Nel ventennale della scomparsa di Craxi

Bettino Craxidi Paolo Bagnoli

Il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, scomparso ad Hammamet il 19 gennaio 2000, ha riempito non solo per alcuni giorni le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, ma ha visto una considerevole produzione letteraria e anche un film. Per giorni pertanto di Craxi si è parlato molto. Era scontato che così fosse, ma, a ben vedere, agli atti non rimane alcun giudizio politico di fondo. È prevalso il personaggio: soprattutto si è parlato dei suoi ultimi mesi di vita, ma non si può dire che si siano fatti i conti con ciò che egli ha rappresentato per le sorti del socialismo italiano che con lui è praticamente scomparso. Non si è affrontato ciò che ha rappresentato e prodotto l’esperienza craxiana, ma oggettivare la stagione di Craxi è assolutamente necessario per rimuovere un immenso macigno che ha reso praticamente impossibile rimettere in discussione le possibilità di ripresa – meglio sarebbe dire di rinascita – di un soggetto socialista cui si lega, necessariamente, la sinistra, sia quella di origine classista sia quella di matrice laica.

Va detto inoltre che la questione socialista si intreccia in Italia con il problema della democrazia che, fallimento dopo fallimento di soggetti politici e di alleanze, vaga sbandata sotto gli urti forti del populismo, in un clima sociale caratterizzato da razzismi, rigurgiti fascisti, disgregazione di corpi dello Stato, disprezzo del parlamento, marginalità della Costituzione, nonché da una crisi sociale acuta, dovuta alla mancata crescita e all’aumento della povertà. Insomma, una situazione segnata dallo sfarinamento della Repubblica e dello Stato di diritto.

La vicenda Craxi ha rappresentato il tourning point della cosiddetta Prima repubblica. Dopo, nulla è stato più come prima, poiché con Craxi – fu egli stesso a denunciarlo nel suo ultimo discorso in parlamento – questione politica e questione giudiziaria si intrecciano. La prima cade sotto l’incalzare della seconda, forte e martellante, avendo la magistratura assunto un vero e proprio ruolo politico nella sua autorappresentazione di riserva morale della Repubblica. Naturalmente si trattava di un’autorappresentazione che, con il caso Palamara, che ha messo in crisi il Csm, sembra essersi notevolmente sgonfiata, anche se la questione propria del Csm è rimasta aperta.

Che il sistema politico si finanziasse con la malversazione del denaro pubblico era cosa nota: questo era il problema politico che andava tenuto diviso dal problema giudiziario. Da qui la questione morale di cui, soprattutto dopo il 1989, ci fu una sottovalutazione, dato il peso che questa aveva assunto. Naturalmente i giudici avevano l’obbligo di perseguire i reati e chi li compiva, restando negli ambiti propri della giurisdizione e non assumendo comportamenti impropri. La prima questione, quella politica, doveva essere affrontata dalla classe politica che, invece, si rese latitante, segnando la sua subalternità alla magistratura. Craxi disse quanto era noto a tutti: rimase solo e divenne il simbolo del male morale che aveva colpito la politica italiana.

Alla guida del Psi Craxi era venuto via via accentuando un proprio profilo carismatico che, a ben vedere, andò a suo danno e a danno di una struttura di partito debole sul piano organizzativo. Ciò favorì la nascita di tanti potentati locali che perseguivano il rafforzamento di un potere personale, con le conseguenze cui abbiamo assistito. Mario Chiesa, definito da Craxi un «mariuolo», altro non era che un esempio di tale degenerazione. E la ricerca di risorse per le correnti, sia a livello centrale che periferico, provocò una specie di bulimia. Il sistema era malato e la gestione dei finanziamenti, che da sempre era data per scontata, nel corso degli anni ottanta subì una torsione personalistica che andava di pari passo con l’idea che Craxi aveva del rapporto tra il partito e il governo. Per dirla in breve, il naufragio del partito e del suo leader non fu un qualcosa di inconsapevole, ma quasi la logica conseguenza di un meccanismo consolidato.

Nella “craxeide” di libri e di articoli, cui abbiamo accennato, sorprendentemente il Psi è assente, dando per scontato che, essendo praticamente Craxi il Psi, era naturale che, caduto lui, cadesse anche il partito. Questo è il punto da cui partire per fare i conti con Craxi, ossia con le ragioni per cui sotto la sua leadership il Psi divenne amorfo e non riuscì a vivere quale entità autonoma, tanto che, al momento dello schianto, quando oramai era chiaro a tutti che si andava verso il baratro, non ci fu nessuno del gruppo dirigente che cercasse di salvare il partito. E questo perché forse il partito si era “schiantato” ancor prima di Craxi.

Fatto si è che oggi appare praticamente scontata la riduzione di un secolo di vita del partito ai diciassette anni nei quali Craxi è stato un dominus sempre più incontrastato. Ora, se a partire dal Congresso di Torino del 1978 – quello dell’autonomia e dell’alternativa – il partito, nella sua quasi totalità, si era sempre più “craxizzato”, ciò può voler dire una cosa sola: che si era via via abbandonata la sua missione storica, cioè quella di una forza che lotta per ideali che ne giustificano il nome; che si dovevano allargare gli spazi di libertà e di democrazia e inserire elementi di socialismo nel sistema per una positiva evoluzione della giustizia sociale; che l’interesse collettivo dovesse prevalere sui particolarismi, contro ogni sfruttamento dovuto all’egoismo del profitto o della rendita.

Se questo è il parametro proprio di ogni soggetto socialista, va detto che Craxi non lo seguì. Se il partito fosse stato su questo binario, non ne avrebbe condiviso la sorte e, per quanto nelle riflessioni fatte su di lui si sia per lo più esaltato un percorso di vita politica teso a dimostrarne la coerenza, alla fine, ciò che conta è il saldo finale che ci dice due cose. La prima, che il Psi non c’è più; la seconda, che non si può più dire, come una volta, che “socialista” equivale a “galantuomo”. Aggiungiamo che oramai il termine “socialista” è per lo più bandito dal dibattito pubblico perché continua, nel parlare comune, a essere adoprato con valenza spregiativa.

Questo è il saldo finale caricato dal fatto che, nel pieno rispetto degli aspetti umani, l’essersi rifugiato Craxi in Tunisia non è giustificabile da nessun punto di vista. Il lascito, in ultima analisi, è quello di un’ipoteca negativa assai pesante e lunga a durare, che renderà molto difficile poter riparlare di socialismo. Nel saldo c’è la cancellazione dalla politica, dalla storia e dalla democrazia italiana di una forza che tanto ha dato e molto ha significato.

Tralasciamo ogni considerazione sul senso dell’autonomismo perseguito da Craxi. L’uomo è stato ritenuto un po’ da tutti il delfino di Pietro Nenni, ma questi su di lui dà nei Diari giudizi molto cauti. Come ha ricordato Ugo Intini, fu sotto la segreteria del Psi milanese di Guido Mazzali che Craxi crebbe politicamente e, a nostro avviso, l’autonomismo nenniano fu assai diverso dal suo, così come la politique d’abord, di nenniana memoria, fu altra cosa dal suo comportamento politico e dalla sua “maestria tattica”. Nella politique d’abord di Nenni sta, infatti, un intento strategico: cogliere l’obiettivo principale, senza curarsi di nient’altro se non di centrare l’obiettivo medesimo.

Poiché i declini politici si preparano in anticipo, a quando possiamo far risalire l’inizio del declino del Psi? Vediamo: Craxi conquista, grazie all’alleanza con la sinistra lombardiana, la segreteria nel 1978 sulla linea del progetto socialista per l’alternativa. Tale progetto è abbandonato tre anni dopo, nel 1981 – anno della vittoria delle sinistre in Francia con Mitterrand e dell’avvio della presidenza Reagan negli Usa – al congresso di Palermo in cui si abbandona la linea dell’alternativa a favore dell’alternanza e della governabilità: un congresso che segna l’accentuazione leaderistica di Craxi. È da qui che si origina l’involuzione del Psi. Secondo Rino Formica, l’errore politico fu quello di scegliere Scalfaro e Amato, mentre per Claudio Martelli l’errore decisivo fu l’essersi legato dal 1987 alla Dc.

Dal 1983 al 1987 Craxi è alla guida del governo, ma questo periodo andrebbe analizzato a parte. È il Congresso di Palermo che segna l’inizio del declino poiché la nuova linea marca l’abbandono di ogni esigenza ideologica e di ogni strategia, portando il Psi, guidato da un leader padrone del partito, a chiudersi nel gioco dei partiti e a puntare sia sull’“alternanza” nella guida del governo sia sulla “governabilità”, facendosi forte del potere di interdizione. Tuttavia Craxi – cosa sorprendente per un uomo che da sempre aveva avuto attenzione alla politica internazionale – non si rese conto che dopo il crollo del Muro di Berlino e dopo il trattato di Maastricht il mondo aveva cambiato paradigma e non era più governato dai partiti politici. E il Psi – da sempre carente di un’organizzazione solida e di una forte strutturazione e reso ancor più fragile dalla decisione di puntare tutto sulla personalità del proprio leader – ebbe un crollo veloce che, a ben vedere, non era proprio imprevedibile.

I motivi della crisi strutturale del Psi, i fattori della sua involuzione politica, cioè gli effetti della leadership craxiana, vengono denunciati da Tristano Codignola su «Il Ponte» (Una protesta una proposta, dicembre 1981), a motivazione del dissenso di fondo che lo portano alla rottura con il partito. Codignola denuncia lo stato del partito, individuando nella «condizione della democrazia interna, da un lato» e nella «questione morale dall’altro» i due fattori degenerativi del Psi. Sono i dati negativi che imputa a Craxi e al partito, con un’opposizione interna di comodo perché quella reale ha subito uno «strangolamento». Giudizi duri sulla condizione reale del partito che, secondo Riccardo Lombardi, ha subito una «mutazione genetica». E Codignola condivide il giudizio, lanciando l’iniziativa per un’alternativa di sinistra con la ricostruzione di un polo identitario socialista. Nella mancanza di democrazia interna Codignola identifica un rischio che si proietta, nell’idea craxiana della Grande Riforma, su tutta la democrazia italiana, già gravata da un ulteriore squilibrio per lo «spostamento del Psi nell’area moderata, in omaggio al principio della governabilità».

Codignola non poteva prevedere quello che sarebbe accaduto al Psi, ma la prevista «mutazione genetica» non poteva non comportare la perdita degli ideali caratterizzanti il socialismo con le conseguenti derive dissolutorie del partito. Egli è stato il primo socialista a fare i conti con il fenomeno Craxi e, a considerare quello che si è pubblicato nel ventesimo della sua scomparsa, è rimasto anche l’unico. Codignola era mosso dalla preoccupazione per il futuro del socialismo italiano, al di là delle forme organizzative o delle sigle che questo potesse assumere. Una preoccupazione culturale prima ancora che politica, non presente sulla scena, al di là di rarissime eccezioni. E tuttavia fare i conti con il craxismo è fondamentale per una rinascita della sinistra.

Il Psi non può rinascere, ma il socialismo italiano non deve morire. Socialismo, ha scritto Carlo Rosselli, è «la filosofia della libertà».

Dal ventennale della scomparsa di Craxi invero non ci aspettavamo grandi cose e dubitavamo che si desse vita a un ripensamento critico. Speravamo tuttavia che si affermasse che non tutta la storia del Psi è finita con Craxi e, soprattutto, che, rispetto alla sua vicenda, il socialismo è altra cosa.

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