Elogio dell’opposizione

Le Canard Enchaînédi Piergiovanni Pelfer

La golden rule per stabilire la qualità della democrazia in un paese consiste nell’osservare quale spazio e quale agibilità politica è riservata ai partiti, ai movimenti, ai sindacati, alla stampa e in generale alle iniziative delle opposizioni. Nel senso comune la mancanza di un’opposizione forte è un indicatore di una democrazia debole e di un sistema politico che può variare da un sistema autoritario a un sistema chiaramente reazionario e fascista.

Quando parliamo di sistemi democratici intendiamo quei sistemi nati dopo la Seconda guerra mondiale dalla sconfitta del nazifascismo e le cui costituzioni, come quella italiana, sono una sintesi del pensiero liberale, socialista e cristiano precedente e seguente quella sconfitta. Con questo non intendiamo addentrarci in un’analisi approfondita di questi sistemi né affermare che non ne esistano di migliori. Prendiamo come un dato di fatto, un framework, che l’azione politica di ognuno di noi si svolge in relazione con questi sistemi democratici.

Se si accettano queste premesse se ne deve concludere che una forte opposizione è necessaria per migliorare la qualità della nostra democrazia attraverso la lotta per conservare le buone cose e le best practices della vita pubblica e privata ed eliminare le cose cattive e le bad practices. È una necessità storica che questa situazione si realizzi.

Per fare un esempio alto di necessità storica, tanto per chiarire, si può fare l’esempio di Giuda, il quale, valutando la situazione in modo molto attento, capì che avrebbe dovuto fare una scelta not apostolically correct e passare all’opposizione nel partito apostolico per permettere la realizzazione del disegno divino di cui sapeva di essere una pedina insostituibile e che non si sarebbe potuto avverare senza la sua azione.

Eppure, nonostante questa necessità, sfido chiunque a trovare in Italia un partito, un movimento o finanche un giornale che dichiari apertamente di voler stare all’opposizione. Eppure tutti concordano che uno dei momenti migliori della storia d’Italia è stato nelle prime decadi del secondo dopoguerra quando le forze di opposizione erano molto forti e presenti in tutti i settori della vita del nostro paese. In Francia esiste almeno un giornale che è sempre stato, ed è, per scelta all’opposizione. Si tratta del giornale satirico «Le Canard Enchaîné», che ha dato colpi durissimi al sistema di potere francese e continua a farlo, avendo scelto come obiettivo della sua satira il governo, indipendentemente dalle forze che lo sostengono. Non solo ma nell’opinione pubblica francese a nessuno è mai venuto in mente di indicare «Le Canard Enchaîné» come un giornale qualunquista o, peggio che mai, populista e antidemocratico. E si tratta di un giornale per di più senza spazi pubblicitari e senza nemmeno un sito internet, un blog, una versione elettronica e, quindi, per i criteri di giudizio che vanno per la maggiore, antiquato e fuori dal mondo.

«Le Canard Enchaîné» ci mostra che l’opposizione si può fare e che, anzi, si può fare un’opposizione permanente, con l’effetto collaterale di divertirsi e di farsi un sacco di risate.

Ora tutti vogliono andare al governo e i banchi dell’opposizione rimangono deserti. Eppure alcune esperienze del passato hanno mostrato come la parola governo potesse essere una parola vuota. Una della ragioni per la formazione del primo centrosinistra era che in questo modo i socialisti sarebbero entrati nella famosa “stanza dei bottoni”. Fu presto riconosciuto da Nenni stesso, uno dei promotori dell’accordo, che la stanza dei bottoni nei palazzi del governo non esisteva e che se si volevano ottenere miglioramenti per i cittadini si sarebbero dovute seguire altre strade. La favola della mosca cocchiera risultava così un ritratto concreto dell’illusione di poter guidare la carrozza del potere adagiandosi semplicemente sulla testa del cavallo. Le stanze dei bottoni delle politiche economiche, finanziarie, sociali, ecologiche, ecc. non sono nelle istituzioni democratiche, il cui personale è almeno eletto anche se a volte con leggi elettorali truffaldine, ma si trovano nei grandi organismi internazionali quali l’Fmi, la Ce, la Bce, la Banca mondiale, l’Ocse, la Nato, i vari centri di intelligence, così come nei consigli di amministrazione di multinazionali i cui budget sono superiori a quelli di uno o più Stati di media grandezza. E il personale di questi organismi è rigorosamente cooptato, non eletto.

Le stanze dei bottoni sono collegate a think tanks distribuite in centri di ricerca, in università di tutto il mondo, i cui programmi vengono finanziati se rispondono a determinati requisiti, valutati spesso senza che gli studiosi stessi ne siano consapevoli. E le scelte, anche in campo economico e finanziario e per una percentuale molto elevata, vengono fatte da automi costituiti da reti di computer programmati per lo scopo. Il tempo per queste scelte è di millesimi di secondo, lontano quindi enormemente dai tempi di decisione umani. Il lavoro degli studiosi si traduce in programmi per la rete di computer. Tutto poi procede automaticamente.

Alcuni scandali hanno poi mostrato come attraverso lo sviluppo delle Information and Communication Technologies (Ict) è stato possibile intercettare chiunque e costruire databases con informazioni molto importanti utilizzabili in tutti i settori dell’economia e della finanza a scapito di quei paesi che non hanno l’accesso a tali informazioni.

Con lo sviluppo dei social media l’informazione ricavabile dalle reti di comunicazione si è fatta ancora più sofisticata fino a riguardare le tendenze, gli stili di vita, le aspirazioni prevalenti nella massa dei consumatori. Le stanze dei bottoni potranno così favorire le tendenze che ritengono favorevoli a precisi interessi e combattere, senza che questo appaia, le tendenze opposte.

Al posto del grido «Dio lo vuole» dei crociati di sempre si è messo il nuovo grido «L’Europa ce lo chiede» e «I Mercati lo vogliono» a cui si aggiunge sempre più spesso l’altro grido «Nessuno potrà farci cambiare il nostro stile di vita». E se qualcuno fa notare che con questo stile di vita solo una piccola minoranza di uomini e paesi risultano favoriti, costoro sostengono che Gott mit uns, mentre gli altri non sono sfruttati e rovinati ma semplicemente “sfigati” o per dire in modo aulico “non in grazia di dio”. A questo si uniscono le nuove sibille, rappresentate dalle Agenzie di Rating, pronte a sputare oracoli disastrosi per i paesi che si mostrino reticenti nell’adottare le politiche imposte dalle control rooms.

Se queste sono le novità relative agli strumenti usati per la politica, rimangono sempre attive le vecchie pratiche eversive delle classi dominanti, pronte a modificare anche il quadro istituzionale democratico senza eccessivi scrupoli e a loro esclusivo vantaggio.

Poter governare per l’interesse comune, cioè per il 90% della popolazione, anche per una forza politica da sola o coalizzata con altre forze politiche sembra un’impresa difficile se non impossibile. Non basterà il 50%+1, come diceva Enrico Berlinguer, ma nemmeno un risultato elettorale molto maggiore, se il meccanismo di decisione rimarrà quello attuale. Quello che Enrico Berlinguer non diceva era che con un’opposizione al 49%, ma anche con percentuali inferiori, che avesse ben chiaro quali sono i bisogni fondamentali di quel 90% della popolazione, i conflitti potrebbero essere risolti a favore della maggioranza dei cittadini. Anche se si vuol mantenere la metafora meccanica ottocentesca di forza politica gli equilibri sociali e politici si possono spostare in modo significativo affidandosi a una forza politica di opposizione, anche numericamente minoritaria ma consistente, con programmi chiari e fortemente radicata nella società.

La scelta del governo sarà altrimenti una scelta di sottomissione o come scriveva Étienne de La Boétie una scelta di servitù volontaria.

Questo quadro può sembrare eccessivamente pessimistico. In realtà non è così se analizziamo la realtà dal punto di vista del sistema-mondo e abbandoniamo l’approccio che immagina il processo di superamento dell’attuale situazione verso una situazione migliore come una necessità storica. Un elemento sembra acquisito anche alle scienze umane: l’homo sapiens che è in grado di modificare anche in modo radicale l’ambiente naturale e sociale in cui vive non è invece in grado di valutare gli effetti a lungo termine delle sue azioni sul sistema-mondo. In realtà il sistema-mondo è un sistema complesso, nel senso della teoria della complessità, e perciò come ogni sistema complesso intrinsecamente instabile. La sua natura si avvicina meglio a quanto dice Giacomo Leopardi: «la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé, di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo».

Il nuovo paradigma scientifico è infatti quello dei sistemi aperti, rappresentati in primo luogo dai sistemi ecologici all’interno dei quali le azioni umane e quelle naturali agiscono insieme. Ma mentre nei secoli passati l’azione dell’uomo era comunque in proporzione molto minore dell’azione delle forze naturali nella modifica delle condizioni ambientali, negli ultimi secoli l’azione dell’uomo è diventata paragonabile con quella delle forze della natura. Si è infatti proposto di indicare gli ultimi secoli con un termine che fa direttamente riferimento a questo cambiamento: “antropocene”. I modelli che si possono utilizzare per la spiegazione dei processi ecologici, sociali ed economici sono modelli non lineari e caotici. Per indicare questo fatto vengono usati alcune frasi diventate proverbiali come «un battito d’ali di una farfalla a Tokio produce un uragano a New York», o concetti come quello di emergenza di situazioni non previste né prevedibili. Fino a ora si sono usati nel campo economico modelli provenienti dalle scienze fisiche e matematiche, così come Platone usava la geometria per dare un carattere formalmente rigoroso alla sua fantasiosa religione astrale. Infatti non si sono messi in discussione, sulla base delle catastrofiche crisi passate e presenti, i fondamenti del sistema finanz-capitalistico, ma si è cercato, attraverso l’adattamento dei modelli sviluppati nel campo delle scienze fisiche e matematiche, di fondare il sistema economico finanziario su basi rigorose e inattaccabili.

Chi abbia avuto la possibilità di trattare con sistemi complessi sa che uno stato di equilibrio del sistema si può raggiungere e mantenere almeno per un intervallo di tempo sufficientemente lungo solo se il sistema viene tenuto sotto controllo molto stretto e se continuamente si interviene modificando e aggiustando le grandezze variabili che lo caratterizzano.

L’opposizione in un sistema politico può quindi incidere per modificare in modo sostanziale le variabili, i paradigmi su cui il sistema si regge e far emergere nuove condizioni che rendano impossibile l’azione delle forze dominanti. Con Antonio Gramsci si può sostenere in questa situazione che l’unica certezza che abbiamo è la lotta.

La scelta dell’opposizione permette di svincolarsi dal pensiero unico liberista, che ha sostituito la calda metafora del “Sol dell’avvenire” con l’immagine horror della “luce in fondo al tunnel” e che pretende di avere dei fondamenti scientifici accomunando l’economia alle altre scienze della natura, assumendo a fondamento delle sue leggi un determinismo meccanicistico che le altre scienze hanno abbandonato a partire dal XIX secolo riassunto dal principio Tina (There is not alternative) a cui potremmo contrappore il principio Tama (There are many alternatives), come la storia delle società umane ha ampiamente dimostrato.

Ora, come si possono convincere gli italiani, soprattutto gli italiani giovani, a fare la scelta dell’opposizione, in un paese dove lo sport preferito è quello di salire sul carro dei vincitori e dove storicamente, per le opposizioni che fossero tali, è sempre valsa, e vige tuttora, una conventio ad excludendum. Inoltre stare all’opposizione comporta, almeno apparentemente e secondo il senso comune, un certo numero di svantaggi.

Intanto si potrebbe ripartire dalla più semplice e più importante delle domande: che cosa serve all’uomo per essere libero e felice. Il diritto alla libertà è esplicitamente definito nelle costituzioni dei paesi democratici; nella costituzione degli Stati Uniti è esplicitamente menzionato anche il diritto alla felicità. Ora, al di là degli enunciati, si può senza ombra di dubbio affermare che questa è l’unica vita certa che abbiamo, sull’altra possiamo solo fare una scommessa, come suggerisce Blaise Pascal. E perciò dobbiamo vivere questa vita come uomini liberi e felici.  E si potrebbe ripartire dalla risposta più classica che esista, che risale ai secoli passati e che è splendidamente riassunta in questo breve scritto di Voltaire:

Ce qu’il faut pour être heureux
Il faut penser; sans quoi l’homme devient, malgré son âme, un vrai cheval de somme. Il faut aimer; c’est ce qui nous soutient; sans rien aimer, il est triste d’être homme.
Il faut avoir douce société, des gens savants, instruits, sans suffisance, et de plaisirs grande variété; sans quoi les jours son plus longs qu’on ne pense.
Il faut avoir un ami, qu’en tout temps, pour son bonheur, on écoute, on consulte, qui puisse render à notre âme en tumulte, les maux moins vifs et les plaisirs plus grands.
Il faut le soir, un souper délectable, où l’on soit libre, où l’on goûte à propos, les mets exquis, les bon vins, le bon mot et, sans etre ivre, il faut sortir de table.
Il faut, la nuit, tenir entre deux draps, le tendre objet que notre coeur adore, le caresser, s’endormir dans ses bras, et, le matin, recommencer encore.

Questa semplice lista può essere modificata e integrata per rispondere alle esigenze di ogni uomo. Una cosa però risulta chiara: ciò che è necessario per una vita attiva, creativa, divertente e felice è facile da trovare purché con saggezza si mettano in discussione quegli stili di vita “non naturali né necessari” che ci si vorrebbe imporre e in nome dei quali si governa. Si potrebbe aggiungere quanto diceva Thomas Eliot: «Tutto quello che è utile nella vita, l’ho imparato dal mio gatto», riconoscendo che la nostra natura ha meccanismi e ritmi biologici che il nostro gatto conosce alla perfezione e che la nostra seconda natura prodotta dalla civiltà ha in parte smarrito.

Organizzare l’opposizione significa perciò riprendersi la propria libertà di pensare in modo critico il mondo, facendo tesoro dello sviluppo delle scienze dell’uomo e della natura, mettendo in discussione scelte che si vorrebbero fondate su basi scientifiche e che invece sono frutto di illusioni, ignoranza e inganno.

L’opposizione permette di costruire e sostituire alle narrazioni correnti nuove narrazioni che riprendano le vecchie utopie su liberté, égalité, fraternité per aggiornarle alle nuove condizioni di vita del genere umano, in un momento in cui i fattori di rischio per la sua stessa sopravvivenza (cambiamenti climatici, guerra nucleare, pandemie, ecc.) si sono fatti sempre più numerosi.

Si possono riorganizzare associazioni tra uomini e donne all’interno delle quali siano bandite discriminazioni di ogni tipo, fondate sull’assoluta uguaglianza tra gli associati, dove si esercitino le pratiche dell’aiuto reciproco. Con queste associazioni si possono sviluppare attività connesse a un’economia fondata sulle attività che migliorino la qualità della vita di ogni uomo e siano ecologicamente compatibili ma che non producano alcun profitto. Gran parte delle attività dell’homo ludens appartengono a questa categoria e includono le attività domestiche e familiari e quelle legate alla cura di sé e degli altri che sono fonte di benessere e di felicità. Questo lavoro necessario e fondamentale non appare in nessun Pil né in nessun’altra valutazione della ricchezza di un paese. Tutto questo nella prospettiva di «un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale», come auspicato da Karl Marx.

E per concludere possiamo rispondere alla mano invisibile, alle mani molto visibili che ormai da molto tempo continuano a mettere il disco rotto che ripete: «Toujours plus haut, toujours plus vite, toujours plus loin», non solo per i prodotti di consumo ma anche per l’essere umano, con il titolo del libro di Rebecca Niazi-Shahabi: Je suis une merde e je compte bien le rester.

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