5 Luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sinistre alla ricerca di una linea

Sinistredi Aldo Garzia

Le sinistre di Gran Bretagna e Spagna sono alle prese con le scosse di assestamento del terremoto politico provocato nei due paesi dalla Brexit nel primo ed elezioni politiche nel secondo. Entrambi gli appuntamenti hanno avuto esiti imprevisti. Messi a dura prova sono il Labour party con la leadership di Jeremy Corbyn e il Partito socialista (Psoe) guidato da Pedro Sánchez. In terra iberica è in sofferenza anche la nuova sinistra di Unidos Podemos, che puntava sulla propria partecipazione al governo in tempi stretti. La radiografia del dibattito in corso è utile per capire problemi e questioni su cui sembra essersi arenato da tempo il dibattito e il rinnovamento delle sinistre europee.

In Gran Bretagna, dove è in corso la lotta per la successione della premiership tra i conservatori, la Brexit ha messo in ginocchio pure il Labour. Mentre David Cameron è rimasto schiacciato dal risultato del referendum avendo sostenuto un timido in contro l’orientamento di gran parte del suo partito, la posizione di Corbyn è apparsa ancora più flebile: pur facendo intuire nella campagna elettorale gli effetti negativi dell’uscita dall’Europa, il segretario laburista non ha avuto la determinazione di schierare il proprio partito su una posizione europeista. Ora i deputati che lo hanno sfiduciato a grande maggioranza gli rimproverano di non essersi differenziato a sufficienza dai Tories e di aver condotto il Labour su una linea inconcludente. Chi conosce la storia dei laburisti a proposito di Europa sa però come diffidenza e ostilità verso il progetto comunitario siano radicate nella sinistra britannica. Non era facile per Corbyn imprimere una svolta. Perfino Tony Blair, che ha governato dal 1997 al 2007, non si è mai caratterizzato per il suo europeismo. Anzi, con il senno di poi, colpisce che anche la sinistra moderata di casa nostra abbia negli anni novanta santificato la politica neoliberale e di riscoperta del “centro” facendo del blairismo il punto di riferimento della propria bussola ma dimenticando l’handicap di Blair: non poteva essere leader della sinistra europea chi aveva uno scarso tasso di europeismo nella propria cultura politica.

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3 Luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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28 Giugno 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Avanti popoli, alla riscossa

Avanti popolidi Lanfranco Binni

In Italia le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno, in Francia la mobilitazione operaia e studentesca contro le politiche liberiste del governo socialista, in Gran Bretagna il referendum del 23 giugno, in Spagna le elezioni politiche del 26 giugno: venti giorni che hanno cambiato profondamente lo scenario politico, sociale e culturale dell’Europa. In Italia, la disfatta della lobby del Partito democratico con tutte le sue ruote di scorta (da una pretesa sinistra interna al malaffare verdiniano, ai media arruolati con ruoli di propaganda e disinformazione) e dei modesti conati di Sinistra italiana, la sconfitta e dispersione della destra berlusconiana e leghista, e l’«imprevedibile» forte affermazione del Movimento 5 Stelle, non solo in grandi città simboliche come Roma e Torino. In Gran Bretagna, la decisione di un elettorato maggioritario, espressione in gran parte di ceti popolari, di dissociarsi dall’Unione europea a egemonia tedesca, per recuperare una pretesa sovranità. In Spagna, la paralisi del sistema politico tradizionale che ha coinvolto lo stesso tentativo di «assalto al cielo» dell’alleanza Podemos-Izquierda unida. In tutte queste situazioni, a crollare o a entrare in crisi sono i sistemi politici subalterni ai poteri finanziari, mentre avanzano, con esiti dirompenti, l’astensionismo e movimenti e forze politiche che sono espressione di vasti settori popolari e di ceto medio impoveriti dalla crisi economica, vessati dalle politiche europee di austerità e da oligarchie al potere sempre più isolate.

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25 Giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

Brexit, e dopo?

brexitdi Rino Genovese

Nell’immediato, un disastro (tra l’altro, lo choc britannico ha tradito le aspettative della vigilia che, dopo l’assassinio di Jo Cox, erano ormai tutte per una vittoria dell’in): quindi panico sui mercati finanziari, baraonda nelle istituzioni europee… Ma siamo sicuri che alla lunga non sia un bene che se ne sia andata la più euroscettica delle grandi nazioni europee? Diciamo la verità, la Gran Bretagna (l’Inghilterra in particolare) non ha mai creduto nel progetto di un’Europa unita. Il riflesso conservatore, sovranista, egoistico, da cui oggi nella sua maggioranza è presa, non è per nulla una novità. Perfino il Labour, nella sua componente più di sinistra, è attraversato dall’euroscetticismo. Taluni rimproverano a Corbyn di non essersi granché impegnato nella campagna a favore del remain – se non dopo la tragica fine della deputata laburista. Ma si sa, come anche in Italia o altrove, una certa sinistra d’antan rimpiange i tempi in cui si potevano realizzare politiche sociali a partire dallo Stato nazionale. Quell’epoca ormai è alle nostre spalle. Oggi tutto ci dice che solo entità statali sovranazionali potrebbero essere sufficientemente forti da realizzarle, quelle politiche, imponendo un’armonizzazione fiscale in chiave progressiva, introducendo finalmente una tassa sulle transazioni finanziare, e così via. Solo l’Europa unita su basi federali e sociali potrebbe… Ma quest’Europa, ahimè, non c’è.

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24 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Cina e Gran Bretagna

Xi Jinpingdi Vincenzo Accattatis

Mentre Xi Jinping, da nuovo imperatore democratico incontra la regina ed è ricevuto con tutti gli onori (Simone Pieranni, L’imperatore incontra la regina, «il manifesto», 21.10.2015), un giornale cinese (il «Southern Metropolis Daily») chiede ai suoi giornalisti di indagare su Jeremy Corbyn: chi è e perché Xi lo ha incontrato (Tom Phillips, Who is Jeremy Corbyn? Chinese daily analyses Xi Jinping meeting with Labour leader, «The Guardian», 21.10.2015)? Dopo l’incontro, il «Labour», con frase di stile, ha dichiarato che i due hanno avuto un «incontro cordiale e costruttivo», mentre «Xinhua», l’agenzia cinese di informazione, ha riportato, più ampiamente: «Xi Jinping ha sottolineato il ruolo speciale svolto dal Labour nella vita politica della Gran Bretagna e ha detto che la cooperazione fra i due partiti dovrà crescere».

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30 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’Europa democratica da costruire

pablo iglesiasdi Vincenzo Accattatis

«Sorprendente, paradossale, perfino ironico, il paragone fatto dai media fra il Labour di Jeremy Corbyn e Podemos», fra un antico, storico partito britannico della classe operaia che sceglie un suo nuovo leader e un movimento sorto in Spagna appena diciotto mesi fa (Pablo Iglesias: «¿Por qué todos hablan del Pablo Iglesias británico?», «El Pais», 14.09.2015). Una cosa hanno in comune, scrive Iglesias: entrambi nascono dal fallimento del social-liberalismo. Io penso invece che questo abbiano in comune: nascono entrambi da “un movimento di popolo” che “non ne può più” del neoliberismo e del preteso socialismo europeo che spaccia  – “che vende” – come vero socialismo, come socialismo autentico, serio, perchè “realistico”, un preteso socialismo, un socialismo fasullo, che accetta la politica della destra come vera, seria politica e la pratica. Tony Blair è il campione del falso socialismo, del socialismo thatcheriano, «terza via»; del socialismo imperialista, di guerra, di sempre più guerre – non di sempre più pace, di sempre più iniziativa diplomatica. François Hollande è il più recente esempio del socialismo colonialista, imperialista.

Movimento di popolo, di base. È populismo? Il movimento di popolo può svolgere funzione positiva. L’ha svolta il populismo americano alla fine del XIX secolo. Si dice che il mio partito rappresenti gli indignados, scrive Iglesias. «In parte è vero, siamo in presenza di una mezza verità. Il mio movimeto in Spagna nasce dal fallimento dell’ideologia che ha portato alla distruzione di ogni protezione sociale, delle industrie, dei sindacati degli operai; che ha dimostrato la sua incapacità a produrre benessere per le popolazioni».

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29 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Tra Grillo e Farage

Faragedi Vincenzo Accattatis

Non tanto dalla Gran Bretagna, quanto dalla Francia che ha votato per Marine Le Pen, è venuta la più grossa spallata contro l’Unione europea. La Francia è stata infatti sempre una delle due gambe sulle quali l’Europa si è retta, anzi, se si vuole, la gamba fondamentale. La seconda gamba è stata ed è la Germania che oggi, più che sorreggerla, domina l’Unione europea. Anche per questo – in ragione dell’acquisito dominio tedesco – i francesi (per loro natura nazionalisti) sono delusi. Nella pacifica competizione Francia-Germania, è stata la Germania a vincere e in Europa rinascono le paure, i nazionalismi. Dalla Gran Bretagna è venuta un’ondata euroscettica, ma i britannici sono stati sempre euroscettici. Oggi, semplicemente, lo sono un po’ di più. Nel parlamento europeo vi sono i britannici e, fra di essi, il guastatore Nigel Farage, seguito da Beppe Grillo, ma vi sono anche i guastatori Marine Le Pen e Matteo Salvini. La coalizione di fatto conservatori-socialisti, ancora maggioranza in parlamento, naviga quindi in cattive acque, in acque agitate.

L’Unione europea di oggi andrebbe analizzata secondo direzioni molteplici. Ma qui mi limito a trattare alcuni profili. Parto da un interrogativo: l’Ukip (United Kindom Indipendent Party) di Farage è certamente xenofobo, ma è anche razzista come si scrive in Italia?

Secondo l’ “Economist”, che di partiti politici britannici se ne intende, l’Ukip non è un partito razzista anche se al suo interno vi sono dei razzisti veri e propri (vedi Taking down Nigel Farage, in “The Economist” del 17.5.2014). Bisogna tenere presente che in Gran Bretagna vi è già un partito per così dire ufficialmente razzista, il Bnp (British National Party). L’Ukip ha sottratto voti al Bnp, e ciò è un fatto positivo: ha preso voti dal Bnp rendendoli più rispettabili; la vera matrice dell’Ukip è la destra Tory. In sostanza l’Ukip è un partito conservatore xenofobo-nazionalista che si colloca alla destra dei Tory. Molti però in Gran Bretagna sperano che prima o poi parte dell’Ukip confluisca nei Tory in quanto vi sono Tory di destra e (relativamente) di sinistra.

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