La svolta populista delle élites

Emmanuel Macrondi Mario Pezzella

Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.

L’élite tecnocratica assume le modalità spettacolari dei movimenti populisti, la loro retorica, la loro terminologia, con un détournement di tutte le caratteristiche ribellistiche e protestatarie iniziali. Macron dice nel suo discorso di voler “proteggere gli oppressi”, ma di quali oppressi si tratta? I francesi spaventati dal fondamentalismo e dall’immigrazione? Gli immigrati stessi? È il classico “significante vuoto” nella terminologia di Laclau, che inizialmente può raccogliere chiunque sotto le sue bandiere, e riprende una tradizione bonapartista mai del tutto sopita in Francia.

In realtà Macron proviene direttamente dalle élites economico-bancarie e si appresta a fare le “riforme” (termine diventato ormai sinistro) che queste richiedono; Salvini e Di Maio, da parte loro, vanno a inchinarsi di fronte ai potenti della finanza in quel di Cernobbio. La protesta contro il parlamentarismo si appresta a coincidere con l’insofferenza per la democrazia in generale, di cui la quasi totalità dell’élite finanziaria farebbe volentieri a meno.

L’antipolitica diventa antidemocrazia, e si dispone al compromesso con i grandi decisori delle banche centrali: i quali a loro volta si rendono conto di non poter governare direttamente con il memento mori della troika e dei Mario Monti e concederanno qualche brioche volante dalle finestre dei palazzi al popolo sovranizzato: per esempio un reddito di cittadinanza minimo per gli indigeni nazionali e una certa salvaguardia di quel che rimane del welfare, relegando ben inteso i nuovi senza parte oltre muri invalicabili. Ricette fasciste, in fondo, ma dolcemente addomesticate.

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