14 Settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La svolta populista delle élites

Emmanuel Macrondi Mario Pezzella

Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.

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3 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Intanto in Francia…

di Rino Genovese

HollandeNessuno si attendeva quella “rottura con il capitalismo” annunciata, già ai suoi tempi soltanto propagandisticamente, da Mitterrand nel 1981. Però se i socialisti vanno al governo, in particolare nel difficilissimo frangente attuale, ci si aspetta che attuino politiche ridistributive e di riduzione della disoccupazione. Nessuna delle due cose è avvenuta, e il tasso di disoccupazione continua a crescere in Francia. Si direbbe che il presidente Hollande peggio di così non potesse fare. L’unica cosa che si sia inventato (a parte una legge sul primo impiego giovanile di debole efficacia) è un “patto di responsabilità” con gli imprenditori, che consiste molto semplicemente in una detassazione delle imprese finanziata dallo Stato con il taglio della spesa pubblica. Ma quale certezza c’è che i padroni, incassato lo sconto, usino i soldi per fare gli investimenti, creando nuova occupazione, anziché per andarsene in vacanza ai Caraibi? Senza considerare che la corrispettiva contrazione della spesa grava sui servizi pubblici (in Francia comunque ancora di qualità nettamente superiore a quelli italiani).

Hollande ha inquadrato la sua scelta in una “politica dell’offerta”: se si facilitano le condizioni dell’offerta di merci – questo il suo ragionamento – anche i consumi riprenderanno, tutta l’economia tornerà a girare, perché – la frase l’ho sentita con le mie orecchie – “è l’offerta che crea la domanda”. Ora, il presidente mi perdonerà, ma c’è da chiedersi dove abbia appreso una simile corbelleria. Certo, quando le cose vanno per il loro verso, nei periodi di vacche grasse, una proposizione come “è l’offerta che crea la domanda” un suo senso ce l’ha. Conosciamo bene il fenomeno: una politica di alti salari e di piena occupazione, la pubblicità sparata a zero sui mass media, una varietà di dentifrici, per dire, che promettono denti bianchissimi, il compratore non sa a chi credere, li prova tutti comprando tubetti a volontà e molto al di là di quanti davvero gliene servano… Così andavano le cose alcuni decenni fa. Ma oggi? Oggi che si stringe la cinghia, oggi che le stesse entrate pubblicitarie diminuiscono di fronte a una restrizione della domanda, la prima cosa da fare (c’è arrivato perfino Matteo Renzi, magari per via demagogica) è mettere un po’ di soldi in più nelle tasche dei lavoratori affinché l’economia possa ripartire. Questo significa intervenire dal lato della domanda, il contrario della politica dell’offerta voluta da Hollande.

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