, che non sarebbe mai più andato al potere nel governo nazionale né tantomeno avrebbe più appoggiato, seppur dall’esterno, alcun governo.

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