10 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Piero Calamandrei e la chiarezza nella costituzione

Tullio De Maurodi Silvia Calamandrei

[Intervento al Festival della lingua italiana sul linguaggio della Costituzione, Siena, 8 aprile 2018.]

Il grande linguista e pedagogo democratico Tullio De Mauro sottolineava «l’eccezionalità linguistica della Costituzione rispetto alla frustrante illeggibilità del corpus legislativo italiano»1: rispetto all’oscurità di tanti testi di legge (il latinorum di Renzo), il patto sottoscritto dagli italiani all’indomani della Liberazione si contraddistingue per chiarezza, qualità raccomandata da Piero Calamandrei nel discorso del 4 marzo 1947: «Ora, vedete, colleghi, io credo che in questo nostro lavoro soprattutto ad una meta noi dobbiamo, in questo spirito di familiarità e di collaborazione, cercare di ispirarci e di avvicinarci. […] Il nostro motto dovrebbe esser questo: “chiarezza nella Costituzione”».

Sempre in quell’intervento Calamandrei sostiene che a scrivere la Costituzione non sono stati loro, i Costituenti, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo a uno a uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni, nelle quali l’eroismo è giunto alla soglia della santità.

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3 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

La sinistra resti lontana dalla tentazione del populismo

Michele Prosperodi Marco Gatto

Dalle colonne de “il manifesto”, domenica scorsa, Michele Prospero ha ribadito con efficacia che il populismo non salverà la sinistra. Ha perciò invitato quel poco che resta dell’identità progressista e comunista a non inseguire i miti rassicuranti del sovranismo e del qualunquismo, incarnati oggi dalla Lega di Salvini e dai pentastellati. «Tra l’individualismo liberista demolito dalla crisi sociale e i rifugi in comunità ingannevoli (prima gli italiani, il rosario e la ruspa) esiste un vuoto, quello che nel Novecento ha occupato il socialismo», scrive Prospero. Un socialismo che, se vuole rimettersi all’opera, non deve «scimmiottare la versione più originale e anche genuina della rivolta del “basso”», ma che deve rispondere a una rigenerazione più complessiva delle sue istanze, la quale magari parta da una discussione teorica e politica sui fondamenti e sui presupposti. La questione organizzativa diventa allora centrale: alla cultura superficiale e aggressiva, fatta di istinti e di macchiette, inscenata tanto dai leghisti quanto dai grillini, capaci di raccogliere i frutti più maturi del berlusconismo nei termini di rappresentazione spettacolare della propria identità, bisogna opporre, dice Prospero, «una cultura politica nuova che tragga ispirazione da Marx» e che quindi rimetta al centro il conflitto tra capitale e lavoro, oggi del tutto svuotato dalla banalità transeunte delle promesse elettoralistiche, e che rimetta in gioco il ruolo della rappresentanza, della formazione, della coerenza ideologica.

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18 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quale Europa? A proposito di una riflessione di Rino Genovese

di Luca Michelini

Su «Il Ponte» Rino Genovese scrive: «Da noi in Europa ci sono adesso i sovranisti di destra (senza virgolette) e quelli “di sinistra” (le virgolette sono d’obbligo) che intendono rifarsi alle vecchie esperienze novecentesche. Senza comprendere che, ammesso che un nuovo modello di Stato sociale e di politiche keynesiane sia possibile ipotizzare, esso andrebbe sul conto di un’Europa completamente riformata in senso sovranazionale (con un’imposizione fiscale progressiva identica o molto simile sull’intero continente, con regole unificate del mercato del lavoro che impediscano delocalizzazione delle imprese e dumping sociale, ecc.), così da fare apparire i vari Stati nazionali europei come quei relitti del passato che sono, non meno di quanto lo fosse il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla nell’Italia risorgimentale».

Alla luce di questa prospettiva, che opportunamente rigetta i “sovranismi di destra”, sembra di capire che anche i “sovranismi di sinistra” abbiano poche ragioni da rivendicare, anche se, al tempo stesso, l’A. non vuole appoggiare la versione “liberal-lberista” che dell’europeismo hanno dato le sinistre al governo.

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23 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Elogio dell’opposizione

Le Canard Enchaînédi Piergiovanni Pelfer

La golden rule per stabilire la qualità della democrazia in un paese consiste nell’osservare quale spazio e quale agibilità politica è riservata ai partiti, ai movimenti, ai sindacati, alla stampa e in generale alle iniziative delle opposizioni. Nel senso comune la mancanza di un’opposizione forte è un indicatore di una democrazia debole e di un sistema politico che può variare da un sistema autoritario a un sistema chiaramente reazionario e fascista.

Quando parliamo di sistemi democratici intendiamo quei sistemi nati dopo la Seconda guerra mondiale dalla sconfitta del nazifascismo e le cui costituzioni, come quella italiana, sono una sintesi del pensiero liberale, socialista e cristiano precedente e seguente quella sconfitta. Con questo non intendiamo addentrarci in un’analisi approfondita di questi sistemi né affermare che non ne esistano di migliori. Prendiamo come un dato di fatto, un framework, che l’azione politica di ognuno di noi si svolge in relazione con questi sistemi democratici.

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13 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

In assenza del socialismo

Socialismodi Paolo Bagnoli

Le elezioni sono oramai vicine: un’altra legislatura è trascorsa. Su quella che verrà sembra esserci poca speranza, visto che già si ipotizzano nuove elezioni a giugno, se dal voto dovesse uscire un quadro politico instabile.

La crisi della politica italiana data ormai un quarto di secolo e ancora non se ne vede una plausibile via d’uscita. Il renzismo ha fatto il suo tempo. È naufragato insieme con il Partito democratico e ci ha consegnato un paese in condizioni istituzionali ed economiche più che preoccupanti e alla mercé della demagogia pentastellata. I dati del rapporto Censis, presentato a dicembre, disegnano un quadro allarmante. In un paese in cui la fiducia nella politica non è mai stata particolarmente alta, si registra un ulteriore scadimento: l’84% dei cittadini non nutre fiducia alcuna nei partiti politici e, viene da aggiungere, a ragione, in presenza di soggetti dediti solo a porsi all’attenzione dei media con una vocazione prevalente ad assecondare il governo. Inoltre, ben il 78% non confida neppure nel governo e, al di là delle tanto sbandierate riforme, permane l’ostilità nei confronti della pubblica amministrazione verso la quale il 52% degli italiani non nutre fiducia e, visto come vanno le cose –basti pensare alla sanità – il dato appare anche contenuto. Il sindacato perde pezzi: in un anno le iscrizioni sono calate di ben 180.000 unità. I dati economici non sono poi quelli che si vuole rappresentare, dal momento che il Pil registra un ribasso dello 0,1%.

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7 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La destra di governo e il neofascismo

Neofascismodi Luca Michelini

1. L’irruzione dei neofascisti ai danni di un pacifico comitato comasco che si occupa di immigrazione può essere commentata anche per il comunicato ideologico-programmatico che l’ha accompagnata. Il collegamento tra idee e azione credo infatti sia utile per capire il fenomeno in questione.

Il fascismo di riferimento di questi squadristi è quello “sociale”: si tratta di un preciso richiamo all’esperienza della Repubblica di Salò, cioè quello pseudo-Stato che il nazismo di Hitler utilizzò per combattere sia gli Alleati, che stavano risalendo l’Italia, sia la Resistenza armata, sorta dopo la disfatta militare e l’8 settembre.

In che cosa consisterebbe il connotato “sociale” di questo fascismo? Se diamo un’occhiata al sito del gruppo neofascista, vediamo campeggiare la lotta alla globalizzazione, al mondialismo, all’europeismo liberale, al capitalismo “puro”, cioè quello non mediato da istituzioni e politiche “sociali” volte a debellare i confitti di classe. E vediamo il solito carosello di personaggi storicamente legati all’estrema destra per militanza e per cultura, coinvolti, per tutta Europa, in una giostra di conferenze, commemorazioni, azioni d’assalto e quant’altro.

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17 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Postilla a “Il fenomeno Mélenchon”

Chantal Mouffedi Rino Genovese

In Le monde datato 16-17 aprile, si può leggere un intervento di Chantal Mouffe a favore del “riformista radicale” Jean-Luc Mélenchon. La filosofa belga con connessioni argentine (suo marito e sodale è stato Ernesto Laclau, teorico del peronismo oggi scomparso) cerca di spiegare la differenza tra un populismo di destra, come quello di Marine Le Pen, che vuole restringere la democrazia ai soli francesi, e il populismo di sinistra di Mélenchon, che intenderebbe al contrario estenderla, costruendo e federando un “popolo” attorno a un progetto di révolution citoyenne. Non la distinzione destra/sinistra sarebbe costitutiva della politica democratica, quanto piuttosto quella di un “basso” contro un “alto”, cioè di un popolo contro un’oligarchia.

La declinazione peronista della nozione di “sovranità popolare” – è l’aspetto interessante della cosa – appare abbastanza esplicitamente richiamata. Secondo Mouffe l’attuale situazione  europea d’impoverimento delle classi medie sotto un’egemonia neoliberale, avvicinerebbe di fatto la politica del vecchio continente a quella dell’America latina. La ricetta proposta non si discosta allora da quella del Perón del 1945, che costruì un popolo e una nazione attorno a una lotta contro l’oligarchia.

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9 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Marco Dardi

Giacomo Becattini1, professore emerito di Economia Politica nell’Università di Firenze, per molti anni collaboratore e membro della direzione di questa rivista, è morto il 21 gennaio scorso nella sua casa di Scandicci. Nonostante una lunghissima malattia gravemente invalidante, tanto da costringerlo a quasi totale immobilità negli ultimi anni, Giacomo era riuscito a mantenere fin quasi alla fine un’eccezionale vitalità intellettuale, manifestata in scritti, interventi pubblici, fitta corrispondenza con collaboratori e amici, conversazioni in cui la fatica fisica non riusciva a smorzare l’incontenibile vivacità. Chi lo ha frequentato in questa difficile fase della vita non può non rivolgere un pensiero di gratitudine alla moglie Iva, ai figli Lucia e Marco, per aver saputo creare la nicchia familiare ideale che gli ha consentito di vivere una stagione così produttiva a dispetto di premesse tanto avverse.

La cerimonia commemorativa del 23 gennaio si è tenuta nella sala consiliare del palazzo comunale di Prato, sintesi simbolica perfetta del significato del lavoro di Giacomo nella sua ultima fase: Prato ha offerto il prototipo reale su cui Giacomo ha costruito il suo modello di distretto industriale, base concettuale di una visione dello sviluppo locale che oggi, e non solo in Italia, è associata al suo nome; e Giacomo a sua volta ha offerto ai pratesi un’immagine di sé, un’identità collettiva, che in qualche modo ha cambiato (sono parole del sindaco Matteo Biffoni) la storia della città. Questo è l’ultimo Becattini, l’economista dei distretti che oggi tutti conoscono, ed è certamente così che lui voleva essere ricordato. Ma ripensare la storia di Giacomo a partire da questo finale fa scivolare in una narrazione in cui il distretto sta là, oggetto ben formato in attesa di farsi scoprire, e l’itinerario intellettuale di Giacomo diventa una traiettoria il cui senso sta tutto nella più o meno travagliata convergenza all’oggetto. Chi scrive, per aver assistito da testimone, e per qualche tratto (su un arco complessivo di tempo di più di quarantacinque anni) partecipato da collaboratore alla sua avventura intellettuale, preferisce allineare i propri ricordi intorno a un altro tipo di narrazione, più storicista o, se si vuole, path-dependent. In questa, il distretto è un’ipotesi interpretativa dello sviluppo costruita pazientemente scegliendo fra i materiali disponibili nella cultura economico-politica italiana e internazionale della seconda metà dello scorso secolo e cercando di differenziare il risultato rispetto ad altre ipotesi circolanti all’epoca, nell’accademia come nei partiti politici. Il risultato finale è quello che conosciamo perché quelli erano i materiali, quello il contesto accademico e politico a cui Giacomo reagiva per istinto e ragionamento. Il distretto è un concetto prodotto da una fase storica. Prodotto di successo, perché si è dimostrato utile per capire aspetti importanti di quella stessa fase. Con quale capacità di durata oltre la propria epoca, lo dirà la storia che verrà.

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15 agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Due o tre cose che so di Gramsci

Gramsci

di Rino Genovese

Nella pigra quiete della città estiva si può leggere il nuovo libro del nostro amico, alacre collaboratore della rivista, Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (Quodlibet, Macerata, 2016). Il volume offre un’utile ricapitolazione di un dibattito dimenticato, ma che c’interessò da giovani, intorno alla possibilità di trarre dal corpo del lascito gramsciano una definita posizione teorica di critica della cultura, in particolare della letteratura.

Dico subito che, mentre Gramsci appare fortissimo nell’analisi storica della formazione dello Stato italiano e delle sue classi dirigenti (il concetto di “rivoluzione passiva” da lui rielaborato, applicato all’Italia e non solo, è ancora oggi imprescindibile), sul piano estetico la dipendenza da alcuni stereotipi dell’epoca finisce, a mio avviso, col rendere sostanzialmente inutilizzabili le sue sparse proposte. L’idea di una letteratura nazionale-popolare, che non fosse appannaggio di pochi privilegiati ma si rivolgesse alle masse per educarle, non era forse – già allora, quando fu formulata nel chiuso di un carcere – in patetica controtendenza con le punte più alte della ricerca letteraria e artistica che, rompendo il linguaggio in vari modi e in diversa misura, si opponevano a una fruibilità immediata?

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3 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Don Roberto

Benignidi Massimo Jasonni

Gigante – in fotografia e nello spazio offerto all’irruente eloquio del comico – l’intervista di Roberto Benigni a Ezio Mauro su «la Repubblica» del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica e in tema di modifica referendaria alla Costituzione. Poi ci hanno pensato le televisioni, da par loro, ad amplificarne a dismisura credito e diffusione. Trattandosi non di esercizio di un pensiero, ma di mera comunicazione pre-elettorale e pubblicità a sostegno della vittoria del «sí», già indicativo è il tratto fotografico: Benigni si nasconde dietro al leggío e, simulando il gioco del nascondino con lo spettatore, ammonisce puntando il dito. Sorride, ma in modo non convincente: le movenze paiono piú quelle dell’imbonitore che non del giullare di ormai molti anni addietro, con la sua prepotente, laica e toscanissima verve.

L’intervista, coltivata con cura dall’ex direttore del quotidiano, parte da una premessa domestica (babbo e mamma di Roberto votarono nel ’46 per la repubblica, senza tentennamenti) per trasfondersi nell’esaltazione del testo legislativo fondativo dell’assetto repubblicano. La nostra Costituzione, gridò nell’esibizione televisiva del 2012, è «la piú bella del mondo», da amare e da condividere. I dati di ascolto non lasciano margine al dubbio: 13 milioni, molti di piú degli 11 dei «Dieci Comandamenti». «Calamandrei batté Mosè?», domanda il giornalista, in fervida attesa di replica pirotecnica. Il Nostro ci mette del suo, permettendosi di correggere l’interlocutore: no, non solo Calamandrei, ma «Calamandrei e i suoi colleghi e i suoi avversari». Il «momento di grazia» fu rappresentato da «un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune».

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