25 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

«Game over». Sulla fine di Sel

fine di Seldi Fabio Vander

Bibendum est. Sel è finita. Con il dissolvimento del gruppo alla Camera, con l’uscita non solo dal Gruppo ma dal “partito” di tanti parlamentari in fregola di passare al Pd, è stato superato il masso erratico che in questi anni ha impedito la costruzione di una sinistra autonoma e organizzata in Italia. Il «non voglio un partito ma riaprire la sinistra» del 2010 ha fatto la fine che ha fatto. Non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.

Tutto questo per altro avviene in un quadro ben definito. Con la grande vittoria elettorale di Renzi alle europee, con il Pd sedicente «partito della Nazione», centro tolemaico del sistema politico, che ripropone nel panorama del XXI secolo il ruolo che fu della Dc.

E questo è un altro capitale problema che va a sommarsi a quello tradizionale della sinistra. Il problema della democrazia. È possibile che ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, dopo la fine del comunismo e della guerra fredda, dopo la fine delle ideologie e della conventio ad excludendum ci sia bisogno di un centro inamovibile, di un “partito pigliatutto”? O non è che la patologia della Prima repubblica, che allora aveva comunque un senso date le condizioni della guerra fredda, si ripresenta aggravata nella Seconda, quando pure la “normalità” del confronto politico dovrebbe essere acquisita?

Ora la nuova centralità del Pd è un fatto. Sancita non solo dagli elettori alle europee, ma dalla mancanza di alternativa, a destra come a sinistra. Berlusconi è ormai solo una scheggia impazzita, Ncd non esiste come alternativa di destra democratica, ma poi in via di entrata nel Pd (e comunque nella maggioranza del governo Renzi) sono anche parlamentari da Scelta civica e altre formazioni minori; per non dire dei mille rivoli a livello locale.

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3 Giugno 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Per la piena occupazione

Ucrainadi Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Con il non-voto al 45,61%, il 40,8% del Pd corrisponde al 22,19% degli elettori “aventi diritto”. Il Pd ha attratto voti berlusconiani ed ex grillini, e ha fagocitato i suoi alleati di governo indebolendone l’influenza parlamentare; il M5S, nonostante i linciaggi mediatici alimentati dai suoi stessi limiti e carenze di ordine politico (ne parla diffusamente Mario Monforte in questo stesso numero della rivista), ha comunque consolidato la sua area di secondo partito nazionale al 21%; prosegue il declino di Forza Italia, destinato ad aggravarsi.

Dall’analisi dei flussi elettorali emergono due dati particolarmente significativi: nel Pd confluiscono aree elettorali di “sinistra” tradizionale, di centro e di destra; dall’area del M5S defluiscono verso il Pd (ma soprattutto verso l’astensionismo) elettori di destra che lo avevano votato alle politiche del 2013 (emblematico il caso del Nord-Est). La sinistra della lista «L’altra Europa per Tsipras» ha superato a fatica lo sbarramento del 4%, per poi sprofondare immediatamente nelle endemiche contraddizioni dei partiti che la componevano (Sel, Rifondazione comunista, liberaldemocratici di «la Repubblica»). Ora la partita si gioca a livello europeo, in un parlamento indebolito dalle conseguenze delle politiche di austerità, ma soprattutto nel quadro italiano.

In Italia le elezioni europee sono state elezioni politiche di pretesa “legittimazione” del governo di Renzi e di rafforzamento apparente degli interessi atlantici che l’hanno espresso; in realtà la sua linea di conciliazione di interessi diversi (americani ed europei) e le sue promesse elettorali insostenibili lo mettono in una posizione di grande debolezza, anche in presenza di un’opposizione parlamentare e sociale che è costretta – e questo è il dato piú positivo della situazione post-elettorale – a ripensare le proprie strategie, ad affinare le proprie armi: il confronto che si è subito aperto nell’area del M5S e della Lista Tsipras potrebbe (deve) andare in questa direzione. Anche nella base popolare del Pd potrebbe aprirsi un limitato confronto sulla nuova natura centrista, democristiana e berlusconiana, del partito di Renzi.

Un confronto “aperto” (oltre le appartenenze e i recinti) su quali temi? Su due questioni centrali: la «democrazia» e il «modello di sviluppo» della società italiana.

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26 Maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Riecco la Dc

pddcdi Rino Genovese

Un commento al risultato italiano viene alle labbra spontaneo: siamo di fronte a un ritorno della Dc. Così come la vecchia Balena bianca riuscì a drenare – in grandi quantitativi e a lungo – il voto moderato italiano, cuocendo nel proprio calderone le spinte di estrema destra e quelle populistiche (non dimentichiamo il capolavoro di distruzione politica compiuto dalla Democrazia cristiana degasperiana nei confronti dell’Uomo qualunque), allo stesso modo il Pd, passato attraverso un forte lifting berlusconiano con il volto di Matteo Renzi, riesce a prendere i voti conservatori (in Italia tradizionalmente con forti radici plebiscitario-carismatiche) e quelli a favore di un confuso cambiamento recuperando in larga parte il voto grillino. Un risultato così massiccio era inatteso. Che vincesse Renzi, lo si poteva dare per scontato (nonostante l’allarmismo mediatico che vedeva l’inseguimento a ruota di Grillo), ma certo non in questa misura. Il paese ha preferito affidarsi al più giovane anziché al più vecchio – e in ciò si può perfino trovare un grano di saggezza. Ma l’ampio elettorato di sinistra che ha votato Renzi, perché altro non si poteva nella situazione data, deve sapere che ha contribuito alla prospettiva di una nuova Balena bianca. Niente di più e niente di meno.

La lista Tsipras ce la fa per il rotto della cuffia. Meglio che niente, tuttavia. Si profila dinanzi a questo agglomerato di gruppi e personalità il problema, non piccolo, di come ancorare poco più di un milione di voti a un’organizzazione stabile che – se anche non la si voglia chiamare partito – dovrebbe cercare di essere qualcosa di più di una minuscola armata Brancaleone. La questione resta quella del socialismo. O si abbraccia decisamente l’idea di un rilancio – certo, con una modulazione differente dal passato – di una forza politica che sia insieme socialista ed ecologista, o si resterà al palo. Per giunta l’attuale successo renziano chiude i giochi, per un periodo probabilmente non breve, all’interno del Pd: la sua ala sinistra interna – ammesso che esista – si farà piccola piccola per non disturbare troppo il leader e ottenerne in cambio qualche vantaggio. Dunque a sinistra si resterà soli: e bisognerà avere tutta la pazienza, e una capacità di tenuta, per non disperdere le proprie energie.

Dal punto di vista generale, le elezioni sono andate proprio maluccio. È vero che non c’è una temibile debordante ondata euroscettica (a parte il caso, del resto previsto, di Marine Le Pen in Francia), ma il punto è che i partiti conservatori e di destra avranno più seggi di quelli dei partiti del socialismo europeo e della sinistra radicale (nonostante il successo di Syriza in Grecia), e che una fine dell’austerità, con questo parlamento europeo, non s’intravede. Tutte le forze di progresso dovrebbero unirsi attorno a una piattaforma comune (qui sto includendo naturalmente anche Renzi, nella misura in cui il suo è un partito di centrosinistra) basata su almeno un paio di punti caratterizzanti una politica economica e sociale europea che miri a una ripresa.

20 Maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

La sconfortante trimurti

trimurtidi Rino Genovese

I miei pensierini pre-elettorali sono all’insegna del pessimismo, lo so. E questo può facilmente essermi rimproverato. Ma non vedo niente d’interessante in questa pure importante campagna elettorale europea che potrebbe (o bisognerebbe già scrivere avrebbe potuto) segnare una svolta in chiave anticonservatrice, antiliberista, anti-troika per intenderci. Il grido “Basta con l’austerità” è risuonato negli ultimi anni su molte piazze; non è riuscito però a farsi proposta politica, a indicare una via o lavia, che sarebbe poi quella di un’alternativa socialista. Non ci vorrebbe neanche molto, a pensarci bene, solo un piccolo sforzo di aggiustamento nel modo di vedere le cose: un ritorno programmato e non estemporaneo all’intervento statale nell’economia (non soltanto per salvare le banche, com’è stato fatto nel recente passato), un po’ di spesa pubblica in deficit e – soprattutto – l’abbandono, perché del tutto anacronistico, di politiche sociali (o pseudotali) su basi nazionali, l’apertura a un’integrazione europea che sia veramente un’unione politica, con leggi europee sul mercato del lavoro atte a contrastare disoccupazione e precariato, con la definizione di un’imposizione fiscale progressiva sottratta all’arbitrio dei singoli Stati, e così via. Sarebbe l’Europa non delle oligarchie e delle (più o meno finte) entità statali, ma quella che a poco a poco costruisce entità sovranazionali dotate di poteri statali democraticamente controllati. Sarebbe l’utopia…

In Italia si assiste invece al logorante e triste darsi da fare di una sconfortante trimurti: Renzi, Grillo e, ahimè, ancora Berlusconi. Nessuno dei tre ha da dire qualcosa sull’Europa. Il primo – che chiameremo la componente “creatrice” della trimurti – deve vedere come tenersi su una sella sopra la quale è avventurosamente saltato, con tecnica proditoria e machiavellica. Il secondo – che chiameremo la componente “distruttrice” – vuole l’uscita dall’euro (con un referendum tra l’altro impossibile nel nostro ordinamento) e agita questo e altri spauracchi per demolire l’idea stessa di democrazia rappresentativa, al fine di sostituirla con un confuso “direttismo” tramite Internet in cui a comandare – despota medievale al centro, tuttavia, del più sofisticato mezzo di comunicazione contemporaneo, Ragno più che Grillo sulla rete – sarebbe lui solo. Il terzo infine – che chiameremo la componente “conservatrice” – ha il solo scopo di tenersi a galla, di non essere risucchiato in quel gorgo di corruzione e di morte a cui la sua stessa vicenda umana, prima ancora che politica, lo condanna.

Siamo dunque lontanissimi da qualsiasi discorso progressivo sull’Europa. L’unica lista che esprimerebbe qualcosa, la sola votabile (sto parlando della Lista Tsipras) è stata fatta male, un po’ alla maniera delle esperienze arcobaleno del passato, e non supererà una soglia di sbarramento, che molto probabilmente è anticostituzionale. Il pessimismo, mi sembra, ha ragion d’essere.

30 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Lista Tsipras verso il fallimento?

Lista Tsiprasdi Rino Genovese

Già i sondaggi erano tutt’altro che confortanti, ma, dopo avere visto qualche sera fa l’intervento di Barbara Spinelli in tv a nome della lista Tsipras, mi sono detto che ormai è sicuro: “L’altra Europa per Tsipras” non supererà la soglia di sbarramento del 4% dei voti. Il fallimento è insomma altamente probabile.

Che cosa c’era che non andava nell’intervento di Spinelli? Tutto ciò che ha detto era completamente condivisibile: ci vuole più e non meno Europa per uscire dalla crisi dell’euro; l’abbandono della moneta unica significherebbe dal venti al trenta per cento di svalutazione per l’ipotetica nuova lira, inoltre il meccanismo della svalutazione, su cui l’industria italiana aveva basato un tempo le sue fortune, non sarebbe sufficiente oggi di fronte a un’economia mondiale interconnessa il cui vero problema – non solo in Italia ma in Europa – è dato dalla caduta della domanda interna e non dalle difficoltà di esportazione. Per questo – aggiungo io, ma era implicito nelle parole di Barbara che argomentava pacatamente, ispirata dalla semplice ragione – sarebbero necessarie serie politiche redistributive capaci di dare una scossa a un motore inceppato. Servirebbe non un ritorno alla natura ma una transizione ecologica, con prodotti ad alto contenuto tecnologico (più innovazione e tecnologia, dunque, e non meno), per sfuggire alle strette di una depressione avvitata su se stessa.

Allora cos’è che non andava? Risposta: l’evanescenza della proposta politica unita all’atteggiamento di Spinelli, più da osservatrice e da studiosa che da militante. Ha evitato per esempio qualsiasi polemica non tanto con Salvini, il segretario della Lega lì presente (che, in quanto esponente di una destra estrema, non era un competitor diretto), ma con Grillo che invece pesca nell’elettorato di sinistra. Anzi, in continuità con alcuni suoi pezzi giornalistici, ha definito “interessante” il movimento grillino, consentendo così al potenziale elettore di dirsi: “Beh, interessante per interessante meglio votare per questo che ha comunque il 25% e a Strasburgo ci va di sicuro”.

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