2 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Appello di giuristi per il rispetto dei diritti fondamentali di tutti gli individui

DirittiLa Costituzione italiana, nel riconoscere i diritti inviolabili delle persone (art. 2) e la loro eguaglianza senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3), stabilisce che l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale consuetudinario (art. 10). Tra queste vi è il divieto di respingimento di una persona verso un paese dove sussista un serio rischio di essere sottoposti a tortura o a trattamenti inumani o degradanti.

La persona umana, in quanto tale, è protetta dalle convenzioni internazionali che obbligano al salvataggio in mare, come quelle per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas-Safety of Life at Sea, Londra, 1974), sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Sar-International Convention on Maritime Search and Rescue, Amburgo, 1979) e sul diritto del mare (Unclos-United Nations Convention on the Law of the Sea, Montego Bay, 1982). In particolare, la Convenzione Sar reca un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare e il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro.

Con particolare riferimento ai rifugiati, la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati va applicata senza discriminazioni quanto alla razza, alla religione o al paese d’origine (art. 3). Essa vieta l’espulsione o il respingimento, in qualsiasi modo, di un rifugiato «verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche» (art. 33).

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19 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Il caso di Villa Vigoni: i risarcimenti da stragi e deportazioni e l’esecuzione sui beni della Germania

Villa Vigonidi Luca Baiada

La Villa Vigoni è una lussuosa proprietà dello Stato tedesco in Italia, in provincia di Como. Nel 2007, nel tentativo di riscuotere il risarcimento per il massacro di Distomo, avvenuto durante la Seconda guerra mondiale, è ipotecata da un ente pubblico greco, in base a una sentenza pronunciata in Grecia, resa efficace in Italia con un provvedimento emesso a Firenze. La vicenda va ricapitolata: la Cassazione si è espressa su quell’ipoteca, e per una coincidenza, quasi nel decennale del vertice italo-tedesco Berlusconi-Merkel (Trieste, novembre 2008), in cui si parlò anche dei crimini nell’Italia occupata.

Il caso di Villa Vigoni, insieme alle condanne civili a carico della Germania per stragi e deportazioni di italiani, è stato portato davanti alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, e nel 2012 la vertenza è stata decisa in favore di Berlino con affermazioni spaventose: la ragion di Stato conta più degli esseri umani. Perciò nella storia di quell’ipoteca, in fondo, si legge il rapporto fra persona e potere. Esecrare i crimini, son parole. Ma lo Stato che uccide o deporta, poi deve risarcire? C’è il modo per costringerlo a pagare, o ci si accontenta di sentenze non eseguibili? Allora vediamo alcuni aspetti tecnici.

Nel 2008 la Germania, mentre in un diverso processo, a Firenze dove la sentenza greca ha ricevuto efficacia, sta cercando di togliere qualsiasi effetto giuridico a quella condanna, con una nuova citazione al Tribunale di Como chiede la verifica della non sottoponibilità di Villa Vigoni a procedimenti esecutivi, e l’ordine all’Agenzia del territorio di cancellare l’iscrizione ipotecaria. In favore di Berlino, il Governo italiano fa intervenire l’Avvocatura dello Stato (i privati con la casa ipotecata non hanno alleati così robusti).

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17 Maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Debito tedesco e riparazionismo: un convegno, tante domande

di Luca Baiada

Il convegno della «Fondazione per la critica sociale», La Germania deve pagare per stragi e deportazioni: la memoria spesata non è risarcimento, ha visto una partecipazione così intensa e qualificata che va dato conto subito di qualcosa, anche sommariamente.

Netto, il messaggio di Giuseppe Tesauro: «Carissimi amici, purtroppo non posso essere con voi in questa importante occasione, in quanto da tempo vincolato a un altro impegno. Sapete bene, tuttavia, quanto sono vicino ai vostri problemi e all’ingiustizia di negarvi, ancora oggi, la pienezza di un vostro sacrosanto diritto. Vi auguro un buon lavoro». Il presidente emerito della Corte costituzionale ha dato disponibilità per altre iniziative.

Significative le prese di posizione, per iscritto o di persona, di familiari delle vittime. Nelle loro parole, sulle iniziative memoriali riparazioniste e specialmente sull’Atlante delle stragi, ricorre l’espressione «piatto di lenticchie».

Nel posto giusto – Roma, Museo storico della Liberazione, ex carcere delle SS – i temi sono stati affrontati col massimo sforzo di chiarezza. Proposito dichiarato: porre meglio certe domande, più che trovare risposte di maniera. Proprio così, seguendo le domande, ripropongo i punti principali.

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28 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

La carne e la memoria

La carne e la memoriadi Luca Baiada

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1 de Il Ponte – gennaio 2015]

La stagione dei settantesimi anniversari delle piú gravi stragi nazifasciste – furono compiute nel 1944 – è chiusa, ed è tempo di qualche nota. Prendo spunto soprattutto dalla strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto, di 174 morti, perché è delle piú gravi e meno conosciute, ma le mie considerazioni valgono anche per le altre.

I caduti. In Italia sono almeno quindicimila, di cui cinquemila in Toscana. E questo considerando solo i morti civili, esclusi i partigiani uccisi in combattimento, ed esclusi anche i militari uccisi dopo l’8 settembre 1943, o deportati e uccisi, o deportati e tornati stremati, per una breve sopravvivenza.

I castighi. Pochi ufficiali tedeschi sono condannati, subito dopo la guerra, e già negli anni cinquanta in Italia restano in carcere solo Kappler e Reder, colpevoli l’uno delle Ardeatine, e l’altro di un fascio di massacri. Figure intermedie, un colonnello e un maggiore: non troppo in basso, per non infierire sul sano popolo tedesco, e non troppo in alto per non disturbare gli alti comandi. Uno lo fanno fuggire nel 1977, l’altro nel 1985 si finge pentito e lo lasciano andare in Austria, dove subito chiarisce di non essersi pentito per niente. Dopo la fine della guerra fredda si celebrano altri processi, ma solo le condanne di Erich Priebke e Michael Seifert hanno esecuzione. Il primo lo consegna l’Argentina, il secondo il Canada. Tutti gli altri restano in Germania, anche da condannati.

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