Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

Società è soprattutto un progetto di società, implica un futuro auspicabile. Un ritorno agli Stati nazionali sarebbe invece una chiusura del futuro, una rottura con quel pezzo di Europa, sia pure molto imperfetto, che si è riusciti a costruire in questi anni. Nemmeno a voler parlare di “protezione” sarei sicuro che l’Unione europea, anche nella sua forma attuale, sia soltanto un errore. Come sarebbero andate le cose durante la recente crisi mondiale se non ci fosse stato l’euro – pur con tutte le restrizioni imposte dall’austerità, dal patto di stabilità e così via – e si fosse potuta svalutare la moneta con la conseguente crescita dell’inflazione, secondo uno schema che in Italia abbiamo conosciuto fin troppo bene ai tempi della vecchia lira? Non è forse vero che un’inflazione fuori controllo è la più crudele delle tasse sui poveri? Il che non significa che, in un’Europa a guida conservatrice tedesca, non si sia esagerato nella difesa della stabilità dei prezzi a scapito degli investimenti pubblici e quindi dell’occupazione (ma nemmeno va dimenticato che cosa fu la terribile inflazione degli anni venti in Germania e come essa spianò la strada al nazismo). Del resto prendersela con la moneta, anziché con il capitalismo in quanto tale, fu già un aspetto dell’impasto populistico-fascista che si ritrova in uno come Ezra Pound. Ma, se il denaro è un geroglifico delle relazioni sociali, sono queste che vanno anzitutto modificate. E se i rapporti di forza hanno determinato una stabilità europea che favorisce la Germania, qui allora andrebbe condotta la disputa, rinegoziando tutto quanto c’è da rinegoziare, non volgendosi indietro.

Ancora: è del tutto vero (lo sostiene un comunista nostalgico come Vladimiro Giacchè) che esempi storici di unificazioni che avvantaggiano alcuni contro altri sono sia quello dell’unità italiana nell’Ottocento sia quello dell’unità tedesca dopo il crollo del Muro. Eppure chi potrebbe negare, se non un filoborbonico, che l’unificazione sotto casa Savoia non sia stata “meglio”, a conti fatti, della semplice alternativa del tenersi il Regno delle due Sicilie? Si pensi, infatti, all’importanza che ebbe l’unità nazionale nello sviluppo del movimento operaio e del socialismo successivi. E chi – se non appunto un nostalgico – potrebbe dire che quello della Germania Est fosse un sistema che meritasse di sopravvivere? Certo, oggi ci sarebbe da porre la questione di un’Europa in cui il ruolo della Germania sia ridimensionato; e tuttavia se Angela Merkel – che finora non l’ha fatto, prigioniera com’è anche lei dell’idea di Stato-nazione –, all’interno di un processo d’integrazione europea, assumesse un ruolo analogo a quello assunto da Cavour nell’unificazione italiana, ciò andrebbe considerato un passo avanti.

Una sinistra d’ispirazione socialista dovrebbe quindi riorganizzare le proprie forze a partire da un’idea di federalismo europeo. Federalismo non è il contrario di “differenza”, è un patto tra le “differenze”. Sottomettersi a diktat insensati come quello dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione è sbagliato; però lo è di più cedere, sul terreno culturale e politico, al variegato campo populistico la cui matrice sovranista ne fa un alleato insostenibile e pericoloso. Per questo a livello europeo va superata la divisione tra le “due sinistre”: aspetto su cui ragionava un recente articolo di Aldo Garzia apparso su questo stesso sito. Il socialismo europeo è da rinnovare completamente ma, al tempo stesso, le formazioni cosiddette radicali (come la Linke o Podemos), abbandonando qualsiasi ipotesi di “populismo di sinistra”, vanno ricondotte a un programma di unità a sinistra. È quanto accaduto nel piccolo Portogallo del socialista Costa che – dopo la devastazione sociale indotta dalla troika – governa grazie a una maggioranza parlamentare con il Partito comunista, i Verdi e la nuova sinistra. Questa l’indicazione politica che si può dare: qualcosa di molto lontano da una presunta “difesa della società” in alleanza o in collusione con le forze che guardano al passato.

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